Rotterdam goes to Venice. Fundamentals, 14┬░ Biennale di Architettura di Venezia, 2014 – di Diego Terna

dt-monditalia-teather biennaleFoto@Diego Terna

L’inaugurazione della Biennale di Architettura di Venezia del 2014 è stata preceduta da una altissima aspettativa, a causa della scelta del curatore, l’architetto olandese Rem Koolhaas: una scelta che ha poi, dopo l’apertura della mostra, diviso i visitatori tra entusiasti a tutti i costi e ipercritici negativi.

Per la prima volta, nel corso della sua lunga storia, l’esposizione veneziana si è in effetti trovata ad affrontare l’esibizione di una ricerca personale del curatore, al contrario di quanto avveniva nelle edizioni precedenti, che cercavano di fare il punto sulla situazione dell’architettura contemporanea attraverso la costruzione di lunghe liste di architetti invitati e architetture mostrate.

Quest’anno la Biennale prova a definire una sorta di nuovo punto di partenza per l’architettura, proponendo l’analisi di alcuni Fondamentali, che indagano l’architettura stessa sotto differenti punti di vista, che dovrebbero essere comuni ad ogni progetto di architettura, indipendentemente dal luogo, dal progettista, dal tempo.

Ne risulta una mostra poco accomodante, densissima di informazioni, difficile da analizzare in maniera superficiale e, contemporaneamente, piuttosto povera del più importante elemento dell’architettura: lo spazio.

cq_monditaliaFoto@Chiara Quinzii

OMA, o di un catalogo narrativo

Quando si sfogliano le pagine di S M L XL, il libro-mattone che nel 1995 Koolhaas presenta come una antologia dei lavori OMA, è possibile notare, nelle pagine dedicate al progetto di Villa Dall’Ava, due elementi significativi: una apparizione surreale nelle fotografie (una giraffa al guinzaglio, che si muove negli spazi esterni della casa) e un approccio insolito nei disegni di progetto (elaborati in progress, pieni di note scritte a mano, con una penna rossa, indicando modifiche, commenti, soluzioni alternative).

In queste due immagini si evince una modalità di mostrare l’architettura, tipica dello studio olandese: è una via che pone l’accento su un processo, che pare voler minimizzare l’importanza dell’architettura stessa, ma che, proprio in questo focalizzarsi su altro, torna prepotente all’oggetto da mostrare. Villa Dall’Ava emerge nelle sue caratteristiche principali proprio grazie ad un sistema di narrazione che ne sottolinea i caratteri come distaccandola da uno sfondo generico: se vedo una giraffa in un giardino, sicuramente tenderò ad osservare con più attenzione il luogo in cui si trova e se leggo, con una certa curiosità, delle note informali mi fisserò con più attenzione sui dettagli che queste note commentano e, in ultima analisi, sul progetto.

E’ necessario, però, che questo processo sia supportato da un numero congruo di elementi narrativi, di punti di vista differenti, perchè è in questa quantità che può emergere l’architettura, come intesa dallo studio olandese. Il punto focale di questa narrazione, allora, è la definizione di un catalogo di elementi, siano essi esterni all’architettura o legati ad essa; un catalogo che definisca una molteplicità di punti di vista tangenziali allo spazio costruito, la cui somma faccia emergere con esattezza i contorni di quella stessa architettura.

Content, il libro-rivista del 2004, che raccoglie ancora i progetti dello studio OMA, è il compendio ideale per comprendere questo approccio, ben definito nel breve dialogo che introduce l’opera:

I’m not sure if this is a book or a magazine.

Actually, I find the tension between the two super-interesting.

Una lunga follia di grafici sui passeggeri aerei mondiali, sull’andamento dell’indice Dow Jones, sulla storia del restauro, con intermezzi politici, artistici, urbanistici, inframmezzati da pagine pubblicitarie, non fanno altro che, nella voluta confusione generale, sottolineare le architetture qui presentate, unici elementi di respiro nella lunga cavalcata mozzafiato del libro.

