Standard in Gropius e nel Jazz – di Guido Aragona

walter you needn't

Si può definire uno standard come l ‘esemplare unico e semplificato di un qualsiasi oggetto di uso corrente, ottenuto con la sintesi delle migliori forme precedenti o questa sintesi dovrà essere preceduta dall ‘eliminazione di ogni apporto personale da parte dei disegnatori e di tutti i caratteri non essenziali

 

Questa, la definizione di standard data da Walter Gropius nel 1935 (in The New Architecture and the Bauhaus, Faber & Faber)

Proprio negli stessi anni, negli Stati Uniti, in tutt ‘altro campo in cui il principe d ‘argento operava, si venne a formare un concetto di standard del tutto differente. Era il concetto di standard in uso fra i musicisti di jazz.

Lo standard per loro non è altro che un brano musicale famoso, che tutti i musicisti che si rispettino conoscono nella sua linea melodica e armonica di base. Conoscere un ampio numero di standard non è che un pre-requisito per un buon musicista jazz (reso oggi più facile da raccolte real book, che appunto annotano unicamente la traccia melodica e armonica, la tonalità e il tempo). La bravura del musicista si esplica nel trattamento dello standard durante l ‘esecuzione, il che significa : resa espressiva, anche con alterazioni, del tema; trattamento del giro armonico, in termini di ricerca di accordi (anch ‘esse con sostituzioni o alterazioni armoniche) e di soluzioni ritmiche; esecuzione di assolo sullo standard.

In sostanza lo standard non è che un pretesto convenzionale o necessariamente convenzionale al fine di poter suonare fra jazzisti in jam session.

Non interessa ora qui considerare il fatto che gli stessi standard appartengano a loro volta a tipi musicali (es. strutture ben definite quali ballad, blues ecc.) tra loro contaminantesi, che gli assoli presentino a loro volta elementi convenzionali quali vari tipi di scale, figure o passaggi convenzionali (patterns).

Quello che m’interessa ora è rilevare che, mentre il concetto di standard come affermato da Gropius punta alla realizzazione di un prodotto industriale in serie, precisamente pre-definito e brevettabile (modello, prototipo) e privo di apporti delle singole persone, il concetto jazzistico di standard indica alcuni elementi di riferimento concettuali di base e di traccia per l ‘esecuzione. Senza esecuzione, quella particolare esecuzione, lo standard non ha alcun valore in se, se non come riferimento concettuale e aperto.

Penso che il concetto jazzistico di standard sia preferibile, e vicino a come si dovrebbe intendere il concetto di tipo. Un concetto, desueto ma a mio avviso non da buttare, che dovrebbe essere inteso come configurazione solutiva generica standard, che lascia aperto il campo alla concreta esecuzione nella sua possibile varietà, e non una sua nozione in senso archetipico e misticheggiante, proprio della scuola rossiana.

Tanto che, data la stanchezza del termine tipo e tipologia, forse potrebbe essere adottato quello di standard semanticamente più neutro sul piano architettonico, per definire un modo generale di risoluzione nelle varie situazioni (e anche a differenti scale dimensionali) entro un certo repertorio, di bagaglio comune, che poi il singolo progettista interpreta.

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