A proposito di architettura dogmatica. Un dialogo (su facebook) tra Marco Maria Sambo, Luigi Manzione e Luigi Prestinenza Puglisi

Speer - Grosse Halle

[Questo dibattito si svolge sulla pagina facebook di Luigi Manzione e nasce dall ‘articolo di Marco Maria Sambo intitolato L ‘architettura dogmatica, il fascismo dei segni, Parsifal e altre storie (presS/Tletter, n.23-2013). Ecco l ‘indirizzo dell ‘articolo: https://presstletter.com/2013/11/larchitettura-dogmatica-il-fascismo-dei-segni-parsifal-e-altre-storie-di-marco-maria-sambo/ ]

 

LM. Caro Marco, capisco la tua inquietudine, a partire dal nome. Però darei una lettura dei progetti di Dogma da una diversa angolazione. Cercherò di farlo non appena mi sarà possibile…

 

MMS. Ottimo. Aspetto la tua analisi critica sulla nuova tendenza in architettura. Le tue riflessioni mi interessano sempre moltissimo. Ps. Comunque il nome, Dogma, rappresenta per me solo uno spunto per poi riflettere sul significato profondamente reazionario di quella architettura. Si tratta di una idea di mondo che mi spaventa.

 

LPP. E vogliamo parlare delle parole autonomia e assoluto? Quando esce la parola autonomia, io tremo. E’ l’idea della chiusura rispetto alla voglia di captare l’altro, il mondo esterno. E la parola assoluto si commenta da se. L’intelligenza e la sensibilità si misurano a partire dalle parole che si scelgono.

 

LM. Infatti, le parole sono importanti, e soprattutto il significato loro attribuito da chi le utilizza. “Autonomia”, “assoluto” (aggettivo) sono parole-chiave lì, con “dogma” di cui non mi e ancora chiaro il senso in quel contesto. Per me, una lettura da una diversa angolazione dovrebbe partire dal significato che queste parole assumono in quella precisa ipotesi e non in altre, che pure abbiamo conosciuto. “Assoluto”, lo abbiamo detto tempo fa, è riferito all’architettura come parti finite e alla sua capacità, in quanto tale, di dar vita ad un progetto (politico) di città. “Autonomia” si riferisce a questo (all’idea di città arcipelago), non ad un presunto (e letale, come abbiamo visto) distacco dalla realtà.

 

LPP. certo, certo ma rileggerei il saggio di Freud sulla psicopatologia della vita quotidiana.

 

LM. Per i lapsus e la censura? Così mi fai sorgere il sospetto che quella della critica è una missione impossibile, che comunque mi sovrasterà sempre… 🙂

 

LPP. No, non credo che bisogna fare la caccia alle streghe attraverso lapsus e autocensure. Dico solo che a volte la scelta di una parola al posto di un’altra ti può suggerire una chiave di lettura da sviluppare, ovviamente con ragionamenti critici più sofisticati. Può darsi che sviluppandola troverai qualche comunistello di sagrestia con vocazioni staliniste (scherzo). Io per esempio, da spirito liberale e libertario, non avrei mai usato parole come autonomia, dogma, assoluto. Tutto qui.

 

LM. Anche più da sinistra rispetto alle tue posizioni, non avrei utilizzato quel lessico, non fosse altro perche evidentemente legato ad esperienze trascorse, verso cui occorrerebbe essere più espliciti per non creare confusione. Però il fatto che quella terminologia venga utilizzata oggi, e da autori che intellettualmente ritengo interessanti, mi induce a cercare di capirne meglio il senso. Solo un esempio: qualcuno ha detto che Dogma ripete Archizoom. In realtà basta leggere solo i titoli dei progetti (No Stop City vs Stop City) per rendersi conto che siamo in opposizione. Opposizione che poi si capisce meglio quando si legge l’introduzione a “The Possibility of an Absolute Architecture” (Per le fonti, diciamolo chiaro, c’è anche Tronti e l’operaismo, ma mica per questo chiudiamo il libro? 😉

 

LPP. No proprio per questo lo apriamo e lo leggiamo i cadaveri risuscitati suscitano sempre un certo interesse

 

LM. Per restare nella metafora dei “cadavres exquis” (“il cadavere squisito berrà il vino nuovo”), “autonomia” non si riferisce qui all’autonomia dell’architettura, ma al movimento politico degli anni ’70. Vedi, le “parole” (e le “cose”).

