Anch ‘io, sul famolo strano – di Guido Aragona

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Mi piacerebbe intervenire approfonditamente sul dialogo che Prestinenza e Mosco hanno aperto riguardo a Zevi.

Per ora o sempre memore della massima di Camillo Boito (larchitettura è fra tutte le arti la più noiosa a sentirne parlare, anche per gli uomini culti) o non parlo esattamente di Zevi, mi limito a farmi una domanda: ma poi, della lezione di Zevi, di tante sue cose che ho letto, cosa mi è rimasto? In fondo, parecchie cose. Ma la principale è l ‘attenzione verso lo spazio.

Raramente viene rilevato che uno dei difetti di molta architettura contemporanea è che tende a lavorare molto sull’oggetto in quanto tale, e non sull’oggetto in quanto formatore di SPAZIO.

Si propone, troppo spesso, il lavoro sull’oggetto. Si critica, troppo spesso, l’oggetto. Quando si critica l’architettura pensata come SCULTURA o come OGGETTO di DESIGN, si è vicini alla giusta critica. Ma non si focalizza bene.

Può darsi che questo sia un difetto in parte causato dal modo con cui l’architettura viene mostrata nell’era della “riproducibilità tecnica”. Spesso si giudica un opera in base a fotografie dell’oggetto. Spesso, progettando, si pensa all’oggetto in relazione a queste esperienze percettive fotografiche, iconiche. E invece, è lo spazio concreto, reale, che conta. Laddove questo “spazio” non è affatto un mero dato geometrico, una res extensa tridimensionale e nemmeno quadridimensionale (nel tempo), ma nella sua dimensione vitale, reale, con le persone che ci vivono, di oggi e di domani, con manifesta nel materiale la volontà e lo sforzo delle persone che l’hanno costruito, con la luce, la pioggia, il vento, il rumore e il silenzio, hic et nunc, che non è ieri, che non è domani.

Il più grande difetto di gran parte dell’architettura contemporanea è che è oggettuale, e che questo oggetto, per di più, è formato generalmente da prodotti di serie usati in modo conforme.

L’oggetto dell’architettura, invece, non è scopo, è servo, è strumento dello spazio che genera. Questa è anche una discriminante fra una architettura violenta, idolatra – che impone un oggetto, che asservisce spazi e persone a tale oggetto, a un sistema astratto, e una architettura che invece – quand’anche sia dura, maestosa, piena e forte, – rende liberi, genera uno spazio ricco di senso, di bellezza, senza necessariamente rimandare a se stessa, anzi, quasi facendo dimenticarsi. Questa architettura buona, dello spazio, si fa un baffo della “esigenza” di “innovare”, di essere “scandalosa e scioccante”. Insomma, del famolo strano.

 

Nota sull ‘illustrazione: non c’entra una mazza col testo, l’ho fatta ieri dal mio studio: a volte appare la mattina, come una specie di fata morgana, l ‘immagine di palazzo Ceriana Mayneri (1884) di Carlo Ceppi , riflesso sulle vetrate a nastro del palazzo per uffici contiguo, progettato da Amedeo Albertini nel 1973, vagamente Kenzotangesco.

Ultimamente appare, nel vetro superiore, anche uno spigolo della ancora costruenda torre S.Paolo disegnata da Renzo Piano. O forse c ‘entra: spazio tempo architetture ecc. ecc.

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