Nuova Zelanda alla Biennale: L’ultima, la più solitaria, la più amata – di Alessandro Melis

3FJMT + Archimedia, Auckland Art Gallery – Toi o T─ümaki
photo source: http://ad009cdnb.archdaily.net/

Lo studio Mitchell & Stout è al numero 35 di High Street, nel CBD di Auckland.

Qui incontro David Mitchell, direttore creativo della prima mostra nazionale della Nuova Zelanda alla Biennale di Venezia, scelto dall’NZIA attraverso un concorso nazionale. Last, loneliest, loveliest si terrà a Palazzo Pisani ed è un evento storico per una nazione che conta 4,5 milioni di abitanti. Sarà per la moderata pressione dei media e delle istituzioni o per la distanza siderale che ci separa dall’Europa e dalla politica travestita da architettura o altro, ma David, la versione kiwi del nostro Cino Zucchi, non sembra interessato a fare proclami di militanza architettonica e, soprattutto, non sembra dover rendere conto a nessuno. Cio’ nonostante la sua posizione sui fondamentali di Koolhaas è controcorrente. Forse ha ragione o dice Mitchell – ma è più complicato di così”. Se infatti il problema è la perdita delle identità in favore di uno stile contemporaneo indistinto e ubiquo, in Nuova Zelanda avviene esattamente il contrario: “Qui convivono l’architettura europea e quella del Pacifico, spesso anche nello stesso edificio. In particolare l’architettura del Pacifico ha acquistato un ruolo distintivo in Nuova Zelanda soltanto nel corso dell’ultimo secolo, con il declino dell’influenza inglese. Fino a cento anni fa tutti gli architetti neozelandesi erano europei. Oggi la nuova Art Gallery di Auckland o la chiesa di cartone di Shigeru Ban, a Christchurch, sono un esempio di reinterpretazione delle architetture del Pacifico.

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È questo il tema del vostro padiglione?

Si. Con la costruzione di questi nuovi edifici non c’è stato momento migliore per concentrarsi sull’architettura del Pacifico in Nuova Zelanda, e di affermare che la modernizzazione non preclude la differenza.

Quali sono le differenze tra queste architetture?

A differenza dell’architettura europea, che è essenzialmente massa, pietra, mattoni, cemento, l’architettura del Pacifico è leggerezza. ├ê fatta di esili pilastri, travi leggere, pannelli e grandi coperture svettanti.

Immagino che cio’ si debba anche alle caratteristiche climatiche dell’area geografica caratterizzata da minori sbalzi delle temperature, mitigate dalla presenza degli oceani e dalla presenza di venti.

Si, inoltre l’architettura europea è pensata per essere permanente. Si basa sulla rigidità, sulla resistenza, sulla massa termica e sul peso. Mentre l’architettura del Pacifico è resiliente per definizione, provvisoria e si basa sulla ventilazione naturale. Per questo non ha un valore storico duraturo. ├ê una tradizione, nata presumibilmente a Taiwan, che si è diffusa in tutto il Pacifico attraverso successive ondate migratorie, l’ultima delle quali, circa ottocento anni fa, ha portato agli insediamenti nelle Hawai e in Nuova Zelanda.

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Quali sono gli aspetti tecnologici?

L’uso complesso dei materiali leggeri per le imbarcazioni dei navigatori del Pacifico, il legno per gli scafi, i tessuti delle vele e i loro sostegni. Puntoni piuttosto che capriate. Non è stata la mancanza di materiale lapideo o l’incapacità di lavorarlo a determinare le caratteristiche delle costruzioni di quest’area geografica. La pietra vulcanica era disponibile in abbondanza. I Maori, per esempio, ne facevano largo uso, ma solo nella costruzione degli elementi basamentali e nella scultura. Essi, dunque, hanno portato con se’ la propia architettura, come si fa con ogni altra forma di linguaggio, adattandola, naturalmente, al nuovo ambiente. L’impermanenza faceva parte di quella cultura.

Quali sono le altre aree di influenza dell’architettura del Pacifico?

Tra le tante, la costa est dell’Australia, a nord di Sidney e, naturalmente, le isole del Pacifico come Samoa. L’architettura giapponese, in particolare, appartiene culturalmente alla tradizione del Pacifico. E’ proprio dal Giappone che questo tipo di costruzioni si sono diffuse lungo la costa ovest degli Stati Uniti ed in California in particolare.

La nostra mostra alla Biennale riguarda questa architettura, non perche sia l’unica che pratichiamo, ma perche per molto tempo è stata trascurata storicamente. Noi stessi pratichiamo una forma di cross-over architecture in cui elementi di provenienza diversa convivono pacificamente.

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1 Comment

  1. Enrica 10/05/2014 at 13:34

    Pacifica, leggera impermanenza

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