Periodizzazioni e classificazioni – di Guido Aragona

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Hans Hollein fu un architetto la cui carriera non è facilmente etichettabile. I coccodrilli dei giornali l ‘hanno classificato come postmoderno, dal momento che l ‘apice della sua carriera fu negli anni ’80, nel pieno di quel periodo in cui la postmodernità andava per la maggiore, e di cui lui fu indubbiamente un protagonista.

Ma tale classificazione, come molti hanno notato, è insoddisfacente. Hollein si direbbe, nel complesso della sua attività, una sorta di ornitorinco, per riferirsi ad uno scritto di Eco mirato ad esaminare questioni legate alla classificazione. Sempre che non lo si voglia annoverare, più comodamente, fra gli opportunisti buoni per tutte le stagioni. Ma quest ‘ultima ipotesi contrasta con lo spessore e l ‘originalità che appare esaminando il suo lavoro.

In ogni caso un problema di sua classificazione c ‘è, nel tenere unito l ‘Hollein affermato Pritzer Price modaiolo degli anni ’80, con il giovane architetto radicale (certamente più apprezzato dalle parti di PresS/Tletter) in un ‘unica coerente figura.

Provo allora a fare un ‘ipotesi, partendo dal fatto che molti architetti radicali degli anni ’60 cavalcarono poi il post-modern: in realtà, la cosiddetta architettura radicale, era già post modern sul piano della visione del mondo. Sicche Hollein in realtà o come altri, non ha fatto altro che sviluppare coerentemente una ricerca, che invece, da un punto di vista classicamente modernista, può essere spiegata solo con l ‘opportunismo, o una nuova ritirata dal movimento moderno, questa volta non solo italiana.

E farei anche un ‘altra ipotesi più generale: la demonizzazione del post modern e di tutto ciò che sfugge ad una visione di fatto messianica del progresso moderno non consente di esaminare con serenità la storia (cioè la ricostruzione di ciò che gli uomini hanno fatto nel passato ) nel suo insieme.

Credo che una storia (una ricostruzione storica) non possa mai essere univoca al punto da escludere come puramente negativi alcuni fenomeni trattati. Credo anche che non si possa fare ricostruzioni giuste facendo rientrare i fatti in periodi troppo omogenei secondo dialettiche storiche schematiche.

In ogni tempo si intrecciano, in realtà, più tempi sfasati in diverse parti. La storia è come un grande albero in cui allo stesso tempo coesistono rami diversi, filoni diversi che variamente si intrecciano. Sempre che non sia proprio una foresta vivente.

Ciascuno di noi, come i personaggi nella parabola indiana ripresa da Rumi, tastando al buio un animale sconosciuto, individuerà una disegno storico, periodizzazioni, cesure, ipotizzando una certa figura, che tuttavia non sarà giusta derivando da punti di vista parziali.

Fuor di metafora credo sia un buon esercizio allora mettere in discussione le periodizzazioni e le classificazioni storiche usuali, per illuminare diversamente i fenomeni; nel nostro campo, in particolare, certi schemi del filone storiografico Pevsner-Giedion-Zevi ecc. E ‘ stato fatto, ma forse non abbastanza in profondità. Forse senza la grande capacità di coloro che tali schemi da mettere in discussione costruirono.

E ‘ un processo normale: ogni generazione pensa al passato in modo diverso. Non si scrive mai la storia una volta per tutte.

A me ad esempio ha sorpreso positivamente l ‘idea di LPP di prendere il 1956 come data di riferimento di inizio di una nuova fase. Avevo sempre collocato quella cesura, in modo più canonico, intorno alla metà anni ’70 (poco dopo la prima crisi energetica, la sconfitta USA in Vietnam, la demolizione di Pruitt Igoe ecc.). Ma la sua ipotesi funziona meglio. Soprattutto se si volesse ipotizzare che le avanguardie artistiche ed architettoniche degli anni ’60 siano state non tanto un ‘estate indiana della modernità, quanto un inizio di una nuova fase, successiva e che in qualche modo rimanda a quella categoria non soddisfacente, troppo connotata e discussa eppure non ancora eliminabile: post moderno. Che dovrà un giorno essere ben storicizzata in altri termini.

Altro tema attinente a questo riguarda etichette di genere che vengono a scopo pubblicitario attribuite dalla pubblicistica ad opere e artisti, non solo in campo architettonico (un confronto parallelo interessante potrebbe essere quello della musica pop), e che falsano poi la percezione critica dei fenomeni stessi. Ma di quello parleremo magari un ‘altra volta.

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