Intervista a Abda architetti_Camillo Botticini e Giulia de Apollonia – di Paolo Posarelli

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Spesso camminando trovi inaspettatamente novità sorprendenti.

E’ quello che ho pensato uscendo dallo studio Abda di Camillo Botticini e Giulia de Appolonia, due Architetti della generazione dei quarantenni con studio a Brescia e con un produzione architettonica di altissimo livello.

Se numerose sono le opere realizzate che hanno raggiunto una qualità sempre all’altezza delle aspettative, numerosi sono anche i concorsi vinti e almeno tre sono i Premi che gli sono stati conferiti nel corso degli ultimi anni, da ricordare il Premio Inarch, il Premio L.Cosenza e le segnalazione alla Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana della Triennale.

 

P.P.

Quali sono i presupposti per fare buoni progetti in Italia che è di fatto il territorio dove maggiormente lavorate?

C.B.

La riuscita di un progetto è sicuramente molto legata alla committenza, che sia questa privata o pubblica.

Per quanto riguarda il pubblico, la sensibilità dei singoli funzionari degli uffici tecnici non è assolutamente da sottovalutare, anzi, incide molto più di quanto si pensi sulla qualità architettonica che viene richiesta e quindi prodotta. In generale conta la relazione che lega progettista, committente ed impresa oltre alla possibilità di avere budget adeguati. Nel pubblico questo non avviene quasi mai.

P.P.

Parlami della tuo insegnamento al Politecnico di Milano.

C.B.

Sono professore a contratto al Politecnico e tengo un Laboratorio di Progettazione Architettonica. La ritengo un’esperienza importante, oltre che una sorta di servizio civile per l’architettura. Per me è una forma di razionalizzazione e presa di coscienza dei propri processi di elaborazione del progetto. Il confronto con le elaborazioni degli studenti costituisce una verifica e o messa in crisi delle ipotesi che il progetto richiede tra riflessione teorica e casi specifici.

P.P.

Parlami del concorso per l’ospedale di Milano.

C.B.

Il gruppo è formato oltre che da Noi da Stefano Boeri (capogruppo), C+S. E’ stata un’esperienza interessantissima anche se noi ci siamo occupati di una piccolissima parte del progetto, ovvero la centrale logistica dell’ospedale e la morgue.

L’edifico sarà realizzato in un luogo centrale di Milano in piazza dell’Umanitaria di fronte ad un progetto di Pagano. Un edificio che chiude una piazza ridefinendone i caratteri . Una quinta urbana che apre ad un cortile come nella tradizione milanese.

P.P.

Quanto ritieni sia importante l’architettura delle sottrazione in contesti urbani?

C.B.

Non so quanto è importante sottrarre, credo che sia indispensabile determinare delle condizioni urbane che abbiano qualità. Ogni luogo dev’essere compreso quindi ci sono dei casi in cui si deve aggiungere ed altri in cui si deve togliere.

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P.P.

Parlami del tuo studio. Ti sei associato solo qualche anno fa con Giulia de Appolonia.

C.B.

Sicuramente la scelta di un socio quando sei un architetto già formato non è irrilevante. Lavoriamo condividendo i presupposti fondativi e poetici del progetto. Con Giulia, nonostante le differenti strade formative, vi è una naturale sintonia sui temi che informano la definizione del progetto. Per entrambe e’ fondamentale partire dalla struttura morfologica del sito dalla sua geografia e storia, dalla sintesi della complessità funzionale e tecnica che un progetto richiede.

Di solito lavoriamo impostando i lavori insieme e poi autonomizzando successivamente lo sviluppo progettuale.

P.P.

Ho visto nel vostro sito che avete fatto tantissimi concorsi anche di dimensione notevole.

C.B.

Quando ci siamo associati la scelta di puntare sui concorsi era dettata dalla volontà di fare un salto di qualità delle opere su cui poter lavorare . Avevamo raggiunto una dimensione che richiedeva un salto di scala e di organizzazione, ma l’obiettivo era la qualità dei temi di progetto.

