Il progetto di riuso nel Complesso delle ex Murate a Firenze _ di Maria Silvia D’Avolio

Testo inedito

Sin dalla sua nascita, avvenuta intorno alla fine del Settecento, si è iniziato a discutere sulla corretta interpretazione della parola restauro. Nell ‘ambito del restauro architettonico si sono susseguite scuole di pensiero completamente discordanti tra loro: con un Viollet Le Duc portavoce del restauro stilistico, e quindi del ripristino dell ‘edificio in uno stato che può non essere mai esistito, e un Ruskin romantico, al punto da desiderare la morte lenta dell ‘edificio.
In Italia, probabilmente proprio per la ricchezza del patrimonio architettonico presente sul territorio, si è assistito allo sviluppo di numerose scuole di pensiero. Si parte dal restauro storico di Beltrami, poi ad un ‘interpretazione meno oggettiva ma più particolareggiata: il restauro filologico dell ‘architetto Camillo Boito, che per la prima volta prende in considerazione e tutela le aggiunte alla fabbrica originaria avvenute nel corso della storia. Si passa per il restauro scientifico, sviluppato da Gustavo Giovannoni, e che rappresenta forse l ‘accezione più conosciuta di restauro, ovvero quello che richiede la compartecipazione al progetto di specialisti (chimici, geologi, etc…); fino ad arrivare al restauro critico, di Roberto Pane e del fondatore dell ‘ICR Cesare Brandi.
Secondo l ‘Enciclopedia dell’architettura Garzanti (EAG) per restauro si intende l ‘insieme delle operazioni volte a ripristinare la fruibilità di un prodotto umano che abbia subìto alterazioni dovute a cause storiche o naturali. Ma quale delle teorie del restauro si avvicina maggiormente a questa semplice definizione? C ‘è un modo univoco di affrontare ogni tipo di degrado, su ogni tipo di edificio, per ogni tipo di destinazione d ‘uso finale? Probabilmente, a seguito di queste domande, Ambrogio Annoni sviluppò la sua teoria del caso per caso, in cui sosteneva che ogni manufatto è come un ‘opera a se stante: […] dinanzi al monumento, esso stesso è il maestro; ed ogni buon restauro – per chi studi profondamente il monumento, e lo interroghi con severità di storico, con passione d ‘artista, con amore di architetto – si determina particolarmente da se┬╣.
Resta comunque indiscusso il fine ultimo del restauro: assicurare ai posteri la fruizione di un edificio il più a lungo possibile. E se le tipologie di edifici storici da mantenere e tutelare sono molteplici, saranno giustificate molteplici strade per arrivare a quel fine: è qui che si introduce un termine rifiutato con convinzione da almeno metà delle scuole di pensiero sopraccitate, ma, per altri, di grande interesse: il riuso. In questo termine convergono due istanze: quella conservativa dell ‘esistente, e quella di adeguamento funzionale, che rientra nell ‘ambito della progettazione.
├ê in questa duplice chiave che può essere letto il recente intervento al complesso quattrocentesco delle Murate, in Piazza Madonna della Neve a Firenze. Il complesso, nato come monastero di monache di clausura e poi adattato alla nuova funzione di carcere (dal 1883 al 1985), è stato oggetto di un ‘operazione di riqualificazione urbana, in un ‘area molto centrale del tessuto urbano antico della città di Firenze.
L ‘area è stata divisa in più lotti, ma non in base alle varie destinazioni d ‘uso, perche in ogni lotto, secondo una stratigrafia verticale già iniziata nell ‘ ‘800 nel momento del nuovo adeguamento d ‘uso, sono presenti più funzioni: aree commerciali a piano terra, uffici e spazi sociali al primo piano e alloggi in quelli superiori (circa 96 nuovi alloggi di dimensioni variabili in base al numero di componenti familiari). Inoltre, sono state realizzate 2 ampie piazze pubbliche, uno spazio sviluppato su più piani adibito a museo, una strada pedonale e diversi portici pubblici. Da specificare il fatto che i nuovi alloggi sono destinati all ‘Edilizia Economica e Popolare, scelta, da parte del Comune, di grande valore sociale, contro l ‘abitudine di relegarli in palazzi enormi ai limiti delle città.
Quello delle Murate è un esemplare modello di riuso: svolto in tempi brevissimi, realizzato con una spesa complessiva di 15 milioni di euro, attento alla forma e al mantenimento di un contatto con il vecchio edificio. Sono stati mantenuti, infatti, in diversi punti dei legami con i materiali, le strutture e gli oggetti impiegati nei precedenti utilizzi: ne è un esempio la grande strada pedonale su cui si affacciano diversi alloggi. Precedentemente questo luogo era un interno del carcere, coperto da volta a botte, con un grande vuoto interno e dei ballatoi che correvano lungo il perimetro, su cui affacciavano le celle. Dovendo creare gli ingressi degli alloggi, si è ritenuto necessario aprire il soffitto per permettere una maggiore illuminazione e areazione; ma invece di creare un luogo completamente aperto, sono state lasciate delle sezioni di volta, sorrette da strutture reticolari in ferro, come memoria storica.