Non è un caso, infine, che la mostra del lavoro dello studio OMA, curata dai belgi Rotor al Barbican Centre di Londra, nel 2012, mostri con evidenza che, quasi vent’anni dopo la pubblicazione del libro S M L XL, l’approccio narrativo dello studio olandese non sia variato significativamente.

La mostra non è altro che l’estratto di un catalogo immenso di materiali disparati, che trovano nel loro accumularsi, nella loro quantità, la propria ragione d’essere. E, come archeologi che scavano in profondità le stratigrafie di un terreno, i Rotor non fanno altro che riportare ai visitatori delle fette estratte da questi accumuli, giustapponendoli con un ricercato effetto straniante, per sottolineare ancor più l’emergere dell’architettura.

D’altronde, è per accumulo di narrazioni che i progetti dello studio OMA si sviluppano: una somma raffinata di citazioni del modernismo, della cultura pop, dell’ingegneria più spettacolare e di alcune suggestioni storiche. Grazie a Rem Koolhaas l’approccio post moderno all’architettura, ha trovato un reale punto di svolta, emancipandosi da un nostalgico sguardo al passato, limitandosi ad un raggio di azione più contenuto (non tutta la storia dell’architettura, ma solo quella moderna), ma, soprattutto, usando l’ironia e lo straniamento tipici del surrealismo per dare vita ad alcuni capolavori dell’architettura contemporanea.

dt_monditalia-dance biennaleFoto@Diego Terna

Delirious Venice?

Chiamato a curare la XIV Biennale di Architettura di Venezia, Rem Koolhaas ha proseguito con coerenza la propria modalità operativa, tipica del suo approccio progettuale, editoriale e didattico.

La mostra veneziana è dunque, per prima cosa, un copioso accumularsi di informazioni, frutto di una ricerca di due anni, svolta dall’architetto olandese in sinergia con l’università di Harvard, della quale sono state rivelate tre fette stratigrafiche: Elements Of Architecture, Monditalia, Absorbing Modernity 1914-2014.

Questi reperti non necessitano di una coerenza sequenziale fra gli stessi, trattandosi di spunti giustapposti l’uno all’altro, ma sono comunque contraddistinti da un approccio comune, fatto di una somma di dati basata su un’altissima densità di referenze.

Architettura elementare

Elements of Architecture è il reperto principale della mostra, ove si concentra la narrazione diretta del curatore e attorno alla quale si è creata una smisurata serie di commenti, investigazioni, critiche apertamente ostili o grandemente positive, dopo che una sfiancante aspettativa aveva ritmato i mesi di attesa dell’apertura della mostra veneziana.

Elements Of Architecture è, ancora, un catalogo, prima di tutto racchiuso entro le pagine di 15 libri, ma poi estratto in parte e mostrato attraverso uno svolgimento spaziale.

Come a sottolineare la distanza dalle esposizioni precedenti, Koolhaas decide di emancipare la propria curatela da un pedissequo elenco di architetti e architetture, provando ad indagare l’essenza stessa dello spazio, sezionandolo attraverso 15 punti di vista, come a sottolineare ancora un tema di estrazione stratigrafica dalla mole ingente di informazioni.

I quindici punti di vista, gli Elements, sono, secondo l’architetto olandese, i componenti base che definiscono lo spazio e la cui presenza è indipendente da chi progetta l’edificio, dal luogo in esso cui si trova, dalla storia, dalle condizioni economiche.

Questa è la forza della Biennale del 2014: aver tentato di portare il discorso sull’architettura lontano dalla sola pretesa autoriale, dalle influenze delle mode, dei riferimenti esterni, dei discorsi autoreferenziali della categoria professionale. Koolhaas prova qui a proporre dei reali punti di dialogo comune fra i progettisti, anche se in maniera indiretta, più di quanto facesse la precedente Biennale curata da David Chipperfield (Common Ground), che invece li ricercava esplicitamente.

