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Meglio l’opera o la didascalia? – di Marco Ermentini

Didascalia

Percorro le sale del museo del ‘900, ho davanti un gruppo di anziani visitatori. Sono molto attenti e concentrati, ma ad un tratto mi accorgo di una cosa strana: passano gran parte del tempo a leggere con attenzione le estese didascalie che i solerti allestitori hanno piazzato proprio di fianco ai quadri appesi. Hanno difficoltà di vista e si avvicinano molto alle scritte. Poi, dopo alcuni minuti di lettura per ogni opera, la guardano distrattamente per un paio di secondi e passano subito alla didascalia successiva. Sono incuriosito e mi metto da parte ad osservare la scena. Penso: forse questo comportamento è una metafora della nostra condizione, di come non siamo capaci a rinunciare alla nostra identità per aprirci all’ignoto, all’altrove, al messaggio inconsueto e a volte inquietante dell’opera d’arte. Forse non siamo più capaci di fare come Ulisse che intraprende un viaggio rischioso e avventuroso. Forse abbiamo perso la capacità di osservare a fondo le cose e ci perdiamo nelle parole e nelle formule. Diceva Wittgenstein: ” Quelli che continuano a domandare perche sono come i turisti che davanti ad un monumento leggono la guida, e proprio la lettura della storia della sua origine, eccetera eccetera, impedisce loro di vedere il monumento”.

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