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150325_Lo spazio pubblico, lo spazio della socialità ed altre storie sciocche – di Felice Gualtieri

150325_Lo spazio pubblico, lo spazio della socialità ed altre storie sciocche – di Felice Gualtieri

Autore: Felice Gualtieri
pubblicato il 28 Marzo 2015
nella categoria Parole

Per ogni momento gettato in discussioni sulla pianificazione urbana e sullo spazio pubblico, un residuo di speranza democratica viene risucchiata e travolta dall'era digitale. Premetto che la mia è una posizione ottimista; nel senso che non appartengo alla schiera dei tecno fobici e nemmeno a quelli che fanno un analisi datacentrica dell'evoluzione del web e dei nuovi potentati globali. Dal loro punto di vista viviamo in una società del controllo totale, anzi, quella attuale è solo l'inizio di un incubo molto più oscuro ed opprimente di quello che ad oggi riusciamo a concepire. Una visione della libertà che si poggia sulla domanda essenziale: quanto valgono i dati che cediamo ai grandi colossi digitali? E come è possibile che il concetto di sorveglianza, da esterna (l'occhio che osserva) si sia evoluto nel raffinatissimo concetto di società della condivisione? Il nodo della questione è esattamente il punto di vista con il quale osserviamo i fatti. Personalmente ne conosco due: il primo (il già citato datacentrico) interpreta l'era digitale mediante la centralità del dato. Il secondo, che mi piace definire corpocentrico è un modo diverso di definire l'Arte del Sè e quelle modalità di vita che utilizzano la tecnica come stampella della debolezza corporea, per avviarsi verso una mobilità superiore, di rottura dal vincolo urbano (un aumento di libertà che corrisponde essenzialmente ad un moto centrifugo... verso l'esterno.. un aumento di deriva). Di queste cose che ho delineato in altri contesti, però, non voglio parlare; in verità ho iniziato a scrivere pensando al campo di grano che stanno impiantando nel mezzo di Milano; quale sia, poi, la connessione tra la premessa e la conclusione del mio scritto è facile a dirsi e risiede nella seguente domanda: quale valore ha questo progetto di occlusione antiurbano che radicalizza la mancanza di attenzione allo spazio pubblico? Ma quale spazio pubblico? La piazza? Il teatro? Il cinema? Si può ancora avere una ingenua fiducia nella pianificazione? L'organizzazione giustapposta della città a misura umana? Ma quale città? La città degli esclusi? degli emarginati? dei ricchi? Di quale città si sta parlando? Purtroppo la città è morta ed i suoi resti non appartengono al dominio democratico (se non per piccoli ambiti di resistenza) ne tanto meno ad una banda di architetti da strapazzo. L'eccellenza e la ricerca formale sono migrate altrove, l'avanguardia abita i meandri del sottofondo e non ama le luci della ribalta... non le ha mai amate... Aldilà delle accuse di ipocrisia, l'intervento di Agnes Denes è l'unico atto di pietà che ho rilevato negli ultimi anni verso una città senza prospettive.