Riesce, perciò, a fornire un forte punto di rottura rispetto alle mostre precedenti divenendo un punto di partenza imprescindibile per il futuro; chiamato a curare la mostra, Koolhaas ha preteso di poter svolgere una ricerca della durata di due anni e di presentarla per un tempo lungo: sei mesi invece dei soliti tre, come per la Biennale di Arte, dando finalmente la medesima importanza alle due mostre.

E, in continuità con la Biennale d’Arte che l’ha preceduta, curata da Massimiliano Gioni, Il Palazzo Enciclopedico, Koolhaas propone un approccio documentarista, una enciclopedia, appunto, di casi studio, di riflessioni sul corpo dell’architettura, di referenze, come un manuale ottocentesco svolto in forma spaziale.

cq_elements-windowsFoto@Chiara Quinzii

Ed è in questo svolgimento che si mostrano i limiti della scelta curatoriale.

Gli elementi scelti sono in una tale quantità che in realtà emerge più quello che manca, rispetto a quanto presente: ci sono le scale mobili, ma, per esempio, mancano i patii; il camino è mostrato come elemento per riscaldare la casa, cucinare, aggregare le persone, ma mai si accenna a come, invece, l’architettura abbia spesso cercato di raffrescare gli ambienti, più che scaldarli. E, così, non sembra possibile che per parlare di tetti possano essere presi ad esempio solo alcune particolari coperture cinesi, sfocianti poi nelle moderne a guscio strutturali.

E’ come se Koolhaas ci presentasse farina, uova, zucchero e burro dicendoci: questa è una torta. Quello che manca è il passaggio che, poeticamente, trasforma gli ingredienti di un piatto, in una pietanza.

Gli elementi di Koolhaas sono un tentativo gelido di vivisezionare l’architettura, senza mostrare il vero lavoro di un architetto, cioè quello di progettare una qualità dello spazio, grazie all’assemblaggio di questi, e di moltissimi altri, elementi.

D’altra parte, non volendo parlare direttamente della qualità dello spazio, sarebbe stato interessante ritrovare nell’allestimento almeno quelle stesse emozioni che il curatore condivide nel testo introduttivo all’esposizione, frutto di un racconto molto personale sul suo rapporto con gli elementi dell’architettura.

In questo senso il lavoro di Davide Rapp, Elements, esposto all’inizio del percorso principale, riesce a raccontare, con una estrema raffinatezza, il rapporto empatico che si crea fra le persone e lo spazio: attraverso un serrato montaggio di centinaia di spezzoni cinematografici, ci si perde in un mondo dove i Fundamentals sono realmente gli elementi che restituiscono un’emozione a chi vive nell’architettura, cioè noi tutti.

Rapp fornisce un breve momento di rottura rispetto al tentativo di rendere oggettiva una disciplina che può solo essere soggettiva, anche perchè, non essendoci progresso nell’architettura (e nell’arte, come sottolineava Gio Ponti), non è possibile ricondurre la narrazione dell’architettura alla sola evoluzione di sistemi tecnologici, come pare invece fare Koolhaas.

Elements of Architecture, dunque, manca dell’elemento per eccellenza dell’architettura: lo spazio. In questo senso assomiglia molto alla X Biennale, curata da Richard Burdett, che si configurava come un accumulo di studi e ricerche sulla città, ben lontana, dunque, dal risultato raggiunto nel 2010 da Kazuyo Sejima, la cui mostra era un continuo avvicendarsi di investigazioni spaziali costruite.

Qui, invece, l’allestimento è didascalico, quasi forzatamente: attorno ad ogni stanza espositiva, se ne possono osservare altre, buie, con i materiali non usati in vista, come un continuo work in progress. E’ come se Koolhaas, dopo aver svelato gli elementi, tecnici, dell’architettura, volesse mostrare il dietro le quinte dell’allestimento stesso, per sottolineare il lavoro sporco dietro l’esposizione veneziana.

