Fuksas, ordine e caos – di Alessandra Muntoni

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Intravedere illusioni? Cercare il successo? Disegnare un mondo fantastico? La vita come successione di eventi incompleti che i sogni hanno colmato di gioia e delusione? Dall’intervista che Antonio Gnoli ha fatto a Massimiliano Fuksas (┬½La Repubblica┬╗, 2 febbraio 2014), viene fuori molto di più: le venature epiche di una storia che ha attraversato tutta l’Europa negli anni più drammatici del Novecento.

Famiglia ebraica che emigra dalla Germania in Lituania, il bisnonno mercante di sale, la nonna Elisa che sposa in seconde nozze il direttore di una acciaieria moscovita e poi si stabilisce a Vienna, il padre che disobbedendo al patrigno viene a Roma e studia medicina, la madre che lo educa alla severità, Massimiliano che ha come maestro elementare il poeta Giorgio Caproni e poi, al Virgilio, Alberto Asor Rosa. Fa poi un breve tirocinio con Giorgio De Chirico.

Impaziente, cronicamente indisciplinato, tendenzialmente solitario, ribelle da sempre, voleva essere artista. ├ê diventato disinvolto manipolatore di forme, non di spazi. Dichiara espressamente: ├ê un mito che l’architetto si occupi di spazi. Semmai è lo spazio che si occupa di te. Forme che parlano dovunque, perche devono qualcosa a tanti, seguendo il flusso di Wright e Kahn, di Le Corbusier e Prouve, di Ponti e Piacentini, di Gehry e Foster, tradendoli però tutti, ammette. La dimensione mondiale, con le sue contraddizioni e tragedie, Fuksas la porta nel suo DNA. Chi ha letto il magnifico libro di Edmund de Waal Eredità di avorio e ambra può specchiare quella vicenda in questa, laddove però Fuksas non sembra soltanto affidarsi alla memoria quanto escogitare prospettive per il futuro. E i suoi errori, ci confida, glieli corregge la seconda moglie Doriana Mandrelli, con la quale progetta da 34 anni.

La loro ultima opera, l’aeroporto di Shenzhen, appare una formidabile macchina biologica di luce e di tecnologia, capace insieme di suggestionarci e di inquietarci.

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