Curare le ferite delle città – di Marco Ermentini

Curare le ferite

Esco da una riunione condominiale, a pensarci bene è proprio la metafora della nostra condizione attuale. La più importante conquista della modernità: l’individualismo ha gonfiato il nostro io e gli altri restano semplici comparse. Ci riteniamo indipendenti e quindi non facenti parte della rete di relazioni sociali. Siamo abituati a credere di vivere da soli e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

├ê una guerra continua che si può osservare anche nelle nostre case, recintate, chiuse, blindate e aggressive. Nei giardini pubblici di quartiere è la stessa cosa: ho contato ben otto recinzioni in un piccolo appezzamento! Per cercare di reagire a questo stato forse dovremmo ricordarci che vivere è convivere e che allora trovare nella vita il ritmo della condivisione con gli altri è essenziale.

Questo atteggiamento è alla base del lavoro quotidiano dell’architetto. Il suo nuovo compito è quello di progettare e incentivare gli spazi di comunità. Sono proprio questi che testimoniano le pratiche della cura dei luoghi e possono costituire le scintille di rinascita di un’architettura che sia veramente per l ‘uomo. Un’ architettura che deve riprendere la sua funzione medicinale, di balsamo che cura i lembi delle ferite dei nostri luoghi.

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