Nuvole in scatola e la democrazia – di Roberto Pasini

22 Marzo 2012Foto: @ Moreno Maggi Fotografo

Ho conosciuto Massimiliano Fuksas a Vienna nel 1996. Ero arrivato alla Technische Universit├½t del razional-mondialista Anton Schweighofer con quel Programma Erasmus che ha portato generazioni di studenti vocianti attraverso il continente, trasformando in amori, condivisioni e desideri l ‘idea astratta di una possibile appartenenza europea. Introdottomi come uditore all ‘Akademie der Bildenden K├╝nste del post-razionalista onirico Gustav Peichl, programmavo di presentarmi alla selezione per l ‘ammissione permanente a Schiller Platz 1. Alla fine del semestre Peichl si ritirava per dedicarsi a tempo pieno alle caricature su Die Presse e Fuksas, che stava completando le due torri gemelle della Wienerberg City, veniva chiamato come direttore pro tempore.

Così è di fronte a Fuksas che i disegni del mio portfolio venivano stesi sul grande tavolo di legno su cui aveva fatto revisione Otto Wagner. Lui li guardava con un sorriso divertito. A quel tempo aveva cinquantuno anni e godeva di fama internazionale. A ripensarci adesso mi sorprendo molto che potesse trovare qualche interesse nei progetti scolastici di uno studente venticinquenne; al contrario allora mi era sembrato naturale. Però stava proprio socchiudendo gli occhi compiacendosi di qualche pensiero appena suscitato.

Mi chiese chi erano stati i miei maestri. Gli parlai di epigoni veneziani de ‘La Tendenza ‘ a Firenze e di Vittorio De Feo a Roma. Commentò che i progetti gli piacevano anche se quelli erano cattivi maestri. Poi pronunciò delle parole semplici che da quel momento hanno iniziato una lenta discesa nella mia coscienza, che ancora continua attraverso una serie di interpretazioni evolutive. Aveva detto: l ‘architettura è un ‘arte democratica. Era certamente una maniera di condannare l ‘infondato snobismo dell ‘accademia italiana, quanto un autobiografico sfogo per il disdegno che essa gli aveva riservato. Però attestava anche storicamente di accettare dentro la propria opera pesanti interferenze da parte dei molti agenti coinvolti nel complesso processo di conversione degli schizzi ideativi in costruzione.

Concluse le selezioni, all ‘Akademie lo vedemmo mi pare altre due volte nel corso del semestre. Democraticamente si divise cioè tra i suoi molti impegni. Del resto questi avrebbero incluso alcune delle più grandi opere del mondo. Credo che in molte di esse si possano riconoscere tratti associati a quella elementare definizione di architettura che per un secondo aveva attraversato lo spazio della sala Wagner. Se osserviamo il fiume vetrato che attraversa la fiera di Milano, ci sorprendiamo dell ‘ostentato disinteresse per la bella curva quanto per la soluzione di dettaglio dei moduli e degli attacchi ai volumi solidi dei padiglioni. Le intrusioni conoidali che aprono i pozzi di luce nella virtuosistica fusoliera dell ‘aeroporto di Shenzhen mostrano evidenti sconnessioni perimetrali, quasi i componenti fossero il prodotto di coscienze distinte. ├ê stato così anche all ‘inizio. Il fracasso postmoderno delle scuole laziali pare accettato con grossolana indifferenza. Nelle curve libere dei blocchi tufacei del cimitero di Orvieto balzano all ‘occhio le molte impreviste cuspidi, come le caotiche intersezioni dei volumi metallici nel Collège Saint Exupery. Eppure il fastidio di quello stridore che sale dagli edifici racconta, oltre che della bulimia costruttiva, anche della ostentabile molteplicità degli operatori dell ‘azione collettiva, non uniformata, modernamente eterogenea. Anche la moda del momento viene scagliata dentro nello stridore ‘democratico ‘ come una delle forze indipendenti del contesto, dando corpo a un ‘azione collettiva quanto più diametralmente opposta alla coralità della costruzione delle cattedrali.

Non mi sorprendo se le opere costruite sono anche piuttosto diverse dai progetti preliminari. Il progetto preliminare a Fuksas serve come leva che liberi la straordinaria quanto spregiudicata potenza relazionale con cui si aggiudica una commissione. Di quei disegni non si innamora, li usa nel modo più efficace. Chi costruisce molto ama l ‘opera materiale e direi che Fuksas la ama senza deodoranti: quel gorgo infuocato che risucchia migliaia di persone, gli slanci e le rabbie, le volontà contrastanti, gli sforzi sovrumani, le umiliazioni, gli interessi più bassi e gli slanci più nobili, i compromessi e le rinascite, per anni fino alla realizzazione. La sua ascendenza vulcanica nella teogonia dell ‘architettura italiana si contrappone alla genia apollinea di Renzo Piano, dotata della perfezione costruttiva. Fuksas me lo figuro ficcarsi nel mezzo di quel gorgo di antimateria oscura (o anti-architettura) come un gigante dall ‘energia portentosa o un demone rotto alle molte esperienze. Forse è perche alcuni filmati lo mostrano giovane negli anni settanta portare il movimento studentesco nelle fabbriche e tra gli operai, entrare negli altiforni con gli extraparlamentari che abbandonavano peace and love e il principio della non-violenza tra i fumi dei metalli in fusione.

