Across The Universe_Will Alsop – di Alessandra Orlandoni

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Link all’articolo in ingelese: http://en.presstletter.com/2015/03/across-the-universe_will-alsop-by-alessandra-orlandoni-2/

Across the Universe e il film di Julie Taymor uscito nelle sale italiane lo scorso inverno. Caotico, psichedelico, e cromaticamente pop, esprime lo spirito di quel tempo, gli anni ’60, in cui la passione, l ‘entusiasmo e la convinzione di poter cambiare il mondo, filtrati dallo humor e dalla creatività tipicamente inglesi, identificheranno la capitale Britannica come swinging ‘ London.

In quegli anni un giovane Will Alsop studia all ‘Architectural Association di Londra, scuola che più di ogni altra al mondo considera l ‘architettura una disciplina socio-creativa, della quale gli edifici sono soltanto la punta, o come Will stesso dice, il fondo di un iceberg. Oggi le nuove tecnologie e i nuovi materiali rendono possibile la realizzazione di architetture trent ‘anni anni fa impensabili e c ‘e una grande varietà di architetti interessanti che possono esprimere più facilmente e con maggiore immediatezza ciò che la sixty ‘s generation aveva anticipato, trovandosi poi sul piano reale a fare i conti col predominio delle multinazionali interessate solo a costruire brutte copie degli edifici modernisti, architetture tutte uguali, prive di anima e di individualità.

Lo stile architettonico attuale di Will Alsop e piuttosto diverso da quello degli esordi e mi riferisco al Hotel du Departement des Bouches du Rhone a Marsiglia – meglio noto come Le Grand Bleu – concorso che vinse battendo Norman Foster, e al Cardiff Bay Visistors’ Centre: il primo un edificio costruito per durare e il secondo una struttura temporanea poi divenuta stabile in seguito al successo di pubblico. Entrambi questi edifici pagano un tributo alle teorie degli Archigram, nell’impianto strutturale come nell’uso delle tensostrutture, e, senza negarne la validità architettonica e l’impatto propositivo rispetto al loro tempo, appaiono oggi piuttosto datati, e non esprimono la sua reale personalità.

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Will ha da poco compiuto 60 anni, e un personaggio poetico e romantico, dotato di acuta ironia, senso del ludico ed entusiasmo, strenuo promotore di uno individualismo che nulla ha a che vedere con la presunzione o il desiderio di supremazia, quanto piuttosto con l ‘incremento della libertà di espressione personale e col desiderio di sdrammatizzare una disciplina complessa come l ‘architettura per renderla piacevole, imprevedibile, sperimentalmente pop, quindi aperta e comprensibile a tutti. Refrattario a teorie codificate e manifesti, il punto di partenza dei suoi progetti e il pensare a niente- da non confondersi col non pensare, che e ben altra cosa – ovvero la tabula rasa che consente di far emergere i pensieri liberi da sovrastrutture, esprimerli nel gesto e conseguentemente, a volte, trasformarli in edifici. Il suo approccio al progetto e pittorico. I suoi quadri, disegni e schizzi sono diari visivi che costituiscono opere d ‘arte in se piuttosto che rappresentazioni architettoniche prestate all ‘arte. Esprimono il mood dell ‘edificio piuttosto che le sue forme attraverso un mix di segni, colori, scritte e immancabili sbrodolature di liquidi di varia natura (non ultimo il vino, il suo nettare vitale).

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Questi diari visivi nei quali ispirazione, pensiero, gesto e interferenze casuali sono tutt ‘uno, vengono, a volte, rielaborati al computer, tridimensionalizzati, espansi e tradotti in architetture sorprendenti e spesso improbabili, che comunque esprimono la volontà di intervenire sul territorio in modo libero da riferimenti storici o regole formali precostituite. Oggetti destabilizzanti, nel senso positivo del termine, le sue architetture innescano reazioni socio-economiche nel contesto in cui si collocano e non lasciano mai indifferenti: amate o odiate, suscitano comunque forti emozioni.

Non è questo, forse, lo scopo dell ‘Architettura? I suoi edifici esprimono un profonda e democartica eleganza, si collocano nel contesto e, senza assecondarlo ma nemmeno violentarlo, suggeriscono una nuova direzione. Non scivolano mai nel formalismo gratuito ne sviliscono l ‘idea generatrice. Al contrario di molte architetture che esprimono una rigidità o una monumentalità tipicamente maschile, le architetture di Alsop sono gioiose, accoglienti, ludiche, sensuali ed eleganti. In altre parole, se pur progettate da una mente maschile, emanano un sottile fascino femminile.

Alsop e stato spesso definito dalla stampa inglese e americana un blob architect, termine che identifica le archietture computer generated. In realtà le sue realizzazioni, come lui stesso sostiene, sono più box che blob. Ma le sue boxes hanno una particolarità: stravolgono l ‘essenzialità e il purismo del modernismo, sporcandone le forme attraverso la contaminazione col fare artistico. Alla sobrietà formale di stampo modernista Alsop sovrappone e innesta elementi di dissonanza, forme morbide, o pods, come lui li chiama, e pilastri solo visivamente improbabili: ad una più attenta analisi si rivelano strutture accuratamente calcolate e affatto faziose. Oltre all ‘apparente casualità compositiva che li fa sembrare il risultato di un gioco di costruzioni di un bambino guidato dall’intuito piuttosto che architetture profondamente pensate ed elaborate, ciò che rende i suoi edifici unici, irripetibili e non collocabili in alcuna corrente di pensiero (se non la sua), e l ‘uso del colore e la forza con cui questo trasforma, rafforza o smaterializza forme geometriche semplici.