 

MMS. Bene, bella discussione. Come sapete io corro sulla fascia sinistra del campo, da sempre 😉 Quindi posso parlare da Sinistra, senza troppi problemi. Luigi (Manzione) tocca un punto interessante che studiavo anche alla fine degli anni novanta e nei primi anni del duemila quando scrivevo su Gomorra diretta dal compagno (e amico) Max Ilardi: “il progetto (è) politico”. Questo il titolo di uno dei numeri di Gomorra. E di questo si tratta, osservando le posizioni critiche e culturali di Aureli e dei suoi amici. Ma il punto è che questo progetto politico è reazionario, sostanzialmente di destra. Questo è il punto. Si tratta, appunto, di dogmi, di icone che sfruttano la potenza comunicazionale di un’astrazione che in realtà non costruisce libertà, non cerca di migliorare la metropoli, ma innalza muri, recinti, immensi e grigi. Spacciare tutto questo per un progetto politico di sinistra è semplicemente una farsa (a meno che il riferimento non sia Stalin, e la cosa sarebbe grave assai). Dunque, la domanda è: qual è questo dogma? E cosa significa? Stanno facendo solo colore per una pubblicazione su qualche libro (che fa tanto tendenza) oppure vogliono davvero progettare frammemti di città dove le persone devono vivere realmente? Perchè per ora Dogma mi sembra solo un’abile mossa commerciale e pubblicitaria inserita benissimo nel mercato globale delle icone, un approccio culturale distante anni luce dalla cultura della Sinistra che frequento da quando avevo 14 anni e che mette al centro del dibattito l’uomo, la città e il bene comune

 

LM. Marco, ta tua domanda è essenziale: qual è questo dogma? Interessante cercare di capire. Il nome Dogma potrebbe essere un ‘accorta scelta di marketing, ma ciò renderebbe evanescenti tutti i presupposti di un discorso che si basa, peraltro, sulla critica dell ‘iconismo ed annesse degenerazioni dell ‘architettura sottomessa alle regole (queste sì autonome) del mercato mondiale. La discussione sta prendendo una piega molto interessante, ma per la natura del mezzo devo limitarmi solo a qualche argomento.
Il primo: la diffusione (e l ‘influenza) della teoria di Aureli mi sembra sia ancora prevalente nel mondo anglosassone, comunque fuori d ‘Italia. Coincidenza? Maggiore accessibilità linguistica? Maggiore presenza nei luoghi del dibattito? O qui gioca anche una maggiore resistenza italiana alla penetrazione di idee che maturano su un tessuto che abbiamo già conosciuto, certo in forme e modi diversi? Detto altrimenti, una maggiore consapevolezza critica di fronte a teorizzazioni che, nel caso di Aureli, pur essendo ancora in fieri, fanno comunque riferimento ad un background per noi abbastanza notoÔǪ L ‘epoca della tua collaborazione con Gomorra coincide con la pubblicazione di alcuni articoli del gruppo a cui ci riferiamo pure su Arch ‘it, su cui scrivevo anche io allora. In un mio testo del 2003 (pubblicato poi in un volume curato da Hilde Heynen) facevo alcune osservazioni su quella idea di architettura assoluta a partire da quegli articoli. Osservazioni che oggi non potrei più ripetere, almeno non in quella forma, perche poi la posizione di Aureli nella pubblicazione della sua tesi di PhD si è articolata. Anche per questo, credo occorra avere se così si può dire il riferimento a fronte.
Il secondo: i progetti di Dogma sono progetti teorici (o di ricerca) o di concorso. Per es. Live Forever: The Return of the Factory. Proposal for a living/working unite d ‘habitation for 1600 inhabitants non mi sembra tanto sorprendente sul piano dell ‘immagine, per l ‘inedita commistione di Le Corbusier e Hilberseimer, quanto per i due assunti già nel titolo: il ritorno della fabbrica; living/working unite d ‘habitation. Proporre nel 2013 questi assunti suscita interrogativi proprio riguardo al progetto politico di cui parlavamo, spostando l ‘attenzione sui paradigmi sociali ed economici che vengono posti in giocoÔǪ

