Ben Hur o Renzo Piano? – di Eduardo Alamaro

piano

Il nostro cuore d ‘architetti italiani doc è artigiano, non c ‘è che dire. Batte artigianalmente, tradizionalmente, alla vecchia maniera di sempre: tic, tac, tic, tac, toc. Anche se ci mettono una pila o un by pass ipertecnologico, a rinforzo, se malauguratamente va Piano. Dico, duca Renzo Piano, senatore della res pubblica italiana per volontà Napolitana. Siamo in famiglia s/partenopea.

La scorsa settimana il nostro Piano panoramico era in edicola con L ‘Espresso. In un DVD allegato, a cura di Luca Molinari. Questo post mi costa infatti 10 euro tondi tondi, non rimborsabili da LPP. Perche l ‘ho comprato, il Piano-Espresso? (primo di una serie eccellente, forse eccedente di star?) L ‘ho acquistato soprattutto perche attratto dal titolo intrigante: Artigianato e tecnologia.

ArchiGianato che passione!

Una tematica a me cara (nel senso che l ‘ho pagata cara, in tempi non sospetti). Tematica che era stata (molto) al centro della presentazione del numero speciale Expo-Milano della rivista Abitare, tenutasi recentemente a Napoli. Esattamente in via Costantinopoli, nell ‘avello ipermarmoreo pagliariano del rettorato della SUN (Seconda Università Napoli), una prece.

(Non fiori ma opere per bene. Si dispensa dalle visite accademiche).

Fantastico nell ‘Abitare le sue piroette verbali, fu o alamarcord!- Carmine Gambardella (direttore del dipartimento di Architettura e Disegno Industriale Luigi Vanvitelli): sotto lo sguardo compiaciuto fraterno in prima fila dixit che il territorio è smart, ÔǪ che bisogna essere contemporanei, ÔǪ che cambiare marcia in corsa si può e si deve nel situazionismo post/Expo ÔǪ

E poi che Leonardo da Vinci ha inventato il computer, ÔǪ che pensò anche la rete web, ÔǪ ma che poi ci son voluti quattro secoli per realizzarla, ÔǪ e che il pensiero sta sempre più avanti dell ‘azione (specie a Napoli, ndr) ÔǪ e che poi (salto triplo) gli studenti della SUN vanno all ‘estero ÔǪ ma che Lui li convoca e si raccomanda, dice: po ‘ turnate ccà, alla SUN, disgraziati, ‘sta SUN aspetta a tte!, ma quelli manco pe ‘ la capa. Nun tornano cchiù, se gli va bene ÔǪ ingrati piezz ”e SUN!!

Seguì quindi osempre alamarcordo Silvia Botti, fresca direttore di Abitare e megafono Expo. Tra l ‘altro (ed eventuale) sostenne che aver formato una generazione di giovani progettisti è stato grande merito di questa Expo del cibo (magnate anche voi!!). Merito acquisito per caso & per necessità, obtorto collo e collante giudiziario. Cioè dopo che le Procure avevano azzerato le vecchie dirigenze professionali, insieme al personale politico delle giunte di riferimento ÔǪ eccÔǪ eccÔǪ

Questo eroico gruppo di giovani Erasmus-Espo, ha tenuto botta. Ha tenuto odice- la barra dritta con giudizio, nella tempesta giudiziaria-progettuale d ‘appalti già appaltati. E ‘ stata la loro grande occasione, che non si son fatta certo sfuggire! (e chi credo!, non capita spesso, anzi mai, nda).

Ma, venendo all ‘archiGiano nostro, sia Luca Molinari, head curator di Abitare, oltre che docente associato alla SUN, (presentato anzi come una sorta di ministro degli esteri della stessa perche va in giro per il mondo e porta all ‘Università aversana idee, collegamenti & progetti concreti); sia Cherubino Gambardella, alias Kerubingo perche osi sao fa sempre bingo, (team designer Cluster Bio-mediterraneo della Expo, oltre che assoluto docente SUN), hanno insistito sul tema dell ‘artigianato quale chiave di volta per aprire il loro progetto espositivo bio-mediterraneo milanese. Anzi per aprire l ‘artigian-abilità, ossia l ‘amabilità dell ‘architettura del Mediterraneo che intendono proporre, dal primo maggio dei lavoratori all ‘Expo in poi. Dopo si vedrà.

