Relazioni_ di Grazia Maria Nicolosi

Abstract di un saggio pubblicato su Dell’osso Riccardo, Teoria del progetto ipogeo tra infrastrutture e waterfront, Maggioli, Santarcangelo di Romagna (RN), 2013

Quando si pensa ad una opera di architettura, benche, ciò che più frequentemente sovviene alla mente, sia l ‘immagine di un ‘architettura costruita, di superficie, presente, corporea, da subito percepita e la cui configurazione è imprescindibilmente legata all ‘ambiente in cui essa nasce, parallela ad essa ne esiste una più discreta, in negativo, scavata, ipogea, un ‘architettura introversa, da scoprire che del vuoto ne fa la propria matrice. L ‘opera d ‘architettura inizia ad assumere una dimensione duale, un riflesso, possiede un ‘antitesi. Per di più, nel momento in cui inizia a prendere┬¡┬¡ forma all ‘interno di un luogo o anche quando non è realizzata, ma appartiene alla dimensione creativa del progettista, istantaneamente, consapevolmente concepite o anche in maniera inconsapevole, hanno origine impercettibili traiettorie che si articolano nello spazio, visuali prospettiche e geometriche che lo pervadono, contrasti, corrispondenze tra l ‘opera e il territorio attorno. La sola presenza dell ‘opera d ‘architettura modifica lo stato di cose del suo intorno.
I luoghi in cui le relazioni prendono forma sono spazi in trasformazione. Sono luoghi che gli ecologi, volendo attuare un parallelismo con il mondo naturale, definiscono ecotoni, aree di grande forza, ambienti di transizione, naturali o antropizzati, tra due diversi sistemi – laghi e foreste, boschi e fiumi, terraferma e mare. I due ambienti limitrofi si toccano, creano osmosi, scambiano energia. Eugenio Turri scrive del confine permeabile1 tra la città nomade e la città stabile. Il Sahel, orlo meridionale del Sahara, significa letteralmente “sponda” o “bordo” ed è il luogo ove il vuoto del Sahara, abitato dal nomade, incontra la città. Analogamente in uno scenario in cui lo spazio d ‘architettura è contatto tra spazi eterogenei, esso acquisisce infinite conformazioni, ed elementi quali – soglie, limiti, porosità, vuoti, diaframmi – diventano indispensabili interpreti delle relazioni tra le parti.
Nell ‘architettura classica il punto di contatto tra l ‘edificio e il terreno avveniva attraverso il basamento. Nell ‘architettura contemporanea il basamento ha una diversa connotazione diviene punto di unione tra spazio costruito e spazio urbano. Non è solo l ‘elemento dal quale si innalza l ‘edificio, ma diviene esso stesso spazio dell ‘abitare, in cui accogliere funzioni, con cui creare architettura. E ‘ il tipo di relazione tra il mondo al di sopra e quello al di sotto a creare configurazioni formali in cui la terra è sollevata, plasmata, piegata o incisa. Così, il suolo acquisisce una nuova conformazione, è lavorato, manipolato, plasmato e di esso non si guarda solo la superficie ma è necessario interpretarne lo spessore, la sezione generatrice. Ogni configurazione formale che ne deriva è legata alla volontà o meno di rivelare all ‘esterno l ‘opera d ‘architettura generata al di sotto, totalmente o parzialmente sommersa. Le occasioni per confrontarsi con il mondo emerso sono infinite, elementi che puntualmente affiorano in superficie facendo del mondo sotterraneo una sorta di caverna, o superfici totalmente sventrate che rendono il vuoto una cavità e l ‘edificio ipogeo in parte o pienamente visibile all ‘esterno; o ancora il sottosuolo diviene occasione per costruire reti, labirinti, luoghi collettivi. La F┼æv├ím ter, una delle dieci stazioni della nuova linea metropolitana che collegherà il sud di Budapest al centro città, progettata dal gruppo Spora Architects, ne è un esempio. Una serie di travi intrecciandosi tridimensionalmente crea, lungo i tre livelli di cui è costituita la stazione, una fitta tela simile a una struttura ossea, un pozzo di luce attraverso cui nasce la dialettica tra il mondo al di sopra e quello al di sotto.
Segue invece una logica diversa Il Kitakami Canal Museum del giapponese Kengo Kuma. Qui, l ‘architetto, coerente con la volontà di cancellare l ‘architettura, come lui stesso scriverà in seguito, crea una passerella pedonale che trova il proprio inviluppo all ‘interno dello spazio sotterraneo e che, avvolgendo l ‘edificio stesso diviene parte dell ‘architettura.