 

MMS. Giusto. Ma non si può fare una critica dell’iconismo attraverso il disegno di nuove icone, per altro rigide, inquietanti e sovradimensionate, volutamente fuori scala. Dogma costruisce icone, punto e basta. E subito dopo critica l’architettura iconica. In questo modo si procede verso una totale sottomissione dell’architettura alle regole del mercato globale. Dunque, un processo culturale reazionario. Un processo che per altro non sembra volersi confrontare con la realà, rimanendo pura teoria, trascendente, dunque ancora una volta reazionaria. Insomma, questa tendenza è il contrario di una rivoluzione culturale. Sembra piuttosto asservita al meccanismo globale delle pubblicazioni, della pubblicità, del marketing.

 

LPP. Aggiungerei che si tratta di icone truffaldine perche le si vuole presentare come altro. Un po’ come fanno le marche di moda che hanno come immagine quella di non essere marchiate.

 

LM. Condivido sulla incoerenza tra teoria e progetto e sull ‘inevitabile iconismo. La questione però non coinvolge solo la nuova tendenza, ma sembra costitutiva dell ‘architettura come disciplina che non riesce a trovare mediazioni tra discorsi e pratiche. Prendiamo Koolhaas: mentre beatifica Lagos e ci fa conoscere l ‘urbanizzazione cinese in Great Leap Forward, costruisce la sede di China Central Television a Pechino. Forse la teoria dovrebbero farla i teorici, il progetto gli architetti. O anche rigorosamente ed esclusivamente il contrario, se può servire, ma senza contaminazioniÔǪ

 

MMS. Non sono d’accordo. L’architettura vive di contaminazioni, teoriche e spaziali. Ma l’architettura non può dimenticarsi totalmente di progettare uno spazio reale. Altrimenti non è architettura ma un’altra cosa. Anche la ricerca e l’utopia devono comunque avere la tensione verso un futuro possibile. Non è pensabile togliere la materia e lo spazio all’architettura. Si può fare in un solo caso: producendo icone, trascendenti, metafisiche e irreali. Staccando cioè, completamente, la teoria dalla pratica e dalla materia dell’architettura, allontanando l’architettura dallo spazio reale, collettivo e sociale. Imponendo un’immagine astratta e completamente fuori scala. Sfruttando la forza comunicazionale di queste icone trascendenti, con abile mossa da manager navigato che riesce a inserirsi bene nel mercato globale per vendere il suo prodotto. Questa non è ricerca. Questa è solo un’abile mossa pubblicitaria

 

LM. Ovviamente il mio era un paradosso per dire: mettiamo l ‘architettura in mano ai teorici (e viceversa), e vediamo che succedeÔǪ Il risultato possiamo immaginarlo. Lo spazio, la forma, la luce, le materie, il colore, etc. fanno l ‘architettura, banalmente. E più ancora le relazioni, le contaminazioni, tra tutto ciò, tra chi la abita, la osserva, la crea/trasforma/distrugge, etc. Ora, sempre un po ‘ provocatoriamente, ma non so fino a che punto, penso a un ‘architettura relazionale, che non vuole essere l ‘opposto dell ‘architettura assoluta secondo Aureli – poiche si tratterebbe di ricollocare l ‘architettura nella città, e non solo contro la città – ma l ‘antitesi di un ‘architettura perentoria, affermativa, totale. L ‘ascetismo, inteso come strategia di resistenza al mercato globale (Less is Enough, per capirci) è del tutto coerente con l ‘idea di architettura assoluta. Al contrario, mi sembra che la sola opposizione possa esercitarsi negli spazi vuoti, cioè non ancora colonizzati, del mercato e della città globale. Per usare una parola abusata, negli interstizi. Lì, una teoria generale dell ‘architettura non avrebbe senso, se non come dottrina o manifesto. Su questo terreno che necessariamente è finito, interrogativo, locale, forse si potranno ripensare le ambizioni (specifiche) di un progetto poietico e politico per l ‘architettura. Non mi preoccuperei tanto di tenere sotto controllo le derive iconiche (che, se le cacci dalla porta, rientrano dalla finestra), quanto di cominciare a capire quali possono essere questi spazi per operare diversamenteÔǪ