Un Mediterraneo interrogativo, problematicamente felice. Un mare interno archi-Giano, dramma-commedia bifronte. Mare nostrum e eorum che guarda il tema bio dalle due sponde. Sguardo bio-biunivoco, pari e patta, mordi e fuggi. Anzi, meglio: sbarca e fuggi se puoi. Che pretende cioè un doppio sguardo architettonico fujente contemporaneo. Necessariamente archiGiano, per guardarsi le spalle.

Dalla culla alla tomba, alla tromba di mare. Dal cucchiaino alla città, alle metropoli. Dalle Piramidi agli Appennini, agli Urali. Dalla Libia a Lampedusa, all ‘Europa. Salto triplo sempre: dall ‘artigianato alle tecnologie, agli ÔǪ e fravagli di chissà che domani.

E ‘ mescolanza, è novo-mediterraneo da rifondare, da affondare, da navigare ÔǪ con tutte le imperfezioni, il fu pittoresco ‘800, il mito nordico & sudicio che necessita. Cch ‘è d ‘obbligo, cch ‘è d ‘uopo, a tempo e a luogo (col logo). ÔǪ

Alla fine dei discorsi di presentazione potevo (e volevo) porre una domanda: Ma dunque, cos ‘è per voi di Abitare-oggi questo Artigianato all ‘Expo?

Ma non c ‘era il clima giusto, frettoloso, da tutto esaurito distratto d ‘Ordine.

La sala rettorato ipermarmorea era infatti piena, pienissima d ‘architetti sfuggenti d ‘occasione. Per-venuti ad un evento patrocinato dall ‘Ordine degli Architetti P.P.C. di Napoli e Provincia che valeva tre punti d ‘aggiornamento professionale. Obbligatorio.

Curioso, invitto, non demorso ma mordo.

Ho cercato risposte al tema dell ‘ArchiGianato nel DVD Espresso-Piano raccontato dal sullodato ministro degli esteri Luca Molinari (regia Michele Calvano, produzione Digital). Dura 105 minuti, quasi come Ben Hur. Una follia di questi temi veloci, sebbene spezzettato in tanti step, in 24 passi Piano.

Bisognava forse metterlo in un acceleratore, in uno strizzatore, in un sintetizzatore per renderlo odierno, un contemporaneo Renzo Piano-Ben Hurk. Ma così è.

Ho cercato di capire e carpire la cifra artigianale promessa dal titolo. Per tal motivo mi son sciroppato i vari capitoletti del libro parlante multiPiano (questo è il suo limite più evidente, pigro trasbordo e trasbrodo dalla carta stampata).

E così si va dall ‘introibo de L ‘architettura tra arte e politica, cioè dell ‘architettura come arte di frontiera, posta tra l ‘arte di costruire, le tecnologie, la protesta, la voglia di cambiare il mondo, ÔǪ e cioè la polis, la politica, la genteÔǪ ; al Piacere della semplicità di cui il secondo paragrafo ÔǪ per cui le opere di Piano odice Molinari o son sempre indovinate, mediane, giuste, sempre accolte con enorme piacere dalla gente, senza scandalo e forzature, ÔǪ , soprattutto connotate da una cifra artigianale, che rimane una cifra costante nella sua opera.

Il terzo è il nostro capitoletto. S ‘intitola infatti: Un architetto artigiano.

Per questa via maestra si va nel cantiere dell ‘infanzia di Piano, perche questi non viene dal Nulla ma è generato dal genio italico del fare marinaro.

Viene da lontano Renzo Piano, dall ‘humus della marineria genovese dei costruttori di navi che straborda nelle imprese costruttrici della sperimentazione & leggerezza nelle terreferme. Ma con lo stesso spirito ed arte. La sua architettura asciutta, ossuta e senza fronzoli, è infatti un mix tra queste due dimensioni: son navi in terra ferma che vanno, ÔǪ e vai, vai mo ‘, vai Piano!!

Deriva il Nostro, alla nascita, da un costruttore edile, ÔǪ e da piccolo, si dice nel DVD, andava sulle orme paterne per il cantiere, come fosse un parco gioco. .. e gli è rimasto dentro quella versatilità concreta, non inutilmente oppositiva; è la capacità costruttiva di un fare artigianale della Mano, u-Mano, uMani-stica.

