Della necessità di agire diversamente_ di Stefania Perozzo

Testo inedito

La capacità critica è ciò che ci permette di migliorarci: leggere la realtà e darle voce, mostrare i suoi aspetti più magnifici e terribili, svelando nuovi scenari e interrogativi. Il nostro è un periodo unico nella storia dell’umanità, eccezionale per i poteri che possediamo ma anche per l’abnormità delle problematiche che dovremmo riuscire a risolvere: è la complessità di tale contesto socio-economico l’imprescindibile scenario per qualunque architettura potremo immaginare, è rispetto a questo articolato sistema che dobbiamo elaborare le nostre valutazioni, con le difficoltà connaturate a questo compito. Le città e gli edifici che costruiamo, oltre a essere luoghi per le attività che abbiamo bisogno di svolgere, sono anche immagine della nostra organizzazione sociale, del progresso culturale che la nostra specie, in un luogo e in una data, è riuscita a raggiungere: siamo dunque responsabili di tutto ciò che viene costruito, di ogni porzione di spazio che offriamo e imponiamo a tutti coloro che transiteranno nelle sue vicinanze. Le città odierne sono dense di strati, tra i quali il nostro contribuito avrebbe dovuto saper nascere tenendo conto della città pre-esistente, ma anche della società contemporanea, dei suoi bisogni complessi; la città che raffigura il nostro sviluppo attuale è invece ancora composta dai medesimi pezzi, indefinitamente ripetuti: case, uffici, capannoni o grandi impianti industriali, edifici adibiti a servizi, oppure le espressioni del nostro tempo, centri commerciali e complessi multifunzionali, nei quali sempre si sommano le stesse attività, indipendentemente dalla composizione della popolazione e dall’articolazione della domanda funzionale. Lo sfarfallio, luccicante o desolante, di infinite immagini differentemente riproposte paradossalmente non offre poi risposta ai reali bisogni della cittadinanza: il nostro non è più un tessuto sociale omogeneo e storicamente radicato nel territorio, ma una popolazione multietnica, in rapido cambiamento, che ha necessità del tutto inedite, in ragione dell’eccezionalità del contesto attuale. La prima possibilità offerta alle nostre città per riscattarsi non è stata sinora sostanzialmente sfruttata: il recupero delle aree industriali dismesse è stata la grande occasione per il mondo industrializzato di sanare le problematiche che aveva generato nei suoi insediamenti, ma non siamo stati capaci di coglierla: la quantità e la posizione di questi pezzi di città, la loro distribuzione capillare nei tessuti urbani e peri-urbani avrebbero potuto far sì che questi tasselli dessero finalmente un senso al disegno generale, o almeno che ci avvicinassero a un maggiore equilibrio. La gran parte di queste aree invece è stata nuovamente votata alla cieca ripetizione, cancellando quasi sempre ogni traccia del passato industriale, indipendentemente dal suo valore e dall’importanza che questo aveva nell’idea e nel panorama di quella parte di città. E’ forse questa la nostra colpa più grave: sono stati lo sfrenato sfruttamento delle risorse, il casuale stanziamento delle singole necessità e l’assoluta assenza di una visione a disegnare il nostro territorio, il perpetrare meccanicamente sempre i medesimi processi. Nonostante ciò oggi continuiamo a ripetere gli stessi errori, ad agire senza sapere o volere interpretare criticamente il nostro tempo, astenendoci così dall’esprimere un nostro contributo, specifico e significativo, storicamente contestualizzato: continuiamo ad aggiungere residenze, uffici, centri commerciali, aumentando almeno talvolta il verde presente all’interno dei tessuti urbani o preservando qualche piccolo pezzo di tutto ciò che prima era l’essenza di quei luoghi. Non ci domandiamo se i nuovi elementi previsti siano necessari, o cosa invece avremmo potuto elaborare di meglio, anche perche il problema maggiore è come agli architetti sia preclusa la facoltà di immaginare, di proporre: solitamente essi devono dare forma a qualcosa di già stabilito, poiche si suppone che l’interpretazione delle problematiche del contesto e l’elaborazione di risposte coerenti siano compito della classe politica. Ogni architetto e ogni cittadino è chiamato però a migliorare la società alla quale appartiene, e questo gli dovrebbe essere consentito, specie quando i problemi non sono affrontati da chi dovrebbe: esistono ancora molte aree industriali dismesse e ogni parte delle nostre città, pur tutelando i centri storici e quanto di meglio abbiamo saputo costruire, è potenzialmente la città futura: sono la crisi culturale ed economica e l’urgenza di cambiamenti paradigmatici che oggi devono guidare la nostra capacità progettuale, è questa la nostra nuova occasione. In un momento di paura e impoverimento culturale l’architettura può essere concreta raffigurazione di questo cambiamento, può trasmettere una diversa visione del mondo: dobbiamo costruire città differenti, logicamente articolate, ma ci servono