Abilitazioni per Professori – di Massimo Locci

professori

Da quando sono stati pubblicati i giudizi delle abilitazioni per professori associati e ordinari di progettazione architettonica, si è aperta sul web una immediata contestazione e riprovazione per l ‘operato della commissione incaricata. L ‘associazione AIAC ha scritto una lettera aperta di protesta al Ministro Carrozza e ha promosso una raccolta di firme che in breve tempo ha raggiunto un numero considerevole di adesioni. La fortissima polemica e la riprovazione ha varie motivazioni.

La prima è legata ai modi con cui sono stati letti i curricula, alla sciatteria con cui sono stati espressi i giudizi, perfino con errori e sgrammaticature, alle valutazioni gratuite sul lavoro dei candidati e al limite dell ‘offesa personale. L ‘indignazione nasce anche dalla costatazione che i membri si siano stati così presuntuosi e boriosi da consentire la diffusione nuda e cruda (ma anche crudele) di quei documenti. Nessun vero maestro del passato, da Samonà a Zevi, da Quaroni a Tafuri, pur nella loro lucida intransigenza ,si sarebbe permesso tanta arroganza.

La seconda riguarda i criteri seguiti che hanno portato a premiare quasi esclusivamente chi è già all ‘interno dell ‘università ed è connesso strettamente con il sistema dipartimentale (ovviamente bisogna afferire a quello giusto!). Nonostante qualche rara eccezione, sono stati esclusi la maggior parte dei bravi progettisti italiani. Oggi, con i criteri individuati dalla commissione, non si sarebbero potuti cooptare figure come Scarpa o Albini, Sacripanti o Musmeci, Perugini o Pellegrin, tutti chiamati all ‘insegnamento in quanto espressione di un professionismo colto e capace di portare innovazione nell ‘università.

Da queste abilitazioni tanti bravi e giovani ricercatori non strutturati si aspettavano molto, speravano in un riscatto che gli consentisse di uscire da una condizione di precariato ultradecennale e di vedere riconosciute le proprie esperienze e competenze, tenendo corsi e seminari, seguendo tesi, scrivendo programmi didattici e di ricerca. Viceversa, sono state tenute nel massimo conto le ricerche effettuate all ‘interno dei dipartimenti, e le relative spesso inutili pubblicazioni pagate con i fondi pubblici, e in nessun conto quelle sviluppate autonomamente e a proprie spese. E ‘ stato deriso chi è stato capace, nel deficitario sistema produttivo italiano, di realizzare opere corrette o è risultato vincitore di importanti consultazioni. E ‘ evidente per tutti, meno che per i commissari, che un progettista non fa ricerca solo con attività di tipo teorico ma anche e soprattutto partecipando ai concorsi, ai workshop e frequentando anche il cantiere.

Se questa logica miope, espressa dalla commissione, è condivisa complessivamente dall ‘istituzione universitaria, allora l ‘Università è proprio morta. In caso contrario le figure più autorevoli e responsabili del mondo accademico si facciano sentire. Soprattutto se la ricerca operativa ha acquisito un valore negativo e viene considerata un handicap si vada sino in fondo con l ‘assunto: chi è o aspira a divenire un docente strutturato non deve più svolgere alcuna attività professionale, non può partecipare ai concorsi, non deve scrivere di argomenti non strettamente disciplinari, non può curare mostre su autori o argomenti non canonici.

Poiche le università pubbliche si dimostrano sempre più anacronistiche e sclerotizzate, indirizziamole verso un binario morto, tagliamo i finanziamenti pubblici. Per avere una formazione architettonica adeguata ai tempi e di stampo internazionale non rimane che potenziare velocemente il sistema indipendente e disconoscere l ‘attuale valore del titolo universitario.

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