 

MMS. L’architettura relazionale è un concetto molto interessante. Perchè l’architettura è fatta di relazioni e contaminazioni. Un progetto politico per l’architettura, come dici, è un altro punto estremamente interessante. In realtà un progetto politico ci sarebbe, si chiama urbanistica 😉 All’interno della quale l’architettura vive. Il problema, tuttavia, sta nella tipoligia di risposte che diamo a questi temi. E queste risposte non sembra arrivare certo da chi cavalca, oggi, la nuova tendenza. I “nuovi dogmatici” sono chiusi, non cercano il dialogo, vogliono imporsi con le loro immagini commerciali. Sono anche, facci caso, estremamente permalosi: gli saltano subito i nervi se qualcuno (come lpp) nota giustamente che i disegni dei nuovi dogmatici rischiano di essere, alla lunga, atti di masturbazione culturale. Come si arrabbiano: tuoni, fulmini e saette. Forse perchè in realtà questa nuova tendenza è molto più fragile di quello che vuol far credere. Non ha, tornando al concetto iniziale, buone radici relazionali, critiche e spaziali. La nuova tendenza non vuole fare sul serio, non punta davvero alla storia dell’architettura. Vuole solamente piazzare qualche prodotto, qualche immagine, qualche icona, su qualche libro. Pubblicità

 

LM. Parliamo di progetto politico per l ‘architettura forse perche abbiamo già preso atto della sostanziale inadeguatezza dell ‘urbanistica come estensione politica dell ‘architettura stessa. Così come della debolezza della nozione scalare di città come entità che accoglie semplicemente in se l ‘architettura. Dovrebbe farci riflettere la crisi del progetto urbano, con le ambizioni smisurate dell ‘architettura (spettacolare) e la sostanziale marginalità di una disciplina e dei suoi operatori nei meccanismi del mercato globaleÔǪ Di fronte al fallimento, o al ridimensionamento radicale, delle ambizioni scientifiche e politiche dell ‘urbanistica, le risposte di cui parli forse presuppongono un interrogativo: cos ‘è l ‘urbanistica nell ‘epoca della slumizzazione del mondo (Mike Davis)? Se è vero che la non-città sta vincendo, che un mare infinito di megaslums ci circonda, che senso ha insistere ad interrogarci su temi tipo costruire sul costruito o disciplinare le città e i territori (in piani autoreferenziali, quando non aberranti), etc.? Sul disegno e l ‘architettura, che forse proprio in questa condizione acquistano maggiore forza, ci torneremo, se questa interessante discussione continueràÔǪ

 

LPP. E tu credi che con una forma dell’architettura puoi riacquistare la dimensione politica, oltre che come buona intenzione metaforica?

 

LM. No, non credo nella forma come supporto o, peggio, espressione della dimensione politica. Neppure nella forma come dimensione prevalente dell ‘architettura. Dico solo che, di fronte alla difficoltà evidente di capire cosa sia oggi la città, la periferia, l ‘urbanistica, il progetto urbano (e soprattutto di immaginarne gli scenari futuri), è forse opportuno ripartire dall ‘architettura, con le sue ambizioni specifiche e nella intera estensione del termine (che non è solo immagine), per provare a ripensare gli spazi di vita. Le idee concrete per migliorare l ‘habitat, di cui giustamente parli, dove possono svilupparsi secondo te?