L ‘interesse per la sussistente o mancata corrispondenza tra i disegni preliminari per la ormai leggendaria nuvola del centro congressi e le opere in avanzata fase di realizzazione presupporrebbe la presenza di un nucleo ideativo originario, sacro prodotto di poiesis artistica, istantanea e autoreferenziale. Ma questa eventualità non si applica a un processo di produzione artistica ‘democratica ‘ in cui i disegni preliminari costituiscono null ‘altro che incipit occasionale e veicolo strumentale. Gli effetti dell ‘illuminazione notturna promettono comunque trasfigurazioni magiche, anche se la nuvola del famoso pluri-teletrasmesso schizzo non assumerà corpo architettonico diurno all ‘EUR.

1 la teca

Al momento al suo posto, dentro una molto pesante gabbia di metallo e vetro, si mostra un ‘informe massa trasversalmente affettata, la cui sequenza di costole di metallo ricorda lo scheletro di un enorme dinosauro. Uno squarcio dentro il ventre gigantesco della costruzione lo hanno aperto le modelle dell ‘alta moda contribuendo a fare diffondere scorci assai suggestivi che attraversano le membrature metalliche aperte. Dopo i tamponamenti si vedrà se l ‘architettura ‘democratica ‘ avrà saputo edificare un lama+teca+nuvola, uguale o diversa da come era stata prefigurata, senza trasformarla in un muro+scatola+blob.

Sottraendo l ‘opera alla pratica critica per ‘arte autonoma ‘, non intendo certo suggerire che all ‘architettura ‘democratica ‘ di cui stiamo parlando sia più congeniale una formula neo-marxista, in cui l ‘architetto si giudica per quanto svolga il compito teleologicamente attribuitogli di ridisegnare i sistemi di produzione edilizio e industriale. Più ordinariamente voglio evidenziare, aldilà delle elaborazioni critiche, quello che, a condizione forse di una certa disperata ubriachezza, si può riconoscere come un molto più interessante esperimento sulla contemporanea democrazia del nostro paese.

La costruzione del nido d ‘uccello di H&dM a Pechino ha dimostrato come l ‘endemica approssimazione del sistema produttivo cinese, cronicizzata nel monolitico leviatano autoritario-corruttivo-nepotista e inscalfibile anche sotto i colpi dei dioscuri del dettaglio fashion-feticista, non pregiudichi la prestazione poetica di quello stesso sistema produttivo, la quale si compie sulla scala enorme del paese-mondo asiatico. Analogamente, al Centro Congressi Italia scopriremo se la forza gigantina dell ‘artista può domare il gorgo della massa fusa di una democrazia cronicamente decaduta, ridurre a opera d ‘architettura l ‘eterogenea polifonia delle voci, la molteplicità dell ‘azione collettiva di agenti degradati.

Durante la mia ultima visita a Roma c ‘era un bel sole invernale. Attraversando l ‘EUR a zig-zag sotto l ‘incombenza del disco volante di Nervi che appariva e spariva, mi sono sentito un neo-nomade nel non-work continuum. Come fantasmi bianchi mi sono sfilate a fianco le colonne di Figini e Pollini, le esedre quadre di Montuori e quelle curve di Muzio, l ‘osteologia archeologica di La Padula e la vela di Libera ancorata ai vertici dell ‘elegante tamburo, ancora gonfiata da un vento metafisico che la porta via.

3 l'interno

Ho passeggiato intorno alla nuvola in scatola, scattato foto cercando inutilmente l ‘angolo che accentuasse la trasparenza delle pareti e catturasse le superbe chiome dei pini marittimi, mi sono chiesto se le dimensioni della cassa siano soverchianti rispetto alle altre masse urbane pur nel contesto di un piano monumentale. Poco distante ho riconosciuto la scalinata marmorea di una video-intervista nella quale Fellini descriveva il quartiere come il giardino del suo paradiso e mi sono scoperto impaziente di assistere allo spettacolo dell ‘epifania di questo a lungo evocato ectoplasma democratico dentro la sublime geografia metafisica che fu prodotta da una visione totalitaria in un regime corrotto.

3 Comments

  1. giorgio 01/02/2014 at 19:38

    favolosa analisi di una architettura superiore vista dall’alto
    grazie

  2. Karl 06/02/2014 at 10:34

    Da addetto ai lavori che ha partecipato a tutto l’iter progettuale del progetto di Roma e quindi testimone diretto che ha vissuto la REALE genesi (e non la sua interpretazione a posteriori….) del progetto, chiedendo scusa per le parole sacrileghe che sto per riferire, vi invito tutti, “Archistar” e Recensori al seguito, a “tornare sul pianeta Terra”: perdona loro perche’ non sanno quello che fanno.

  3. karl 06/02/2014 at 19:44

    Perche’ non pubblicate i commenti sfavorevoli e scomodi?

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