Il futuro dell’utopia – di Alessandro Melis

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La settimana scorsa ho indicato alcuni eventi che descrivono uno scenario futuro, entro il 2050, in cui avremo meno terra a disposizione, sia per produrre cibo che per realizzare nuove città o ampliare le esistenti. Inoltre l’estremizzazione delle condizioni climatiche, che in modo progressivo andranno ad interessare anche i territori interni, indurranno un ripensamento delle città di costa. Contestualmente la popolazione mondiale crescerà fino a sette miliardi di persone (proiezione ottimistica), in larga maggioranza concentrata nei centri urbani. Ciò nonostante, già oggi, un miliardo di terrestri, sul totale di cinque, vive al di sotto del livello minimo di nutrizione.

Al rompicapo si può tentare di dare risposte lineari, che non modificano la nostra visione del mondo, oppure radicali che implicano una visione rivoluzionata dello stesso.
Pur esendo il problema percepito e condiviso dai sostenitori di entrambe le risposte, la due visioni sono contrapposte e il percorso verso l’una potrebbe vanificare il percorso verso l’altra.

Per esempio, se diamo per acquisito che le principali azioni che dobbiamo intraprendere siano l’ottimizzazione dell’uso di energia nelle città, l’aumento di energia proveniente da fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni di CO2 e la minimizzazione dell’uso dei suoli, il pensiero lineare ci convince della necessità del contenimento dei bisogni (decrescita), di edifici sempre più resistenti ai tornado (o, al contrario, di un ritorno al nomadismo e alla precarietà) oppure di attendere che l’ingegneria sia in grado di produrre tecnologie ad altissima resa.

Viceversa il pensiero radicale ci potrebbe offrire inesplorate visioni di habitat in cui nuove forme di ibridazione tra Uomo e Natura trasformino fattori ambentali critici in punti di forza dello scenario futuro.

In questo caso, forse, tornerebbe di moda la figura dell’utopista.

1 Comment

  1. Alessandro Melis 29/01/2014 at 23:37

    ERRATA CORRIGE: 7 e 9 miliardi, anzichè 5 e 7

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