Il luogo così creato assume un carattere di non appartenenza a nessuna delle due epoche, pur godendo di una funzionalità, che, se si fosse mantenuto l ‘aspetto antico dell ‘edificio, sarebbe venuta a mancare. Oltre a questo aspetto di innovazione e di tutela della memoria storica, i progettisti hanno voluto sottolineare l ‘intervento con l ‘aggiunta di particolari integrati perfettamente con l ‘ambiente circostante, nonostante l ‘utilizzo di materiali o colori non conformi all ‘utilizzo storico del luogo: la strada pedonale, da antico luogo di chiusura e controllo, è stata trasformata in uno spazio libero e chiaramente leggibile nei suoi diversi usi. Le vetrate a pian terreno ospitano aree commerciali, necessariamente aperte al contesto pubblico; gli uffici al primo piano sono nettamente distinti dagli alloggi ai piani superiori tramite l ‘utilizzo del richiamo alla forma della navata, dipinta di rosso; i ballatoi degli alloggi sono stati allargati, ma conservano il ferro originale dei camminamenti e delle minuziose decorazioni.
Gli edifici sulla piazza principale, soprattutto, testimoniano la tendenza a sottolineare le integrazioni moderne, create per aumentare la funzionalità di un edificio del passato: i grandi ferri tubolari inclinati che creano movimento e permettono la realizzazione di piccoli balconi per gli abitanti, le bow windows asimmetriche dai colori perfettamente in sintonia con l ‘edificio, gli impianti di illuminazione e di scolo dell ‘acqua discreti e quasi invisibili, l ‘arredo della piazza minimale, quasi casuale e di richiamo all ‘antica presenza del carcere.
Ma il rischio del riuso è dietro l ‘angolo, anzi, è dentro la stanza; perche utilizzare gli ambienti di un edificio adibito ad una propria funzione, per creare una funzione che potrebbe risultare del tutto incompatibile con quella precedente, potrebbe compromettere la funzionalità del progetto. Un carcere è un edificio con delle caratteristiche ben contraddistinte: gli spazi devono essere piccoli e ben separati tra loro, seppure tutti in collegamento a colpo d ‘occhio, per un efficiente e veloce controllo. I moduli vengono ripetuti numerose volte con il solo obiettivo di sfruttare più spazio possibile in modo razionale, non c ‘è attenzione alle disposizioni, alle esposizioni, alle divisioni di più moduli tra loro tali da costituirne uno più grande e indipendente. Creare alloggi residenziali e indipendenti tra loro da un carcere è una scelta difficile, e anche se supportata da una progettazione capace e dalla possibilità di modificare sostanzialmente l ‘esistente, può comportare la realizzazione di edifici claustrofobici. Questa la sensazione provata ad entrare in uno di questi alloggi. L ‘idea poteva essere delle migliori: utilizzare due o più celle contigue, abbattendone i muri e pavimentando il vuoto tra i ballatoi per aumentare i metri quadri a disposizione, ma si sta abitando in delle celle. E se l ‘idea di iscrivere una poesia sulla fontana della piazza per richiamare l ‘ora d ‘aria dei detenuti era un modo per evocare lo spirito dell ‘uso passato di quel luogo, allora quegli stessi detenuti, dopo la loro ora d ‘aria seduti sulla fontana, tornano nelle loro celle.
Ma questa condizione non si deve necessariamente considerare come conseguenza dell’adeguamento di un luogo del passato, infatti vivere in case non troppo illuminate, con stretti passaggi di accesso ai piani superiori, con dimensionamento delle stanze non studiato secondo i metodi più recenti di domotica, non è una prerogativa di chi vive in alloggi nati dal riuso di carceri o conventi: è in realtà la condizione in cui si trovano molti residenti delle zone più antiche delle città. Vivere in centro significa andare incontro a disagi quotidiani causati da solai traballanti, assenze di ascensori e stanze stranamente dimensionate. Ma le case nei centri storici, nonostante questo, sono le più ambite e le più costose. Il comune ha dato la possibilità di creare alloggi in una delle zone culturalmente più attive di Firenze. Chi vive alle ex-Murate può partecipare attivamente alla vita cittadina, dormire al piano superiore degli spazi che di giorno ospitano le esposizioni dell ‘arte contemporanea, scendere in strada e ritrovarsi in uno dei mercati più antichi della città. Chi ha altre esigenze può tranquillamente scegliere di andare a vivere comodamente in periferia, con il parcheggio sotto il portone e il soggiorno esposto a sud.

1- A. Annoni, Scienza ed arte del restauro architettonico, Milano, Ed. Artistiche Framar, 1946.

 

DATI PERSONALI:
Nome: Maria Silvia
Cognome: D’Avolio
Data e luogo di nascita: 07/08/1985 Avezzano (AQ)
Professione: Architetto

Scrivi un commento