soprattutto immaginazione, coraggio, una profonda coscienza ambientale e tempismo. Dobbiamo rappresentare questa società, con i suoi concreti bisogni, esaltare le componenti tecnologiche che ci consentono di produrre o risparmiare energia, perche è questo il compito della nostra generazione, capire cosa è necessario fare e agire, perche non ci sarà data una seconda possibilità di preservare la Terra come la conosciamo e questo deve essere l’ obiettivo primario di ciascuno. Le città che costruiremo dovranno essere composte da edifici ben progettati, la cui ricerca formale e tecnologica sia evidentemente figlia di questo tempo, per creare appunto delle città migliori, perche troppo è stato già male edificato. Questo è il presupposto indispensabile, ma il nostro compito è ben più complesso, perche è nostro dovere ineludibile essere in grado di mettere a sistema tutte le componenti: possiamo avere cura del patrimonio territoriale, archeologico e architettonico di un’Italia così crudelmente violentata e al contempo far calare la disoccupazione, risparmiare sugli ammortizzatori sociali e sui fondi da stanziare in caso di disastri naturali, perche abbiamo bisogno di denaro da investire in nuovi progetti. Non possiamo permettere che lo stesso fattore che ha guidato il nostro sviluppo territoriale sino a oggi continui a condizionare la nostra capacità di sviluppo. Anche se esula dalle nostre possibilità di azione concreta noi comprendiamo la terribile complessità della situazione: la vertiginosa accelerazione nell’evoluzione tecnologica ha fatto sì che saperi manuali e intellettuali prima scontati e capillarmente diffusi tra la popolazione oggi siano in procinto quasi di scomparire, invisibili e sconosciuti alle ultime generazioni. Nonostante il dilagare della città e la sua perenne mutazione è poi quasi impossibile trovare una spazio dotato di una buona posizione a dei prezzi accessibili per mettere in piedi una nuova attività: è il centro storico della città italiana il fulcro del prestigio urbano, quindi non dobbiamo più investire su grandi operazioni puntuali ma usare le aree dismesse e le loro quantità per diffondere l’immagine diffusa di una città concepita per l’uomo: i luoghi che sono stati progettati per le macchine sono recinti da restituire alla città ricostruendo i disegni territoriali che hanno interrotto: dobbiamo saper allestire degli spazi nuovi rendendoli semplicemente disponibili, abbattendo la vera frontiera nell’utilizzo dello spazio pubblico, la rigida pre-determinazione della funzione. Se non sappiamo cosa realmente occorra non possiamo continuare a costruire inutilmente, perche è solo il concreto utilizzo che può far sì che uno spazio viva: noi però sappiamo come esistano infiniti talenti e potenziali lavori che devono avere un luogo nel quale esprimersi, sappiamo che persone di tutte le età hanno tempo e capacità che non sono valorizzate e che dovrebbero invece esserlo. Abbiamo bisogno di allestire degli spazi per mettere a frutto questa capacità, anche attraverso laboratori didattici, perche abbiamo bisogno di continuare a creare e a insegnare, di offrire un modo migliore per passare il tempo alle nuove generazioni, per formarle, perche è nelle loro mani che saranno le nostre città. Sappiamo che la classe politica, i fondi europei e le nostre capacità devono consentirci di mettere a sistema tutti questi elementi: dobbiamo rappresentare il nostro tempo, creare spazi in cui uomini e donne di tutte le razze ed età possano lavorare, mostrare e trasmettere le proprie conoscenze, potenzialmente vivere e coltivare la terra all’interno delle città, creando una nuova immagine della stessa: una società differente e complessa, intelligente tanto da riuscire a coniugare le proprie problematiche con le proprie risorse materiche e umane, così caparbia da riuscire a vincere ogni difficoltà. Dobbiamo renderci conto di come il tempo a nostra disposizione sia pochissimo e dell’enormità del compito che ci aspetta: i cambiamenti che dobbiamo mettere in atto sono profondi e numerosi, dobbiamo riuscire a garantire soprattutto ai futuri progettisti un patrimonio culturale che consenta loro di affrontare questa responsabilità e la capacità critica e le conoscenze indispensabili per svolgere al meglio il loro ruolo. Aspetti essenziali come la conoscenza costruttiva, la progettazione antisismica, il risparmio energetico, il rispetto del territorio e del contesto pre-esistente divengano un patrimonio diffuso e condiviso e che ci siano controlli maggiore sulla qualità di tutto ciò che costruiamo. E’ necessaria una profonda organizzazione e una grande assunzione di responsabilità: servono enti ed associazioni, progettisti e cittadini che sappiano creare un futuro migliore attraverso il loro sguardo sempre fisso sul mondo che abbiamo costruito sino ad oggi.

DATI PERSONALI:
Nome: Stefania
Cognome: Perozzo
Data e luogo di nascita: Torino, 08/06/1985
Professione: Architetto

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