Architetture da indossare – di Massimo Locci

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Il titolo della mostra curata da Floriana Maracchia nel Museo del Bijou a Casalmaggiore è eloquente: Architetture da indossare; come la progettazione dell ‘architettura ridefinisce il gioiello di design.

Per indagare la questione la curatrice presenta il suo lavoro e quello di altri autori, già affermati in questo specifico settore di attività, cui ha posto alcuni interrogativi metodologici che sono alla base delle scelte dei singoli progettisti. L ‘iniziativa ha una valenza fortemente teorica, espressa in uno specifico documento programmatico, che pone in relazione le poetiche con le tecniche, le morfologie e le materie, i linguaggi espressivi specifici con quelli della comunicazione visiva.

Un ragionamento articolato che è bene analizzare direttamente alla fonte: il testo procedurale della curatrice presente nell ‘elegante catalogo. Dalle proposte in mostra di Elviro Di Meo e Antonio Rossetti, Paola Ferri, Floriana Maracchia e Ilaria Vernier, emergono sintassi e approcci molto diversificati: da una parte un deciso sperimentalismo morfologico, prettamente informale; dall ‘altro un legame diretto con la tradizione del moderno che, a partire dagli anni venti, si lega ai linguaggi razionalisti. Il carattere comune è rappresentato dall ‘astrazione figurativa e dalla consapevolezza dell ‘autonomia del proprio segno compositivo rispetto a quelli specifici dell ‘architettura.

L ‘aggregazione, solo apparentemente casuale, è frutto di un gioco sapiente di stadi attuativi differiti nel tempo. Il processo ideativo si sviluppa lungo l ‘asse di un ‘ellisse: un fuoco coincide con una decantazione formale, l ‘altro con la dilatazione e l ‘assemblage, che ha sempre un carattere pregnante, spontaneo, allegro ed esalta l ‘effetto non finito.

Gli autori sono molto diversi. Alcuni procedono attraverso un working-progress, con addizioni e sottrazioni continue, perseguendo una propria metodologia sintattica che raggiunge una saturazione non univoca: l ‘opera in questo caso è precaria, instabile, suscettibile di nuove metamorfosi.

Altri riutilizzando gli objets-trouve, usati come segni e calligrammi, sostanziano il postulato teorico opposto: indagare con lievità il proprio essere al mondo, ritrovare le proprie radici, le proprie memorie. La ricerca espressiva contemporanea, situata sulla soglia tra linguaggio e non linguaggio, si sostanzia, infatti, anche nella dimensione evocativa, talvolta nel riflesso della memoria, negandosi però al formalismo estetizzante.

Rispetto al ruolo canonico dell ‘architetto l ‘iniziativa in qualche modo mette in discussione la figura di intellettuale specialista del proprio know-how tecnico-espressivo, in equilibrio tra teoria e progetto e che ci siamo abituati a immaginare legato solo a una dimensione disciplinare ‘aulica e alta’.

Viceversa si dimostra che è possibile dare un senso diverso alla valenza espressiva in un territorio disciplinare di confine, condizione che in parte accomuna il nostro lavoro con quello dell ‘operatore della comunicazione, a cavallo tra arte, grafica e tecnica pubblicitaria. In parte lo pone al centro di un nuovo meccanismo operativo, tra fascinazione virtuale e concretezza del fare, cioè in una dimensione finalizzata alla soluzione dei problemi tecnico-disciplinari senza vanificare l’epos espressivo.

Quelli in mostra più che gioielli sono micro-architetture, realizzate con le materie proprie dell ‘architettura: cemento, fibre ottiche e vetro, con tessere ceramiche per pareti, con rame battuto e piegato, fili in nylon e pietre, con molle e piombo, lamiera, nylon e gomma, metacrilato.

Senza scomodare i tanti progettisti che in questi anni si sono impegnati in questo specifico settore da Harry Bertoia, Peter Eisenman, Hans Hollein, Arata Isozaki, Richard Meier, Oscar Tusquets, Robert Venturi fino ai nostri Bellini, Dalisi, De Lucchi, Mendini, Munari, Sottsass, Vignelli, appare evidente che il progetto di gioielli e di bijou ricade a pieno titolo negli interessi dei progettisti.

Ripetizione, variazione, mutazione e differenza sono i presupposti; geometria, misura e materia sono gli strumenti di un processo articolato che trasforma il significato contingente in statuto logico-concettuale, la tattilità in tettonica ,l’assolutezza formale in principio d ‘ordine.

 

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