Su ecologie e morfogenesi: pesci in architettura_ di Simona Pecoraio

Testo edito pubblicato su http://www.laciudadviva.org, 09/04/2013

Che il pensiero contemporaneo sia caratterizzato dalla comprensione della modernità, nel tentativo di rivedere quelli che sono stati i suoi statuti, è evidente nella pluralità di termini con cui nomina se ‘ stesso. Che mettere in crisi le relazioni tra il mondo delle cose e il mondo dell’uomo, in senso moderno, sia stato mediato dalle preoccupazioni e dalle riflessioni derivanti dall ‘ecologia, forse lo è meno, ma comincia ad esserlo nella comprensione dell ‘architettura come sistema emergente. Che il rafforzamento della dimensione genetica e generativa della forma, combinando biologia e tecnologia, sia in grado di riorientare la preponderanza di un formalismo spettacolare verso altre possibilità di comprensione della posizione dell’essere umano nel mondo, potrebbe non essere così immediato, ma si cercherà di dimostrare il contrario.
L’architettura è stata, fra tutte le parti della cultura e anche prima di definirsi come disciplina, quella che più ha elaborato una connessione tra l’esistenza dell’uomo e il suo ambiente, e non per via statutaria, ma per la specificità che è stata in grado di generare. Se si pensa al suo sviluppo nel corso del XX secolo, e senza poter ovviare le condizioni in cui è sorta -l’accelerazione sociale e culturale (rinforzata, dalla seconda metà del secolo, dallo sviluppo della società di consumo di massa), e l’accelerazione informatica (accompagnata, soprattutto negli ultimi trent’anni, dalla proliferazione di immagini)- si può notare non solo un cambiamento nei modi di produzione e riproduzione della cultura, ma anche l’emergere di un tipo di dipendenza dall ‘artificiale e un ‘apertura al virtuale, che ha trasformato l ‘esistente e ciò che si conosce come mondo.
In questa ricapitolazione accelerata, non si può evitare soffermarsi, anche se altrettanto rapidamente, su un pensiero che si è formato soprattutto dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, e che ha segnato il passaggio da un approccio funzionale e metodologico, garanzia dell ‘infallibilità del progetto moderno, a uno tipologico e morfologico, da cui si deriva una concezione dinamica -genetica- e relazionale -generativa-, rispetto al feedback tra organismi e manufatti. Si può affermare, infatti, che vi è stata una ricerca all ‘interno della disciplina architettonica, volta a comprendere la simultaneità di genotipo e fenotipo nell’azione progettuale, in sostituzione delle corrispondenze logiche, sintattiche e semantiche delle relazioni basate sulla ricerca delle similitudini tra significati e di significanti, dilatando l ‘archittetura verso altri ambiti della conoscenza e implicando una riconfigurazione del suo ruolo in un più ampio contesto ecologico. Se si aggiunge, inoltre, l’inserimento del digitale nella transizione da un approccio morfologico a uno morfogenetico, si chiariscono le derivazioni possibili a partire da ciò: la ridefinizione di un suolo complesso d ‘azione, in una rinnovata alleanza tra architettura e ecologie -sia desunta dalle relazioni dinamiche con l’ambiente, sia riferita ad una condizione dinamica della forma-; la possibilità di un approssimazione all ‘indeterminazione formale, grazie alla sua maggiore flessibilità rispetto alla variabilità di entrambe le condizioni; la possibilità di rendere visibili i processi di generazione formale, e rifondando, in questa articolazione, l’architettura come un mezzo e non come un fine.
Questa diagnosi non è casuale, ma nasce da una particolare linea di azione architettonica, che si è riscattata come tesi di dottorato, ricostruendo genealogicamente la storia dell ‘ultima parte del XX secolo fino ai nostri giorni, attraverso sei autori trattati come filogenesi: D’Arcy Thompson, Christopher Alexander, Philip Steadman, Enric Miralles, Greg Lynn e Karl S. Chu. Ne ‘ è casuale l’incontro tra di loro, visto che tra le loro opere si intravede un dialogo ricco e variato, al di là della storiografia tradizionale, che chiarisce alcune delle questioni che hanno segnato questo periodo: le influenze della biologia nella disciplina architettonica, le radici ecologiche dei metodi progettuali, la continuità tra le forme architettoniche -al di là di un senso tipologico o tassonomico-, la contingenza delle dimensioni concrete dell’azione progettuale, l’origine biologica del digitale, ed infine, il trattamento genetico della disciplina.
Ciò che invece è stato casuale, è l’incontro, nella profondità di questa ricostruzione, con una serie di pesci che sono serviti a chiarire morfologicamente, e non figurativamente, le questioni fondamentali delle relazioni tra l’uomo e i suoi spazi per l ‘esistenza, in un più ampio senso ecologico (senza dimenticare l ‘inevitabile integrazione dell’architettura nella società mediatica e spettacolare contemporanea), e a recuperare una tradizione che supera sia la razionalizzazione dei propri parametri, in termini moderni, sia l’individualizzazione delle proprie risposte, in termini postmoderni. E che ha permesso, al di là di tutto, situare una progressione nella disciplina architettonica che inizia nel XIX secolo e continua fino ad oggi, che introduce la complessità sempre crescente del mondo, senza tralasciare quella specificità di cui si parlava all’inizio di queste considerazioni -anche se con le necessarie estensioni e incursioni verso altri ambiti della conoscenza-, e che permette vedere come si risolvono all’inizio del XXI secolo, i rapporti tra vita-artificializzazione-habitat (biologia, tecnologia e architettura). Tuttavia, questo testo si soffermerà solo su questi sei autori, lasciando ad un altro momento la ricomposizione completa che è stata fatta in sede di tesi, ma ponendo un particolare accento sulla sua necessità e urgenza in questo momento.
