Periferie, G124, Sambo e delusioni – di Guido Aragona

pasolini uccellacci e uccellini - cuba

Caro Sambo, la vittima del fuoco amico a questo giro sei tu, anzi il tuo ultimo scritto su PresS/Tletter in difesa del G124 di Renzo Piano, dalle critiche piovutegli addosso, a tuo dire sostanzialmente malevole.

Renzo Piano mon amour, i radicali con la sciarpetta di lusso, l ‘autonomia (operaia) che fa tanto tendenza, i liberal chic, Sonny Rollins e altre storie o di Marco Maria Sambo

Ora, certamente vi sono state critiche malevole, e senza dubbio l ‘iniziativa ha un intento lodevole, ecc.

Detto tutto questo però, mi pare che sia ragionevole dichiarare che l ‘impostazione del G124, per quello che si è potuto vedere, sia stata largamente deludente; e che molte critiche saranno pure malevole (non lo so) ma indubbiamente sono circostanziate e colgono nel segno (in questo momento mi ricordo e segnalo ad esempio quelle fatte da Emanuele Piccardo QUI ).

Se ne è parlato tanto, ma forse non abbastanza. Occorre parlarne, senza chiudersi troppo in steccati. Un aspetto positivo del G124 è proprio il fatto di offrire pretesto per discutere o in una platea socialmente allargata – sul tema architettonico e urbanistico più importante dei prossimi decenni, e già da decenni ampiamente lavorato, sia sul piano teorico e pratico, da architetti, urbanisti, studenti, amministratori pubblici, artisti ecc. Occorre parlarne anche criticamente, non semplicemente applaudire per non disturbare il manovratore o perche chi lo critica magari ci sta antipatico. Perche altrimenti si perderebbe molto di questa occasione offerta dall ‘iniziativa di Piano, per condensare pratiche, progetti, discussioni, studi altrimenti dispersi.

E quindi perciò ora qui vorrei tracciare brevissimamente alcuni aspetti che ritengo totalmente sbagliati, ossia persino dannosi, come impostazione generale del G124.

Il primo errore è partire dalla assunzione di parole chiave quali periferie o rammendo. Questa assunzione, probabilmente utile per dare un orientamento operativo e pubblicizzare per il grosso pubblico l ‘iniziativa, elimina però di fatto l ‘apertura necessaria per affrontare questo tema complesso.

Chi l ‘ha detto che la nozione di periferia sia oggi una parola valida per definire ciò che sono quelle parti di città realizzate negli ultimi 60 anni? Accettarla passivamente non ha insito il rischio di accettare una gabbia psicologica? E soprattutto, chi l ‘ha detto che basti rammendare, e non invece sostituire parti proprio di tessuto, operare una sorta di defrag urbano dopo la grande disordinata espansione dovuta all ‘industrializzazione, all ‘incremento demografico, all ‘inurbamento degli anni passati? (data anche l ‘obsolescenza e la scarsa qualità architettonica, costruttiva e urbanistica di interi quartieri sorti rapidamente per compensare carenze quantitative).

Non è questa la sede per approfondire il discorso. Ma a me francamente delude vedere un gruppo di lavoro coordinato da Renzo Piano dedicarsi a fare giardinetti, sia pure usando buone pratiche che tuttavia costituiscono un operare adeguato ed auspicabile per le amministrazioni locali (e che le migliori già attuano), ma non altrettanto per architetti e urbanisti da cui ci si aspetta un contributo più consistente sul piano progettuale. E non solo. Penso alla possibilità di mettere a punto, anche con l ‘ausilio di economisti e legali, modelli per attuare trasformazioni rilevanti. Forse non basta accontentarsi di rammendi. Forse, di fronte a grandi spazi e grandi questioni urbane, occorre avere il coraggio e la capacità di riproporre grandi soluzioni. Cose che ci si aspetta appunto da persone come Renzo Piano.

Ripeto, non voglio entrare qui nel merito dei contenuti, non ne abbiamo lo spazio. Ma butto lì almeno una provocazione sulle procedure di lavoro. Perche il G124 usa modalità personalistiche, antiche e scenografiche (il tavolone in truciolare di bottega in Senato) e non tenta invece, innovativamente, di sviluppare i temi in ambito open source come ad esempio proposto da Carlo Ratti nel suo ultimo libro? Non sarebbe una modalità nuova che potrebbe consentire di utilizzare meglio tutti i saperi e le pratiche accumulati in questi anni anche su temi e specifiche parti di città?

Certo, si è solo all ‘inizio. Un anno è poco per certe cose. Parafrasando il finale del tuo scritto, ci piacerebbe tanto non fermare il carnevale; ma onestamente mi pare non sia ancora cominciato. Ma sappiamo anche che certe cose richiedono il giusto tempo. E mi congedo così, alla tua maniera, ottimisticamente con una canzone che ricorda appunto che Roma non fu costruita in un giorno (e nemmeno in un anno).

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