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Paesaggio, “Verdolatria” e Top Ten – di Marzia Faranda

Paesaggio, “Verdolatria” e Top Ten – di Marzia Faranda

Autore: Marzia Faranda
pubblicato il 09/01/2014
nella categoria Parole

A proposito di architettura, specie sul web, è quasi all'ordine del giorno scorrere classifiche che mettono in luce le architetture più affascinanti o più strane, eventi memorabili o i presunti personaggi più influenti sulla scena mondiale. Presunti, appunto. E' quanto mi è capitato di fare l'altro giorno a proposito, questa volta, non di architettura tout court, ma di architettura del paesaggio.

L'"americanissima" top ten (se non solo per sede legale degli studi selezionati, lo è anche per la concezione "olmstediana" della maggior parte di essi della materia trattata), dal titolo Top 10 Names In Landscape Architecture Today, di Paul McAtomney, annovera nel suo elenco progettisti come, per citarne solo alcuni, George Hargreaves, Peter Walker, James Corner (quest'ultimo, primo in classifica, esponente di spicco del Landscape Urbanism) che, pur avendo il merito di aver per primi esteso la discliplina paesaggistica dall'intervento puntuale dell'arte dei giardini all'ambito urbano, sembrano avere anche la pretesa di riprodurre all'interno di quest'ultimo stralci di natura perduta, quasi con la stessa "naturalità" della natura stessa. E la pretesa sta soprattutto nel credere che questo sia l'unico "vero" modo di fare paesaggio (fatto salvo qualche sparuto progetto). Ma ciò che stupisce di più è che all'interno della top ten degli influenti paesaggisti di oggi, per fare un esempio, non vengano contemplati i West8 (per di più anch'essi fautori del LU) che, alla componente urbana, intesa non solo come puro aspetto dimensionale, ma come integrazione del disegno di "paesaggio" con quello della città, uniscono la ricercatezza del design.

Per farla breve, sebbene si possa affermare che la corrente anglosassone, votata alla riscoperta (apprezzabile dal punto di vista ambientalistico) della natura, dei processi che la regolano, del dialogo fra questa e la pianificazione urbana, ma anche e soprattutto della sostenibilità, vada per la maggiore e che un elenco di dieci nomi non possa quasi mai essere esaustivo, questa classifica chiude palesemente gli occhi su una componente altrettanto pervasiva, quanto in prevalenza "europea", del fare paesaggio. Quella che si discosta dalla "verdolatria" dilagante (per dirla alla Alain Roger), che non fa del verde un'oasi incontaminata da proteggere ad ogni costo, alla stregua di riserve indiane, ma con esso lavora senza rinunciare all'artificio, al dialogo con l'architettura e con la durezza del contesto urbano e ad avere una visione estetica della sua trasformazione.

Quindi, perchè non costruire insieme una nuova classifica di più ampio respiro?