 

LPP. Bella domanda. Ma dubito che gli architetti possano imporre la loro visione politica dello spazio ai clienti. Possono suggerire al cliente un modo migliore di abitare ma sempre all’interno di coordinate che non sono dettate da loro. E quindi devono muoversi all’interno di parametri che non sono immediatamente politici e sono condivisibili e interpolitici: il rapporto con il terreno, con il cielo, con i materiali, con il verde, il buon uso dei materiali, la migliore distribuzione, l’onestà strutturale ecc… Non vorrei fare il tafuriano, ma questo è il senso di tutto Progetto e utopia. Che poi vuol dire che puoi pensare quanto vuoi una società aperta e trasparente ma se devi fare un palazzo di giustizia devi mettere i meta detector e li devi mettere dove vuole il cliente. L’architetto se vuole fare politica ( e quindi cambiare radicalmente gli accessi del palazzo di giustizia, per stare all’esempio che ho tratto dal fallimento di quello di Savona di Leonardo Ricci) deve fare il politico e appoggiarsi a clienti che la pensino come lui. L’architettura come storia della libertà, in senso crociano, non corrisponde però esattamente con la storia della libertà in senso strettamente politico, cioè di immediata politica.

 

LM. Sull ‘operare politicamente da parte degli architetti con gli strumenti e le capacità loro propri sono del tutto d ‘accordo. Le nostre posizioni divergono sull ‘idea di politico e sulle conseguenze che ne facciamo derivare. Per me non è una questione di imposizione di modelli o di visioni ai clienti o ai destinatari dell ‘opera (anche se una forma di imposizione è comunque insita nelle proposte degli architetti). Agli architetti forse non compete neppure tradurre grandi racconti come la società aperta, liquida, nomadica, etc., come da un ventennio cercano/cerchiamo disperatamente di fare. Ne forse spetta a loro opporsi con mezzi architettonici ad altri dispositivi, che pure sono importanti, come il controllo, la disciplina (citavi il caso di Ricci a Savona). L ‘architetto come inventore di immagini di libertà (Sanford Kwinter) mi sembra privo di senso, così come la mistica wrightiana della democrazia. Mi piacerebbe invece che si ricominciasse dalla materia concreta dell ‘architettura. Un esempio banale: la rinascita del social housing. Invece di far rifluire anche lì la retorica dell ‘immagine, perche gli architetti non si occupano, più modestamente, di capire cosa è cambiato nei modi di vivere e di abitare, e di tradurre queste conoscenze in progetto, in nuovi dispositivi spaziali, tecnologici, etc.? Perche si continua a progettare l ‘alloggio sociale rinnovando l ‘involucro, ma continuando in sostanza a fondare il progetto sulle teorie (divenute “credenze”) dell ‘abitazione razionale (1929-30)? Questo per me sarebbe un modo politico di operare: da architetto.

 

LPP. Si è così: bisogna capire i modi di vivere. Le relazioni sono l’essenza della forma ( e questa è eteronomia e non autonomia). Ma non vedo perche un tale atteggiamento sia in opposizione con l’idea dell’architetto come inventore di immagini di libertà, se per immagini di libertà non si intendono costruzioni formali bombastiche ( questa è retorica di libertà) o utopie politiche irrealizzabili ( questo è un compito che non compete all’architetto) ma una visione di mondo racchiusa in un frammento utopistico di mondo, realizzata a partire da quelli che sono gli strumenti formali propri dell’architetto, che sono lo spazio, la luce, i materiali, il buon funzionamento, le giuste relazioni,il gioco delle visuali, il rapporto tra il corpo e lo spazio eccÔǪ eccÔǪ Ripeto: questa è eteronomia non autonomia. Perche non è una chiusura dello stesso in se stesso, ma è una costante messa in discussione e apertura verso l’altro, ma tradotto nei propri mezzi.