E’ per questa ragione che, forse, il vero obbiettivo del curatore non sono i professionisti, ma bensì i non addetti ai lavori, che qui possono iniziare a prendere confidenza con l’architettura, resa digeribile perchè scomposta in tanti bocconi più piccoli.

cq_elements-escalatorsFoto@Chiara Quinzii

Barbari all’Arsenale

Diverso è l’approccio al secondo estratto stratigrafico, osservabile lungo le Corderie dell’Arsenale: Monditalia. Qui la curatela di Koolhaas è diventata una sorta di tutela, delegando molta parte del lavoro a Ippolito Pestellini Laparelli, associate dello studio OMA.

E’ così possibile notare una differente maniera di intendere la ricerca, una differenza quasi generazionale: mentre in Elements Koolhaas sviluppa una ricerca accademica (nel senso di svolta con una università), culturalmente legata ad una modalità tipica del ventesimo secolo, in Monditalia è parso di vedere gli stessi pregi e difetti della divulgazione culturale contemporanea.

Lo scrittore Baricco, nel suo Saggio sulla Mutazione, del 2006, definisce ironicamente Barbari coloro che stanno progressivamente sorpassando i dettami della cultura romantica, che dall’Ottocento è sfociata fino ai nostri giorni: i nuovi barbari fanno della cultura un sommarsi di informazioni, da navigare superficialmente e non in profondità, privilegiando le connessioni fra le stesse informazioni (anche apparentemente flebili), piuttosto che il lungo e paziente studio su un unico argomento.

E questo è ciò che avviene in Monditalia: un sommarsi di innumerevoli progetti, media differenti, riferimenti al limite del caotico. Come un sito Tumblr, non viene assolutamente ricercata una coerenza fra queste informazioni, il filo narrativo che le lega è sottilissimo e chiaramente parziale, personale: ogni singolo progetto presentato ha interessanti potenzialità, che rimangono inespresse a causa di una enorme quantità di dati, impossibile da discernere completamente.

cq_monditalia-dance biennaleFoto@Chiara Quinzii

Fra questi progetti alcuni tra i meglio riusciti, che riescono a catturare maggiormente l’attenzione sono, forse, sette:

Theaters of Democracy, dello studio XML, che indaga sulle forme architettoniche tipiche delle assemblee politiche, nella storia;

99 Dom-Ino, di Space Caviar, che mostra una sorta di declinazione del progetto di Le Corbusier, attraverso 99 esempi di edilizia italiana;

Countryside Workship, di Matilde Cassani, che, attraverso due grandi immagini lenticolari, riesce ad animare il vuoto urbano ritratto nelle foto;

Radical Pedagogies, di Beatriz Colomina con gli studenti PhD della Princeton University, che mostra, con estrema enfasi, l’effettivo approccio pedagogico, didascalico, della Biennale;

Z! Zingonia, mon amour, dello studio Argot ou La Maison Mobile + Marco Biraghi, che danno l’impressione di sfondare gli spazi bui dell’Arsenale, con tre grandi lampade-lucernari;

Italian Limes, dello studio Folder, che studia il concetto di confine mobile, lungo i ghiacciai delle Alpi.

In Monditalia, al contrario di quanto avviene nel Padiglione Centrale, è l’allestimento generale a prendere il sopravvento rispetto ai contenuti ed, in effetti, presenta alcuni momenti poetici, che riescono a dare un senso allo spazio lungo le Corderie: sono gli inserti costruiti per ospitare le performance degli artisti legati alle Biennali Danza, Musica, Teatro e Cinema. Qui il flusso di informazioni, ancora sovrabbondante (oltre ai singoli progetti è presentata una lunghissima carrellata di film storici ambientati in Italia), si interrompe per accogliere delle pause e permettere ai visitatori di godere dei movimenti e delle parole degli artisti, che si esibiscono in piccoli palchi, contornati da passerelle, sulle quali è possibile avere molteplici visioni delle performance.

