Città fallite da ricostruire – di Alessandra Muntoni

città fallite

In Le città fallite, i grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano (Donzelli, 2014), Paolo Berdini affronta una questione oggi cruciale: rimettere in sesto le nostre città dopo il fallimento di una urbanistica basata sulla deregulation.

L’autore parte dalla nostra Costituzione che sancisce all’art. 9: ┬½La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione┬╗. Mette poi in evidenza la deroga permanente a questo e ad altri dettami relativi alla proprietà, attraverso l’uso diffuso di pratiche al di fuori della giurisdizione, come il cosiddetto diritto a edificare connaturato con la proprietà fondiaria e la svendita di beni pubblici. Le vicende di alcune città italiane descritte attraverso le fasi salienti del neoliberismo ÔÇÆ 1994-2008 (il cemento senza regole, le grandi opere), 2008-2011 (la crisi e l’attacco al welfare urbano), 2012-2013 (i banchieri all’opera e la crisi della casa) ÔÇÆ seguono un filo storico che attraversa leggi, procedure, tecniche speculative di urbanizzazione, dissesti idrogeologici procurati, corruzione e malaffare, da Tangentopoli fino allo Sblocca Italia.

L’ultimo succinto capitolo intitolato Ricostruire la città pubblica suggerisce alcune mosse di politica urbanistica per invertire questa tendenza. Si tratta di ipotesi di lavoro non del tutto nuove, come impedire nuove costruzioni finche non sia stato realizzato il riuso del patrimonio immobiliare dismesso, o riattivare il tessuto sociale dell’Italia marginale, o escludere i terreni agricoli dall’edificazione. Seppure in una prospettiva non dinamica, Berdini indica così una prospettiva per le nostre città che riparta dalla responsabilità di ognuno per conservare ove possibile, ma anche per migliorare col progetto, quel territorio italiano che si dichiara bene comune, ma che si continua colpevolmente a sfregiare.

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