Abbiamo puntato su concorsi Europei, in Portogallo in Spagna, Francia adesso stiamo iniziando a farli in Germania, legandoci a partner locali. Ci interessano quei concorsi in cui l’architettura conti. Purtroppo il periodo economico ci ha penalizzato perchè di fronte ad un investimento molto grande anche con concorsi vinti non abbiamo ottenuto nuove opere costruite.

P.P.

L’internazionalizzazione della professione. Che ne pensi.

C.B.

Oggi è un processo fondamentale per continuare trovare nuove occasioni di progetto. L’Italia attraversa un periodo di crisi culturale ed economica di cui non si vede la fine. Credo che la cosa possa essere analizzata secondo due diverse scale: è fondamentale creare una rete con partner locali in altri contesti, ma allo stesso tempo, soprattutto per quanto riguarda casi extra-europei, collaborare attraverso operatori economici di grandi gruppi che garantiscano l’operato del progettista.

P.P.

Mi dai tre parole per definire il tuo lavoro di Architetto.

C.B.

Specifico, aperto, complesso.

Un architetto deve essere Specifico rispetto al proprio lavoro e aperto per capire il contesto generale (storico , sociale, culturale) in cui opera. Spesso questi due aspetti sono in contraddizione e per questo uso il termine complesso . L’architetto deve operare una sintesi significativa che porti nel progetto la capacita di esprimere la permanenza e variabilità dei valori che rappresenta.

P.P.

Quale credi che sia la funzione didattica della professione rispetto al gruppo di lavoro ed ai colleghi più giovani?

C.B.

Credo che la condizione empatica sia un elemento essenziale per creare le condizioni di lavoro e quindi di apprendimento. Dopo un periodo più o meno lungo di tempo di lavoro gomito a gomito si sviluppa, o si dovrebbe sviluppare, una sintonia e un interesse condiviso. ├ê chiaro che la richiesta fondamentale di base che chiedo ai componenti del mio studio sia la passione per l’architettura che nutriamo io e Giulia.

P.P.

Come vivi questa tua passione?

C.B.

L’architetto premesso sia una professione che difficilmente ti arricchisca economicamente è a mio parere tanto bella, quanto faticosa e rischiosa in termini di risultato (un insuccesso è sempre evidente). Però dopo tanti anni di professione (più di venti) la passione per la sperimentazione resta il tema centrale del mio operato.

Ultimamente ho fatto insieme ad alcuni colleghi coetanei un viaggio in Olanda con i nostri studenti: eravamo felici di andare a vedere le architetture il paese la città, più degli studenti stessi . La nostra non è solo una professione, o almeno, non lo è per me: l’architettura è un modo di relazionarsi alla vita, è un modo di guardare il mondo e di filtrarlo. ├ë guardarsi intorno e non riuscire a non riflettere su come gli oggetti sono disposti nello spazio pubblico, come si relazionano e perchè chi li ha progettati lo ha fatto in una certa maniera piuttosto che in un’altra.

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P.P.

Vorrei girare questa domanda anche a Giulia de Appolonia.

G.D’A.

L’architettura è una passione totalizzante sia per il tempo che gli si dedica, sia perchè non ti lascia spazio per altro.

P.P.

Cosa ne pensi dell’attuale situazione dell’architettura in Italia?

G.D’A.