Se poi la linea di terra non divide una presenza da una assenza – il pieno dal vuoto – ma separa due vuoti espressione di spazi differenti, la dialettica natura-artificio acquisisce maggiormente caratteri di ambiguità. Scavando, l ‘architettura si appropria della natura, è contenuta dalla terra ma allo stesso tempo permette alla medesima natura che ha conquistato, di riappropriarsi del suo spazio in superficie. Entrambi gli ambiti sono espressione del vuoto. Uno di un vuoto che nasce dal fare spazio, l ‘altro che ha origine dal lasciare spazio2. Una sorta di inversione tra gli spazi. Sopra lo spazio abitato, attraverso il vuoto, la natura ha finalmente riconquistato il suo posto ed è questo il momento in cui, volendo indagare la percezione dialettica figura-sfondo, la forma dell ‘architettura e lo sfondo – il paesaggio – coincidono. Per le sue opere, immaginate o realizzate, Emilio Ambasz si basa su un ‘idea di architettura che privilegia il vuoto e l ‘atto dello scavare piuttosto che indagare ciò che è posto sopra la terra. Spazi ipogei, incisioni del terreno, forme archetipe affiorano dalla terra nel Lucille Halsell Conservatories a Sant ‘Antonio nel Texas, e l ‘architettura ipogea diviene manifestazione massima della dicotomia tra natura e artificio.
Altro è il caso in cui il punto di contatto non è una linea di terra, e neanche la pelle dell ‘edificio, filtro tra lo spazio interno ed esterno, ma è il confine di una città. Steven Holl nel suo tredicesimo opuscolo sull ‘architettura, Edge of a City, scrive: ┬½il bordo di una città è una regione filosofica, dove paesaggio naturale e urbano sono sovrapposti, coesistenti senza scelta o aspettative. Queste aree richiedono visioni e progetti per definire un nuovo confine tra l’artificiale e il naturale┬╗3. Nel caso dell ‘architetto statunitense il margine è la periferia della città e la natura è il paesaggio rurale, nel caso della relazione liminare città-acqua, il bordo è il profilo del waterfront e l ‘elemento naturale, l ‘acqua. Il bordo diviene occasione di sviluppo di relazioni urbane che trovano la propria espressione nel contatto tra la linearità del tracciato costiero e l ‘entroterra della città e che da un punto di vista culturale rafforzano l ‘identità di quella città che ha fatto della sua vicinanza all ‘acqua la propria caratterizzazione. Creare relazioni tra la città e il suo fronte significa anche comprendere il ruolo che l ‘infrastruttura possiede all ‘interno del tessuto urbano e significa riqualificare ambiti, quali porti o aree dismesse, divenute ormai parti integranti dell ‘ambiente urbano. Essendo il bordo, uno spazio di transizione, un intervallo tra parti, un ulteriore spazio tra due spazi o ancora una sequenza di spazi, sviluppandosi in maniera graduale attraverso trasparenza, traslucidità e ombre genera un continuum dinamico.
All ‘interno del bordo vi è l ‘incontro tra elementi di differente consistenza fisica l ‘uno espressione di solidità e artificio – l ‘architettura -, l ‘altro di dinamicità – la natura. Il prevalere dell ‘uno o dell ‘altro elemento ne traccia il profilo. In un caso, l ‘architettura si frammenta, si plasma, si allunga per conquistare l ‘elemento naturale, nell ‘altro è la natura a scavare, invadere, penetrare l ‘interno dell ‘architettura. L ‘estremizzazione di tale processo si traduce poi, o nella ricerca del massimo continuum spaziale cercando di dilatare il momento di unione e ridurre al minimo i margini di divisione o al contrario nella separazione netta tra artificio e natura, per cui il profilo diventa una linea e il confine non è più spazio della soglia e del dialogo ma diventa barriera, limite.
Lo spazio dell ‘architettura non è sempre caratterizzato da confini fisicamente delineati. Le relazioni che erompono tra l ‘architettura e il suo contesto o tra spazio al di sopra e spazio al di sotto, si è detto, nascono nel momento in cui la linea di divisione tra le due parti non è netta, non crea un limite ma inizia a deformarsi, si dilata creando territorio, paesaggio. Il confine stesso è luogo in cui si generano esperienze attraverso azioni soggettive e, trasformandosi da pura linea a spazio dilatato, porta con se la consapevolezza dell ‘attraversamento. Nella scala della città questo è reso attraverso aree urbane che si arricchiscono di luoghi dove infrastrutture e funzioni urbane possono convivere e in cui si crea un collegamento sinaptico tra realtà distinte, rendendo lo spazio di confine generatore di opportunità. Il carattere mutevole e aleatorio dell ‘evento ribalta la nozione deterministica dello spazio. Accade spesso che l ‘imprevisto divenga il motore con cui generare architettura, anche a scala urbana.

Note:
1. Eugenio Turri, Gli uomini delle tende. I pastori nomadi tra ecologia e storia, tra deserto e bidonville, Edizioni di Comunità, Milano, 1983, p.193.
2 . Martin Heidegger, L ‘arte e lo spazio, Il Melangolo, Genova, 1979, p. 27.
3. «The edge of a city is a philosophical region where city and natural landscape overlap, existing without choice or expectation. This zone calls for vision and projections to delineate the boundary between the urban and the rural». Steven Holl, Pamphlet Architecture 13: Edge of a City, New York, Princeton Architectural Press, 1996, pp. 9-10.

 

DATI PERSONALI:
Nome: Grazia Maria
Cognome: Nicolosi
Data e luogo di nascita: Catania, 29/07/1985
Professione: Ingegnere – architetto

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