150226_Elogio della bicicletta – di Felice Gualtieri

bicicletta

Ivan Illich è sicuramente quello che, tra gli autori misconosciuti ed emarginati del secolo passato, più degli altri riesce a sorprendere il lettore per un pensiero cosparso da un diffuso senso di equilibrio e per una sincera ricerca del Vero. Che poi questa Verità sia stata da lui rintracciata lontano dagli apparati istituzionali e di potere che per molti anni ha servito, poco importa. Quello che conta è che sia riuscito a rubarne un pezzetto e a portarcelo in dono.

Elogio della bicicletta è un ‘operetta che si legge tutta d ‘un fiato. Uscita nel 1973 con il titolo Energie et equite parla di velocità, non alla maniera futurista o come la potrebbe intendere un fisico ma come parte profonda dell ‘essere delle cose, come principio visibile di un ‘essenza invisibile, sicuramente economica. La tesi è semplice, sconcertante e diretta: la potenza meccanica che permette agli uomini di viaggiare a più di 25 chilometri orari è la causa della diseguaglianza sociale. Ogni volta che un mezzo pubblico supera questa velocità di soglia, diminuisce l ‘equità ed aumenta la penuria di tempo e di spazio. Un ‘accusa senza mediazione al dominio della macchina ed allo sviluppo industriale nel suo complesso. Illich dimostra che l ‘uso di mezzi potenti non è in relazione diretta con l ‘aumento della velocità. La gabbia meccanica divora il tempo proporzionalmente all ‘aumento della sua accelerazione e da strumento diviene protesi invalidante.

Seppure macchina e bicicletta siano i frutti di uno stesso periodo storico (primi del ‘900) colpisce come la diffusione totalizzante della prima sia andata a discapito della seconda. Come due gemelli partoriti da una stessa madre di cui l ‘uno favorito e l ‘altro reietto. In questo modo scompare il principio di lentezza ed il mondo che essa custodiva: Dal punto in cui ci troviamo, due sono le strade per arrivare alla maturità tecnologica: una passa per la liberazione dall ‘opulenza, l ‘altra per la liberazione dalla carenza. Entrambe hanno la stessa meta, cioè una ristrutturazione sociale dello spazio che faccia continuamente sentire a ognuno che il centro del mondo è proprio lì dove egli sta, cammina e vive. Parole illuminanti per la carica di liberazione che incarnano. L ‘emancipazione dall ‘opulenza è una vittoria sulla solitudine dell ‘alta velocità che struttura il mondo a forma di gabbia con città interconnesse nel vuoto. Nello stesso tempo la vittoria sulla carenza spezza la gabbia del villaggio e della stasi opprimente e putrida. L ‘accesso ad uno spazio esterno come condizione ontologica del post urbanesimo si regge sulle ruote di una bicicletta, la sintesi massima di un equilibrio, o almeno di quello che Illich ha cercato di comunicarci.

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