E’ come se lo spazio prendesse vita, finalmente, mostrandosi nella sua essenza reale: non solo studi e ricerche, quindi, ma una sensazione che si riesce a sentire sulla pelle e che riporta a quello che dovrebbe essere una mostra di architettura: un esperimento sul vuoto, una qualificazione dello stesso.

dt_monditalia-dance biennale Foto@Diego Terna

Manuali di storia

Absorbing Modernity 1914-2014, infine, è il tema che Rem Koolhaas ha assegnato ai padiglioni nazionali e, come forse si sarebbe potuto immaginare, ha portato, in generale, ad un approccio storicista, ancora basato sulla raccolta di documenti e testimonianze di un vicino passato.

Molti padiglioni hanno provato, allora, a ripercorre i passi della modernità, con uno sguardo all’indietro, divenendo gli scrigni tridimensionali di corsi di storia locali: a causa della forte curatela imposta dall’architetto olandese, pochi padiglioni hanno esposto una ricerca sullo spazio o tentato di restituire una sperimentazione su di esso; molti padiglioni hanno deciso per un lavoro di ricerca documentale, sottraendosi dal parlare del futuro, come temendo di non poter giustificare le proprie scelte curatoriali.

Ne emerge, appunto, il ritratto di un mondo intimorito di prefigurare il proprio futuro, quasi in attesa di risposte da una crisi indefinita, che cerca di ricostruire delle certezze, che, però, paiono diventare delle zavorre, più che delle utili riflessioni, necessarie per immaginare il proprio domani.

E’ per questa ragione, allora, che molti padiglioni individuano una via, molto simile all’approccio OMA, che è quella di parlare d’altro, di far intervenire molte differenti discipline come a supportare un’arrancante architettura, che non riesce a giustificarsi da sola, ad esprimere il proprio valore, se non aggiungendo dati, informazioni, referenze esterne allo spazio architettonico.

In tal senso il Leone d’Oro è assegnato al Padiglione (quello coreano, curato da Minsuk Cho) che è riuscito, meglio di altri, a raccontare una storia eminentemente politica, in cui l’architettura è un pretesto per parlare, anche, d’altro. E per far questo si affida, come espresso dalle parole del curatore (It’s not only about architecture: among 39 of them, only 19 are architecture, urbanists, architecture theorists and people from our display. The rest is all through different disciplines such as art and filmmaking), a studi e ricerche che lambiscono, appunto, solo tangenzialmente l’architettura; dato confermato dalla giuria: It is research-in-action, which expands the spatial and architectural narrative into a geopolitical reality.

In effetti si nota una chiara ambiguità nell’esposizione e nella domanda, inevasa, se sia l’architettura ad aver influenzato la società civile o viceversa. E’ un’ambiguità che mantiene l’equilibrio del padiglione, perchè permette di perdersi entro le immagini monumentali della Corea del Nord o nelle caotiche della Corea del Sud, o, ancora, nel racconto del limite di confine tra le due nazioni, senza necessità di analizzare la qualità dello spazio progettato.

Si insinua, insomma, l’idea che la Corea, nella sua totalità, possa essere vista come lo sviluppo di due universi forzatamente paralleli: come nata da una riflessione di Philip Dick (quando racconta dei futuri alternati), pare una questione destinata ad una speculazione quasi filosofica, più che architettonica.

Ciò che risulta di estremo interesse, allora, è l’ipotesi di osservare la nazione coreana come un luogo di unitarietà e non di divisione, descrivendo l’architettura come una declinazione di situazioni sociali e politiche. Invece di spezzettare l’architettura nei suoi elementi fondamentali, qui è possibile osservare una suddivisione di discipline che influenzano lo spazio e che vengono, contemporaneamente, influenzate dallo stesso.

cq_german pavilionFoto@Chiara Quinzii

Nei Giardini si possono notare, comunque, approcci differenti, che riescono a declinare la richiesta di Koolhaas in una visione architettonica più propositiva:

– il padiglione del Belgio, che costruisce uno spazio di una leggerezza entusiasmante, con sottilissimi frame metallici bianchi ad accompagnare il percorso espositivo, nel quale la modernità assorbita è data, ironicamente, dalla presenza di alcuni frigoriferi casalinghi lungo il muro del padiglione;

– il padiglione del Bahrain, dove la storia e i documenti che la testimoniano acquisiscono tridimensionalità, divenendo una gigantesca libreria cilindrica, che pare attirare i visitatori in un turbinìo di parole e suoni;

– il padiglione del Marocco, nel quale è possibile apprezzare l’esperienza di un differente modo di camminare, a seconda delle pavimentazioni (la sabbia crea un momento di lieve straniamento, nel passaggio da duro al soffice) e di una visione verso l’alto inedita, fatta di una proiezione sulla totale superficie dello spazio;

– il padiglione della Tailandia, che crea un’atmosfera magica e misteriosa;

– il padiglione serbo, con un suggestivo dialogo fra il buio esterno e la luminosità interna;

– il padiglione tedesco, che ricostruisce una villa privata negli spazi del padiglione stesso, creando un effetto quasi irreale fra intimità e pubblico.

Un ultimo padiglione desta interesse e si trova vicino a piazza San Marco, nel Palazzo delle Prigioni: è il padiglione di Taiwan, che pare riportare agli esperimenti dei radicali italiani degli anni 70, con micro-architetture colorate inserite nell’edificio storico, piccoli spazi emozionanti che raccontano singole vicende tipiche di usi domestici.

E’ come se qui l’architettura si scomponesse non negli elementi Koolhaasiani, ma, bensì, nelle azioni che definiscono degli ambienti, riuscendo a riportare l’interesse della ricerca spaziale sulle persone, su chi, in effetti, gode della qualità dell’architettura.

Viaggio in Italia

Come per i Fundamentals di Koolhaas, la Milano di Cino Zucchi non è altro che la storia, i riferimenti, l ‘essenza intima dello stesso Zucchi come architetto. E ‘ una sua personale, insomma, chiaramente visibile negli omaggi a Caccia Dominioni, Asnago e Vender, Gardella.

In questo senso, la modernità di Milano non è altro che il palinsesto entro il quale l ‘opera di Zucchi si esplicita. Per questo può essere degna di interesse: perchè, in fondo, non racconta altro che una storia intima di un architetto, che lui stesso decide di rendere pubblica.

La parte di esibizione di architetture costruite, render, disegni e filmati non fa altro che proseguire lungo questa strada: come nella parte dedicata a Milano, qui non c ‘è curatela, a meno di non chiamare curatela la redazione di un lungo elenco di opere.

Zucchi ha semplicemente avuto la necessità di raccogliere materiale per poter giustificare un allestimento ben progettato e costruito: che nelle foto presentate ci fossero state delle opere di architettura o delle nature morte, poco sarebbe cambiato.

E questo è chiaro dal fatto che non esistono didascalie: sarebbe impossibile immaginare una persona che non conosca perfettamente ognuna delle decine di immagini scelte e che per questo faccia un delirante avanti-indietro tra il pannello all ‘ingresso (con le didascalie) e le fotografie.

Gli stessi disegni esposti nella quadreria perdono buona parte della loro potenza, incorniciati e disposti come se fossero esposti in un ambito domestico, diminuendo drasticamente l’aura che li ammanta quando invece vengono presi singolarmente come spunto per parlare del futuro dell’architettura italiana.

Il lavoro di Zucchi a Venezia, insomma, fa pensare alla casa di Soane a Londra: un catalogo infinito di opere esposte, che nessuno può ricordare con esattezza, perchè messe in secondo piano dallo spazio prepotente (e in quel caso magnifico) costruito dall ‘architetto inglese.

dt-italian pavilionFoto@Diego Terna

 

Basato su un articolo pubblicato sulla rivista C3 Magazine n.360.

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