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Beati i timidi – di Marco Ermentini

Beati i timidi

La timidezza è una scelta storica, una reazione alla società violenta in cui siamo costretti a vivere. Non è un difetto bensì una virtù, un dono dello spirito che ha a che fare con la dolcezza interiore. Per l’architetto, spesso affetto dall’arroganza e dalla prepotenza di voler lasciare il segno indelebile del proprio io, è molto difficile essere timido.

Questo è evidente nella perplessa biennale. Forse si dovrebbe comprendere che la grande rivoluzione in atto comporta che l’architetto da guaritore dei luoghi (con tutto l’armamentario del moderno) diverrà curatore dei luoghi dell’abitare. Ciò significa che dalla tradizionale idea ottimistica di guarigione si passerà all’idea problematica di continuità curativa. Essa implica di imparare ad assistere, cioè stare accanto ai luoghi con pazienza, intelligenza e grazia; in poche parole si passa dalla terapia alla cura.

Così agire timidamente vuole dire lasciare essere l’altro quello che è. Vuole dire trattare con dolcezza anche i ribelli, e ciò non comporta impotenza ma apertura verso l’altro. Così la timidezza è feconda. Questo non vuole dire non fare niente ma fare in modo più intelligente e cauto. L’essenza è la semplicità, allora si potrà fare ogni cosa facilmente e gioiosamente.

Conclusione: beati i timidi che sono capaci di abitare il mondo con delicatezza.

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