Ne deriva un ‘architettura alla quale il colore aggiunge un plus: l ‘energia. Non trasgressiva o formalmente stupefacente, non aggressiva ne strutturalmente imponente, l ‘architettura di Alsop non esprime virtuosismi strabilianti, eppure contiene e comunica in modo spesso inaspettato l ‘energia del gesto artistico, quell ‘emozione che si percepisce, a volte, osservando un ‘opera d ‘arte e che difficilmente si può descrivere. L ‘architettura, come e a maggior ragione dell ‘arte, va vista al vero, e nel caso di Alsop ancor più che in altri casi in quanto le sue architetture vibrano sotto la luce. L ‘intensità del colore e la brillantezza dei materiali sono soggette inevitabilmente a cambiamenti a seconda del tipo di luce che li colpisce. Se nel film di Andy Warhol Empire State Building lo scopo era rendere visibile ciò che dal vero e impossibile vedere, cioe il movimento, la stessa operazione applicata a un edificio di Alsop svelerebbe la mutevolezza cromatica, la fluida vibratilità delle superfici, la smaterializzazione dell ‘involucro, il rapporto tra pieni e vuoti, tra opaco e traslucido.

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Prendiamo ad esempio uno dei suoi progetti, a mio avviso, meglio riusciti: l’ Institute of Cell and Molecular Science Blizard Building at Queen Mary, University of London. Girando l ‘angolo di Turner Street la prima cosa che si nota e l ‘assoluta differenza dal contesto, la sua evidente singolarità espressa a prima vista dal lucido monolite che riflette l ‘intorno, caratterizzato da architetture severe e respingenti, liquefacendolo sulle sue superfici. Il nuovo edificio non aggredisce ma stempera il contesto. Un gesto fermo e gentile, propositivo e incoraggiante applicato ad una tipologia che, come lui stesso dice, viene generalmente interpretata come luogo blindato dal quale tenersi a debita distanza. Avvicinandosi si perde la vista d ‘insieme, le vetrate acquistano trasparenza e l ‘interno si svela: un grande vuoto nel quale galleggiano i piani orizzontali e i quattro pods sospesi a varie altezze, diversi l ‘uno dall ‘altro sia nella forma che nel colore. Non ci sono separazioni fisiche, non c ‘e soluzione di continuità.E ‘impossibile non pensare al Fun Palace di Cederic Price, e il solo fatto che quel concetto sia applicato ad una struttura nella quale sono presenti laboratori scientifici di classe 2 e 3 conferisce all ‘edificio un ‘anima strordinaria. La notte le vetrate si smaterializzano e le luci accese svelano ancor di più la leggerezza e la fluidità degli interni e fanno galleggiare nel vuoto le grandi cellule dipinte sulla facciata da Bruce McLean. Will detesta musei e gallerie d ‘arte, li considera le tombe dell ‘arte, ed e fermamente determinato ad integrare l ‘arte nei suoi edifici così da renderla parte vitale del panorama urbano.

PEKHAM LIBRARY

Un altro edificio significativo e sorprendente e la Pekham Library and Media Centre, che gli e valsa il RIBA Stirling Prize nel 2000. In un ‘area di Londra logora e priva di identità, dominata dalla working class e da un mix di razze asiatiche ed est-europee, la biblioteca si offre come un magnete per l ‘ interculturalità. Un ‘ampia piazza dà respiro all ‘edificio la cui forma a L, i colori, i pilastri sghembi, e la grande scritta luminosa LIBRARY lo rendono un oggetto pop a scala urbana.

Negli ultimi anni il suo lavoro si e esteso all ‘urbanistica – il massimo grado delle discipline architettoniche – che Alsop affronta in modo assolutamente innovativo progettando – in collaborazione con Squint/Opera – sofisticati filmati 3D in stile Pixar che illustrano le graduali mutazioni fino al totale cambiamento del landscape urbano. Attraverso un visionario processo di trasformazione del territorio per addizione/sostituzione di elementi, l ‘osservatore e reso partecipe del processo di mutazione attraverso un linguaggio semplice e comprensibile a tutti quale e quello dei cartoon. Questo approccio ha senza dubbio trasformato l ‘urbanistica in una disciplina cinematografica, più compositiva che politica, comprensibile a tutti, vitale ed entusiasmante.

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Parte integrante della vita di Alsop e il periodo che trascorre assieme all’amico Bruce McLean a Minorca, dove passa il tempo dipingendo e bevendo gin tonic. Il dedicarsi all’attività artistica “pensando a niente”, sognando ad occhi aperti, e un’attività fondamentale che consente di indagare le cose senza predeterminazione e razionalizzare, eventualmente, solo in un secondo tempo quanto e cosa di questo processo può essere trasposto nell’architettura. Il tempo che gli architetti dovrebbero concedersi per sognare e un tempo che Alsop considera prezioso perche, come lui stesso spesso sostiene citando il suo amato poeta W.B.Yetas, “Nei sogni cominciano le responsabilità”.

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Tecnologico e pittorico, poetico e concreto, visionario e determinato a realizzare i suoi sogni, camaleontico e fedele a se stesso, Will Alsop e senza dubbio il punto di riferimento di una nuova, caleidoscopica, direzione dell ‘architettura.

Concludo con una citazione ma lascio ai lettori il piacere di scoprire da dove e tratta… : “Chi crea pensa, i parassiti copiano”.

Alessandra Orlandoni 28 / 05 /2008 ®AlessandraOrlandoni info@aoarchitecture.eu

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