Miralles era così affascinato dalle dita che si trasformano in pesci in un ritratto che Lorca fa di Dal├¡, che li fa emergere nella superficie della sua HafenCity ad Amburgo. Che Miralles conoscesse la teoria delle trasformazioni di Thompson si evince dal suo Concepto para una oficina de venta de Autom├│vil, dove situa la ricerca delle possibilità di trasformazione di un oggetto in un altro, non a salti ma attraverso la continuità di una deformazione. Infatti, considerando l ‘opera di Thompson come una geometria applicata al reale, Miralles apre la possibilità di riconoscere le cose, attraverso la ricerca di somiglianze, che si ricongiunge con le analogie di Steadman e le sue catene di disegni “geneticamente” collegati, in una evoluzione delle specie in un senso non strettamente darviniano.
Si sa inoltre che Alexander, e in questi termini lo riconosce anche Steadman, ha trasferito all’architettura i dettami di Thompson, e si può affermare che gran parte della sua opera si dedica a svelare la complessità della natura, estendendo le sue definizioni alla comprensione di un architettura viva, piuttosto che alla ricerca di leggi o strutture meta-storiche, come ci hanno trasmesso dai metodi di progettazione (i quali, per inciso, lui stesso aveva rinnegato). Nel suo desiderio di scoprire e descrivere le leggi geometriche e matematiche delle strutture vive, sposta le idee di Thompson da una comprensione della forma a una comprensione della natura nel suo insieme, attraverso i processi biologici, e per questo, si può evincere, anche se forse in maniera forzata, una traslitterazione dal suo ricordo di uno stagno in un villaggio giapponese, al suo progetto per un villaggio in India, che dà la possibilità di sportarci di nuovo verso i pesci volanti di Lynn, con cui ricorda le relazioni non con la massa di un corpo, ma con le forze esterne (tornando di nuovo a Thompson) per riconfigurarsi nel suo Predator, e alle soluzioni di Chu, nella manipolazione genetica, in cui il pesce riappare nella ricomposizione delle relazioni tra gli esseri umani e non umano, tra architettura e cultura.
Ma per non perdere il senso di ciò che è profondamente caratteristico dell ‘organizzazione architettonica si possono fissare due linee tra cui si muove il pensiero nella disciplina rispetto alle relazioni tra ecologie e morfogenesi, definite rispetto a una propria legge genetica interna e a su mileu: l ‘intraforma (dove si incontrano le trasformazioni che vanno dall’esterno verso l’interno), che costituisce l’autonomia dei processi di generazione e risiede nel cuore del digitale -processualità per Lynn o evoluzioni genetiche, per Chu, anche se lui direbbe di no- e che, tuttavia, potrebbe scadere in un isolamento che trascina a forza l ‘ambiente esterno, riprendendo -come stile- l’autonomia dell’architettura, e quindi non sembra possibile oggi condividerne i motivi; e l ‘extraforma (dove si ubicano le trasformazioni che vanno dall ‘interno verso l ‘esterno) che dispiega le genetiche ignee architettonice genetica, senza che sia possibile anticiparne l’esito, a meno che questo risultato non venga preso come tale e diventi metamorfico.
E allo stesso tempo, dobbiamo invocare un attore esterno, un interprete, che a partire da Miralles chiamiamo “azionatore del caos” perchè la forma si da o accade, esattamente nell ‘apprensione delle orme, tracce, forze, che di nuovo oscillano tra interno ed esterno, e allo stesso tempo, si manifesta in una riconfigurazione metamorfica che copia e trasforma se ‘ stessa, rispetto al senso della materia, in quanto organizzazione che proviene dalla biologia, e con derivazioni alla morfologia che acquisisce ruoli che non sono i suoi.
Ora che l’architettura sta riesaminando questi termini, non può farlo figurativamente, ma deve incorporare questi processi profondamente costitutivi dell ‘organizzazione della vita e delle strutture in architettura, in una analogia molto più vicina e concreta, contro la tendenza a parlare di un ‘ecologia superficiale -che continua a risolversi in termini tecnici ed economici-, e non come costitutiva dell ‘architettura con un senso profondo delle ecologie: forzare le due vie, digitale e genetica, tecnologica e biologica, permette vedere come loro stesse non possono assimilarsi al momento, ma una linea di sviluppo futuro per l’architettura è pensare a come integrarle.
E ancora, rivisitare l’architettura in quanto relazione -ecologica- tra l ‘umano e il non umano, presuppone la revisione non solo del suo ambito d ‘azione e dei suoi modi di fare, ma anche delle definizioni dell ‘uomo e le distinte forma di vita, incorporando, simbioticamente, tutte le relazioni sintomatologiche del presente, che rendono possibili i processi di trasformazione dell’ambiente, e il loro impatto sul modo in cui si sta nel mondo.

DATI PERSONALI:
Nome: Simona
Cognome: Pecoraio
Data e luogo di nascita: Roma, 03/04/1980
Professione: Ricercatrice

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