Tiramolla che voleva essere Spiderman – di Alessandro Melis

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A seguito della polemica causata da alcuni curiosi giudizi espressi dai membri delle commissioni ministeriali per l’abilitazione alla docenza, come molti altri mi sono chiesto quale iniziativa possa contribuire alla crescita di consapevolezza della drammatica situazione dell’università in Italia.

Al di là dei meriti (accademici e professionali) di molti di coloro che non sono passati e dei demeriti (ancora di più) di coloro che invece sono stati giudicati abili, resta il fatto che tutti, anche gli esclusi bravi, corteggiano l’università e sperano di entrare nel tempio. A meno che non colpiti dalla sindrome suicida di Willy Coyote, dubito che proprio i bravi, che si presume abbiano anche una certa capacità di lettura dell’ambiente in cui vivono, si siano trasformati in Mr. Magoo e abbiano pensato di partecipare ad una gara in cui il merito, e non il Gastone di turno, sarebbe stato premiato. Per cui se l’etica è il principio di base, mi scusino gli esclusi, credo che ci sia una qualche contraddizione nel desiderare di voler far parte della schiera dei Gambadilegno.

In fondo è questo l’alibi di chi sta dentro il meccanismo: se entri, devi sporcarti le mani e non puoi sputare nel piatto in cui mangi; se non entri sei quello che ci ha provato le cui reazioni si giustificano come la volpe all’uva.

Vi diranno che tutto il mondo gira così. E che se siete nati senza la camicia come Lupo Alberto, dovete legarvi a qualche cordata, meglio se massonica, oppure lavorare au pair (in senso figurato, non matematico) per un docente.

Non è vero: altrove la prestazione conta e il ruolo dell’accademico non corrisponde a quello del nobile intoccabile.

Nel mondo anglofono, per esempio, vale tendenzialmente la regola di Spiderman: a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità.

La reversibilità del ruolo, l’obbligatorietà di mantenere alti certi parametri non è pura teoria. Non credete a chi dice il contrario.

Parafrasando Roy Batty: ho visto il giudizio negativo degli studenti far sfumare brillanti carriere di figli di papà; ho visto ottimi professori rifuggire i ruoli di presidente, capo di dipartimento o preside solo per la paura di sputtanarsi; ho persino visto docenti licenziati in tronco per aver usato in modo improprio (e comunque non a proprio vantaggio), i fondi universitari o per aver intrattenuto rapporti non convenzionali con i propri studenti.

Naturalmente non è sempre così, ma la disonestà intellettuale rientra in una percentuale fisiologica.

Proviamo invece ad abbandonare il nostro status di Tiramolla e a pensare ad una resistenza passiva. Tutti gli architetti titolati d’Italia, o che presumono di esserlo, non accettino le regole del gioco, snobbando qualsiasi futuro megaconcorsonegalattico in Italia, e presentino la propria candidatura all’estero.

Secondo me l’impatto mediatico sarebbe epocale, maggiore di quello un po’ generico della fuga dei cervelli. Sono convinto che molti andrebbero a rimpolpare staff ben più prestigiosi di quelli a cui aspirano a casa propria. In più potrebbero svolgere attività di ricerca libera dalle coercizioni delle scuole di appartenenza. Ci sarebbe il dispiacere di non vedere molti dei colleghi delle università italiane nei simposi internazionali. Ma d’altra parte i ranking mondiali non contano poi tanto…

La nostra voce potrebbe risultare più forte e fastidiosa per chi resta.

La mia non è del tutto una provocazione e nasce dal fatto che la mia personale esperienza all’estero, che ha ragioni diverse da quelle della resistenza passiva, ha sortito qualche reazione interessante nel momento in cui sono rientrato.

Ho notato per esempio che l’atteggiamento di superiorità di alcuni, manifestato prima della mia partenza, si è poi tramutato in un’ostilità del tipo tu, che appartieni ad un altro mondo, cosa c’entri con noi?. Appunto, non c’entro niente. E questa è già una bella soddisfazione.

2 Comments

  1. Massimiliano Ercolani 13/02/2014 at 00:44

    …alzo il tiro, aprire una Universit├á con base europea dove la laurea viene riconosciuta, che s├▓ io, in Austria o Germania, e che quindi di conseguenza anche la nostra “itaglia” si troverebbe costretta a riconoscere? bypassando ovviamente tutta la burocrazia e la baronia italiota…

  2. alessandro melis 19/02/2014 at 10:12

    Sono d’accordo, Massimiliano. Se cascano i confini, crolla anche il sistema che non pu├▓ reggere l’impatto di una concorrenza basata su qualit├á e merito…

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