Un approccio cioè che non è concettuale, filosofico, ma al contrario è letteralmente filoso-fare, ad arte. Indica perciò un ‘altra via, appartiene a un ‘altra storia delle arti, ÔǪ; deriva da un altro approccio alla vita, pratica, fattiva, applicativa, riflessiva in azione, ÔǪ quella smat (direbbe il piè veloce Carmine Gambardella) che viene dall ‘osservazione in corsa, da una sorta di metodo globale, da processo induttivo, intuitivo, sperimentale ÔǪ così sia!

Alla mezz ‘ora esatta del DVD di Piano Ben Hur si va al Beaubourg di Parigi, al capitoletto Un progetto che fa scalpore. C ‘è un passaggio veloce (riferito dalla viva (W) voce di Molinari), che fotografa l ‘intervallo di Piano posto tra il 1971 (favolosa e interrogativa vittoria al concorso del Pompidou) e il 1977 (ultimazione e inaugurazione dell ‘opera). Ascolto, appunto, trascrivo. Dice il Piano-Hur-Molinari: Nel ’71 ero un artigiano, nel ’77 ero (ed euro) diventato un architetto.

Che dire? Ci sta tutto il passaggio artigianato – tecnologia. Per Piano l ‘artigianato è (forse) il tempo del gioco, della prima giovinezza, dell ‘avventura, della sconfinata prateria, la libera navigazione a vista e svista. Ben Hur, appunto. L ‘artigianato cioè quale asilo infantile dell ‘arte, dell ‘architettura, della vita.

Poi c ‘è l ‘età adulta, il passaggio all ‘architettura: la tecnologia, la professione, la capacità di mediazione, l ‘essere politici di polis e pollis, l ‘essere archiGiani (con archibugi di scorta al seguito) ÔǪ

Ma, dentro e oltre questa dimensione sentimental-letteraria di base, qual è, infine, l ‘orizzonte artigiano attuale di e del P.I.R.O. (Piano Italiano Rigiocabile Oggi) di questo DVD?

Direi che è il fare insieme. E ‘ l ‘artigianato inteso come fatto industrioso collettivo. Il NOI contro l ‘IO d ‘artista autoreferenziale. Il manu-fatto tecnologico pensato e fatto da più persone coordinate assieme ad arte. L ‘intelligenza collettiva partecipata.

Certamente non è il lavoro artigiano collodiano, quello del pezzo unico magico-rituale pinocchiesco e pittoresco. Alla mastro Geppetto poverista di Lorenzini, motlo gettonato anche oggi ÔǪ; una favola che ha avuto una straordinaria fortuna nell ‘immaginario collettivo dei tempi industriali, inchiodando l ‘artigianato a una dimensione residuale, produzione superata.

O del pezzo unico artistico-artigiano, così come si vide in tv cinquant ‘anni fa (oggi in youtube), nella indimenticabile gag del Troncio della Val Clavicola di Ugo Tognazzi, tardo-geppettesco artista-artigiano del pezzo unico.

Questo DVD invece indica una strada che è esattamente il contrario di mastro Geppetto artigiano fiorentino. Anche perche Piano è di Genova, città ch ‘è maestra di risparmi creativi e di leggerezze navigabili nelle globalità di ogni tempo e paese.

Renzo Piano appartiene infatti al filone di quella genia degli uomini d ‘impresa, a quelli che le cose le mettono in moto, le idee le fanno camminare.

Son costruttori nati. Sono ingegnosi, menano le mani, s ‘industriano.

In questo senso appartengono alla grande tradizione italiana degli artiGiani, veri e propri imprendi-tori e non certo imprendi-pecore.

Appartenevano in qualche modo alla genia dei commedianti. Di quelli che partivano e costruivano uno spettacolo, una meraviglia edilizia, sembra strano a dirsi, ma è così. Un giorno, sul treno per Ulm, incontrai un artista, il famoso Jean-Jacques Lebel ÔǪ, parlava perfettamente l ‘italiano ed era un grande ammiratore dello spirito italico.

Fu un bel viaggiare, andavamo allo stesso convegno a Ulm.

Mi disse, tra l ‘altro, che la sua bella villa in Francia, mi pare nella campagna della Bretagna, l ‘avevano costruita italiani, toscani, nel primo ‘600: ne era certo perche aveva ritrovato nell ‘archivio di famiglia il libro mastro di contabilità della costruzione. L ‘equipe archiGiana italiana arrivò col progetto; parlò, propose il modello costruttivo (sui modi rinascimentali), convinse e vinseÔǪ e fece ad arte.

Favoloso tempo chiavi in mano. Mano archiGiana, s ‘intende.

saluti, alla prossima, eldorado

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