Il nutrimento dell ‘architettura [5] – di Davide Vargas

macro

Sono stato a Roma a trovare mia figlia. Vive dalle parti del MACRO. Un ‘ occasione per andare a vederlo. In una bella domenica di sole tiepido ho attraversato un quartiere senza negozi. E senza gente. Con una particolare luce rosata sui basamenti di travertino dei palazzi. Sugli spigoli delle lastre. Nei pori. Si adagia, la luce, questa luce mai aspra e arrogante, nelle scanalature delle ripartizioni orizzontali degli intonaci. Sui ferri bruniti dei cancelli e delle ringhiere. Sui riccioli dei lampioni. I platani maculati spingono i rami ricoperti di foglie tenere verso le cime dei palazzi. E oltre. Con un che di propiziatorio.

Ci sono edifici che fanno angolo con i balconi arrotondati. Carichi di peonie colorate. Altri con i registri di mattoni. Una scuola con un porticato monumentale. Logge in sommità. Sento una sorta di intimità e mi piace [Roma non è mai stata nelle mie corde, Milano sì]. Sarà questa tregua nella frenesia della città. E questa luce perlacea. Femminile direi. L ‘aria si fa più calda e negli alloggi degli alberi sui marciapiedi il trifoglio è punteggiato di tarassaco e campanule. E spunta già qualche mazza d ‘oro.

Da queste parti ci deve essere la Rinascente di Albini e Franca Helg. Starnutisco. ├ê l ‘allergia primaverile. A ridosso del marciapiedi una scia densa di pappi piumosi leggeri e maligni accompagna i passi.

Infine siamo arrivati al MACRO. Dal cortile d ‘ingresso si vede un piccolo spicchio di cielo imbiancato.

Scrivi un commento