La situazione in Italia non è delle migliori. In questo momento l’architettura, non è considerata un valore aggiunto, un sinonimo di qualità, anzi nella maggior parte dei casi è considerata uno sfizio. L’architetto non è colui che coordina, ma colui che crea gli ornamenti, che rende bello un progetto creato dagli ingegneri, che crea il design della facciata. All’estero non è così: io ho avuto un’esperienza in Portogallo. In Portogallo l’architettura non è un fatto riservato agli architetti. La cultura architettonica è più diffusa, l’architettura è più sociale e se ne parla molto di più in vari contesti: se ne legge sui giornali e il gusto comune è già abituato ad opere di impostazione contemporanea. L’architetto è davvero considerato come l’ideatore del progetto, a cui gli altri professionisti devono in qualche modo far riferimento. Non è un problema di chi ha più capacità, solo di competenze. Il privato che deve farsi una casa sceglie l’Architetto perchè la cultura diffusa ed i media in generale parlano di architettura, e la gente è abituata a vedere pubblicate sui quotidiani opere di un certo valore. C’è molto più rispetto per le scelte riguardanti lo spazio architettonico rispetto a scelte ingegneristiche, in Italia purtroppo l’architetto è relegato a ruoli marginali nella filiera della costruzione.

P.P.

Come avviene la scelta del progettista in Portogallo?

G.D’A.

La scelta del progettista avviene tramite concorsi non gare, il progetto ha più valore del fatturato.

P.P.

Qual’è allora il compito delle società di ingegneria?

C.B.

Fornire al massimo livello quelle competenze che integrate con l’architettura permettono la gestione ottimale di un progetto. In Italia spesso si tratta più della gestione di un processo burocratico che della definizione della qualità del progetto.

P.P.

Le società d’ingegneria……ma è vero che noi architetti non riusciamo a collaborare perchè gelosi della nostra identità professionale?

C.B.

Esistono due categoria d’Architetti: una che ancora crede di vivere in un secolo ormai passato, altri che hanno capito che fare sistema è necessario. Io credo di appartenere a questa seconda categoria per vocazione.

Però prendo atto che la qualità del progetto e quindi dell’architettura non è richiesta dal sistema.

Occorre un sistema normativo ad interessi convergenti, è necessario per esempio che ad uno studio, che ha vinto dei premi d’architettura o concorsi importanti, sia dato merito, ma questo in Italia non accade.

P.P.

Come gestite la fase di esecuzione dei vostri progetti?

G.D’A.

Normalmente seguiamo la direzione artistica dei cantieri più grandi mentre per quelli più piccoli facciamo anche la direzione dei Lavori. La società d’ingegneria che gestisce la direzione dei lavori non prende alcuna decisione su elementi che impattino sul progetto architettonico e questo sistema funziona molto bene.

P.P.

In cosa credi che la legge italiana dovrebbe essere cambiata?

C.B.

A livello normativo la legge dovrebbe mettere al centro non tanto la solidità economica di chi gestisce il progetto, ma il progetto stesso. La normativa attuale rimuove assolutamente la figura dell’architetto, la relega a spettatore di un concerto in cui dovrebbe avere un ruolo da protagonista. C’è una visione troppo gestionale della costruzione. Inoltre i premi di architettura e i concorsi vinti, dovrebbero valere come titoli al pari dell’organizzazione e dell’ingegnerizzazione. La legge francese resta una guida fondamentale.

P.P.

Perchè noi architetti non riusciamo ad essere centrali nel mercato italiano come le società di ingegneria?

G d A

La sovrapposizione dei ruoli anche a livello culturale è all’origine di questa situazione.

Forse anche il mondo della produzione ci mette del suo, difficilmente l’Architetto è visto come risolutore dei problemi e portatore di un valore aggiunto.

In Francia per esempio esiste una legge che dice che l’architettura è un valore fondamentale per la costruzione dello spazio abitato e tutte le opere pubbliche devono essere costruite tramite concorsi d’architettura e soprattutto da architetti. Poi esistono importanti società d’ingegneria anche in Francia, ma l’architetto è colui che coordina e guida il gruppo di progettazione. ├ê sul progetto che si ha il focus della situazione.

 

L’intervista si conclude non perchè termina una fredda elencazione di quesiti ma perchè si acquisisce la consapevolezza che il racconto di una vita professionale non si può sintetizzare in tre ore ed in un articolo.

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