Anselmi/Pellegrin – di Massimo Locci

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Assistendo in pochi giorni a due diverse commemorazioni in memoria di Luigi Pellegrin, curata da AIAC, e di Sandro Anselmi, organizzata dal MAXXI, ho a lungo riflettuto sulle differenze tra i due protagonisti della scena architettonica italiana, ma anche sulle sintonie. Le prime sono evidenti e note a tutti: riguardano l ‘idea di città, il linguaggio espressivo, l ‘approccio teorico-progettuale, l ‘interesse per gli aspetti tecnologici (per il primo totalizzante, per il secondo solo una componente del processo costruttivo). Differente è stata la fortuna critica dei due architetti. Nel caso di Pellegrin non si può parlare di semplice disattenzione da parte della critica ufficiale che: chiusa ed oltranzista – come ha evidenziato G.K-Koenig- ha finito per creare un vero e proprio sistema per sostenere unicamente alcune ‘famiglie ‘ e adottare per tutti gli altri l ‘antica arma del silenzio.

Rispetto alla generazione di Pellegrin, che si era battuta per l ‘ apertura dell ‘architettura italiana alla scena internazionale, quella di Anselmi ha potuto riflettere con spirito critico sul valore della contemporaneità (funzionale e figurativa). Entrambi si sono posti in relazionane stretta con le Avanguardie Storiche e in contrapposizione con gli stilemi sclerotizzati dell ‘International Style. Centrale è stata la riflessione e il rapporto con la Storia, con i significati simbolici ed evocativi dell ‘opera d ‘arte. Dei movimenti d ‘avanguardia (Futurismo, Costruttivismo, Organicismo ed Espressionismo), hanno colto aspetti significativi coniugandoli con il proprio universo poetico in modo non banale. Coltivando il valore delle contraddizioni irrisolte, processi di scrittura e riscrittura continua, con finalità simili hanno rifiutato le volumetrie assolute a favore delle forme inquiete, che invitano a usi differenti dello spazio.

Mettendo tra parentesi le personali modalità di comunicazione del progetto (erano straordinari affabulatori e autori di soluzioni grafiche accattivanti che hanno fatto scuola), nei loro progetti l ‘idea di urbanità si mette in mostra per creare contesto, per dare senso ai luoghi, per promuovere socialità. Entrambi sono stati architetti radicali e alla perenne ricerca di soluzioni sperimentali: l ‘uno per un nuovo habitat, l ‘altro per condensare in una unità simbolica i valori della città e i suoi spazi pubblici.

Forse non è un caso che Giovanna de Sanctis, membro autorevole del GRAU e moglie di Anselmi, negli anni giovanili abbia lavorato proprio nello studio di Pellegrin, dove si discuteva di flussi di energia e ricerca delle origini, di Armonia Cosmica, di urbanesimo in dialogo con la Natura, di tensione poetica e filosofia, di opposizione al consumismo e contenimento energetico. In sintesi di visionarietà ed etica, di valori sociali, ideali ed estetici.

Nella consapevolezza che l ‘architettura non è solo traduzione in forma estetica di necessità funzionali ma presupposto per esplorare il senso della presenza dell ‘uomo nell ‘universo, Luigi Pellegrin ha superato l ‘eterogenea frammentarietà della città contemporanea evitando la riproposizione di automatismi formali e manieristiche composizioni.

Sandro Anselmi a partire dagli anni ’60 ha orientato la concezione dell ‘opera verso il fronte del simbolico; nei decenni successivi ha legato il topos del recinto con quello del palinsesto, creando ‘contenitori per frammenti’ capaci di tenere insieme lacerti urbani e di rappresentare identità in fieri, segni aperti e destrutturati. Obiettivo ambizioso e complesso, almeno quanto l ‘ideazione di una intera nuova città.

Comune tra i due l ‘utilizzo del suolo artificiale e degli ambiti polivalenti: megastrutture a ponte e nodi densi aerei dell ‘uno; piazze pensili e piani inclinati formati dal corrugamento della superficie urbana dell ‘altro. I contenuti concettuali sono spiegati da entrambi con centinaia di disegni con note e appunti che, in una logica estremamente pragmatica, ci fanno leggere la faticosa genesi dei progetti e l ‘adesione alla felice intuizione di F.L. Wright ÔǪ un profondo sentimento per la bellezza del suolo è fondamentale nell ‘edilizia della nuova città: cercando la bellezza del paesaggio non tanto per costruire sopra, quanto per servirsene nella costruzione (The living city, 1958)

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