L ‘architettura dei Barbapapà – di Guido Aragona

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Quando ho rivisto, di recente, le storie di Barbapapà, ho capito che il loro disegnatore (ma è una disegnatrice, Annette Tison) era un architetto. Lo si capisce da questo: il modo di rappresentazione, è spesso “in sezione”, un modo analitico di pensare il cui uso distingue (o dovrebbe farlo) gli architetti dal resto del mondo.

In una delle prime storie (realizzate nei primissimi anni ’70 in Francia), i Babapapà, divenuti una famiglia numerosa, cercano casa. Ecco alcune illustrazioni di questa storia, con brevi commenti e riferimenti.

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Questa è loro prima casetta, che trovarono in stato disastroso e poi misero a posto. E’ appena un po’ forzata nel bizarro, ma perfettamente riconducibile ad un tipico eclettismo fra ‘800 e ‘900 che mischia uno spirito art nouveau a un gioco neo-medioevalista. (mi ricorda la casa del clown Grock presso Imperia). http://www.provincia.imperia.it/DesktopDefault.aspx?tabID=10985

Si capisce l’ambito urbano: quelle zone già extraurbane ma a ridosso della città, che sempre fra ‘800 e ‘900 si trasformano gradualmente da zone agricole e di villeggiatura a zone urbane, prevalentemente a case basse o unifamiliari (come ad es., a Torino, Borgo Po). Ecco la simpatica sezione, con i Barbapapà che la restaurano.

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Nota: l’unica che non lavora, è l ‘intellettuale Barbottina (quella arancione) … persino la vanitosa Barbabella mette le tende. Ma forse sta riscoprendo libri o vecchie riviste, abbandonate nel sottotetto. Anche questo può servire.

Nella illustrazione prima della sezione, si vede che tutti guardano da un lato: infatti stanno arrivando le ruspe, che spianano le case vecchie e piccole per realizzare una operazione immobiliare, e che così distruggono poi la casa dei Barbapapà appena rimessa a nuovo.

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Abbastanza precisi gli elementi di cantiere. Le nuove costruzioni sembrano con sistema costruttivo prefabbricato a “banches et tables”, in auge in quegli anni anche per l’edilizia residenzale. La sicurezza è del tutto assente: non so se è una semplificazione, o se allora in Francia lavoravano davvero così. Crudele l’accostamento fra i sorrisi e l’ottimismo dell’impresario e dell’architetto (?) con la piantina, e il morale basso dei Barba.

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E’ da notare come in queste due ultime tavole la Tison abbandoni la bidimensionalità per una rappresentazione tridimensionale. Nello stabile della residenza “i giardini”, niente verde, tante macchine, tante televisioni, e i Barba tristi e costipati nell’alloggio.

I Barba allora abbandonano il loro alloggio, vanno fuori città e si autocostruiscono la loro casetta, usando se stessi come casseforme. La forma dei Barbapapà è variabile, più ancora che quella della poltrona sacco.

http://arquidesignitaliano.blogspot.it/2013/05/butaca-sacco-de-gatti-paolini-y-teodoro.html

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Ottenendo così una curiosa abitazione, in linea con la spray house di John Johansen, ad esempio. http://johnmjohansen.com/Spray-House.html

Ma ancor più simile ad una casa in costa azzurra che proprio negli stessi anni in cui questa storia venne disegnata, venne realizzata dall’architetto ungherese Antti Lovag.

http://www.floornature.it/progetti-housing/progetto-antti-lovag-la-maison-bulle-nizza-1968-4091/

Ecco una parte della sezione, ultimata.

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Ogni Barba ha la sua cameretta sistemata secondo le proprie passioni.

Ecco la vista dall’esterno, con l’orto e una serra.

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Nella storia, i Barba riusciranno a respingere un successivo attacco delle ruspe.

Bravi Barbapapà.

2 Comments

  1. beatrice 06/02/2014 at 13:14

    Davvero una simpatica ricostruzione storica…

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