ESPOSIZIONE UNIVERSALE ROMA. Una città nuova dal fascismo agli anni ’60 – di Massimo Locci

Esposizione-Universale

Come contributo romano all ‘EXPO di Milano, al Museo dell ‘Ara Pacis è presente una interessante mostra curata dallo storico Vittorio Vidotto: ESPOSIZIONE UNIVERSALE ROMA. Una città nuova dal fascismo agli anni ’60. Promossa dall ‘Assessorato alla Cultura, EUR S.p.a. e, appunto, EXPO, attraverso tre sezioni espositive e un ricco apparato d ‘immagini viene analizzata la vicenda del quartiere progettato per l ‘esposizione universale del 1942.

Ospitare un grande evento culturale, religioso o sportivo è, in genere, un ‘occasione per avviare importanti processi di trasformazione urbana. Le Esposizioni universali, le Olimpiadi o il Giubileo forniscono un ‘opportunità positiva quando si programmano in relazione alle esigenze future della cittadinanza e si pongono come soluzioni innovative. Inoltre i grandi eventi possono innescare profonde trasformazioni sulla struttura economica e produttiva del territorio. Come è noto, però, l ‘area dell ‘EXPO di Milano alla fine della manifestazione non si sa che utilizzazione avrà. Speriamo, quindi, che la straordinaria esposizione mediatica possa effettivamente innescare un effetto di volano keinesiano, utile per tutta la nazione.

Ritornando alla mostra sull ‘Esposizione Universale del 1942 l ‘allestimento, ideato da Carlo Lococo, ospita disegni, fotografie di grandi fotografi Contemporanei (Oscar Savio, Franco Fontana, Hans-Christian Schink, Andrea Jemolo e Fabrizio Ferri) e alcuni estratti di film girati all ‘EUR. Attraverso tre sezioni espositive si sviluppa il racconto: dalla ideazione agli anni ’60.

Programmata a partire dal 1935,l ‘E42 ha avuto varie ipotesi d ‘impianto redatte nella soluzione finale da Marcello Piacentini e dall ‘Ufficio Tecnico dell ‘Ente (in precedenza affiancato da: Pagano, Piccinato, Rossi, Vietti). Il progetto iniziale prevedeva ambiti direzionali con alte torri innestate su un impianto estensivo come una città giardino. Lo schema, aperto e innovativo, faceva riferimento alla visione urbanistica di Le Corbusier e a modelli del nord Europa. Quello realizzato seguiva una logica più canonica e di stampo monumentale. Nonostante i forti contrasti e la crisi economica italiana, si decise di bandire comunque le consultazioni e i concorsi per gli edifici più importanti (Palazzo della Civiltà Italiana, dei Congressi, delle Scienze, delle Arti Antiche, della Civilizzazione Italiana e delle Tradizioni Popolari) e per le sistemazioni urbane più rilevanti (via e piazza dell ‘Impero) che ha visto impegnati sia la vecchia generazione, portatrice di una visione tradizionalista, sia i giovani architetti di formazione razionalista e funzionalista.

L ‘E42, come è noto, è rimasto incompiuto per le vicende belliche; nel dopoguerra, dotato di una struttura di gestione autonoma, è diventato faticosamente un quartiere della città con vocazione direzionale e residenziale. All ‘EUR convivono opere monumentaliste e moderne, tra gli altri lavori di Foschini, Libera, Quaroni, Moretti e Ballio Morpurgo, Muzio e Pediconi, De Renzi e Pollini, di BBPR, Passarelli, Bacigalupo, Ligini, De Vico, Dinelli/Valle. Molte parti sono state completate solo in occasione dell’Esposizione Agricola (1953) e delle Olimpiadi (1960). Qui sono stati realizzati, in particolare, il Palazzo dello Sport, progettato da Pierluigi Nervi e Marcello Piacentini, e il Velodromo Olimpico su progetto di Cesare Ligini, Dagoberto Ortensi e Silvano Ricci che, dopo anni di abbandono, nel 2008 è stato demolito.

Un ruolo fondamentale nella progettazione dell ‘E42 oscrive Vittorio Vidotto – era riservato all ‘arte e alla decorazione: un vasto programma coordinato dal pittore Cipriano Efisio Oppo ma rimasto largamente incompiuto. Del resto, alla ripresa dei lavori negli anni ’50, gran parte delle opere previste, rimaste allo stadio preparatorio, si presentavano con una connotazione politica celebrativa del duce e della romanità che le rendeva improponibili nella nuova stagione democratica. Dei protagonisti di quella vicenda tratta il contributo di Antonella Greco che sottolinea come le opere d ‘arte affreschi, mosaici, sculture o dovessero rimanere strettamente dipendenti dalle scelte architettoniche.

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