 

LM. Credo che gli architetti possono essere inventori di mondi utopici, nel senso di prefigurazioni con i propri strumenti di pezzi di buoni mondi possibili, non di immagini di libertà. La libertà come categoria architettonica è quanto meno controversa. Per citare degli esempi, gli architetti della libertà (Boullee, Ledoux, etc.) proponevano immagini di libertà o di controllo/rappresentazione del potere? La grande architettura italiana durante il fascismo (Terragni, Figini, Pollini, etc.): per far quadrare l’equazione, dovremmo ammettere, come fece Zevi, un fascismo mitico che, come si sa, non è mai esistito. Altrimenti non sarebbe andato a Londra e poi in America. Idem per Le Corbusier: con la libertà ripiegata nella cartella, poteva spaziare dall ‘URSS a Vichy, non senza aver bussato alle porte di Mussolini per progettare una città nuova. Oggi Libeskind rifiuta di collaborare con i regimi che non rispettano i diritti umani, ma anche questa posizione è debole, visto che i confini della limitazione della libertà nel mondo globalizzato sono molto labiliÔǪ

 

MMS. Non si tratta di imporre una visione politica al cliente. Non è attraverso una forma che si costruisce un progetto politico per l’architettura. Si tratta al contrario di trovare soluzioni politiche per la città contemporanea. Perche la città non vive solo di architettura. L’errore più grande della critica, negli ultimi 15 anni, è stato quello di considerare, valutare e analizzare il dibattito sull’architettura da un punto di vista esclusivamente formale. Bruno Zevi, prima di morire, aveva compreso benissimo questo passaggio epocale: dalla potenzialità rivoluzionaria di una forma alla forza rivoluzionaria del paesaggio. Nel convegno di Modena del 1997 emerge in modo chiaro questa visione. Un approccio -tipico della genialità zeviana- che non rincorreva mai l’architettura e non cadeva mai nella trappola della pura descrizione di una immagine. L’approccio zeviano anticipava l’evoluzione dell’architettura e con forza riusciva anche ad influenzarne alcuni aspetti. Una visione -appunto- e non una descrizione formale dell’architettura da libro di storia dell’arte. Anche la posizione crociana di Zevi e la sua idea sulla libertà di forma erano legate a una visione rivoluzionaria dell’architettura e anticipavano ciò che poi è realmente accaduto. La forma si è liberata, definitivamente. Ma la domanda è: perche nel 1997 Zevi rilancia il paesaggio, in chiave del tutto originale e innovativa? Forse perche aveva capito che l’epoca della rivoluzione formale si stava concludendo e si apriva un’altra fase storica che nessuno è riuscito a interpretare perche quasi tutti ragionano ancora con le categorie lasciate da Zevi, da una parte, e Tafuri, dall’altra. La verità è che oggi, alla fine del 2013, la dicotomia Zevi-Tafuri non è ancora finita perche non si riescono a trovare nuove chiavi di lettura del contemporaneo. Per questo penso sia utile pensare a una nuova visione politica della città e dell’architettura, riscoprendo il paesaggio e il landscape urbanism; scendendo anche di scala per progettare nuove relazioni urbane, negli interstizi lasciati vuoti e nei frammenti da recuperare, creando nuova socialità, nuovo benessere collettivo. Ma tutto questo non può essere fatto solo con gli occhiali della teoria. Anche la critica non basta, e serve a poco se non torna ad essere operativa. Perche come Zevi sapeva bene, bisogna vivere l’architettura, bisogna quasi respirarla. Il nuovo approccio “dogmatico” -dunque- è distante anni luce dalla costruzione di una nuova visione politica, reale, anche utopica, della città. Dogma rimane sul piano della metafisica. Altro che architettura relazionale, altro che progetto politico. Dogma è pura teoria, trascendente, reazionaria.

 

LM. La città non vive solo di architettura: occorre ripartire da questa constatazione. In più, l ‘architettura è tutto sommato una parte minoritaria del costruito, così come la città lo è dell ‘urbanizzato. L ‘attenzione sul paesaggio (e sul landscape urbanism) si impone, ma tenendo presente che il paesaggio si configura come una realtà ibrida, punteggiata da case, officine, infrastrutture, superluoghi. Il paesaggio andrebbe riletto quindi nell ‘ottica della dissoluzione della città, che non è l ‘invenzione recente dell ‘anticittà di Boeri, ma risale a Rudolph Schwarz, a Gutkind, etc. ├ê evidente che contrapporre in questo contesto figure del passato è privo di senso. Tanto più contrapporre Zevi e Tafuri come autori-guida per operare vaticini o per formare ancora schieramenti, senza pensare che meriterebbero invece di essere studiati in una prospettiva rigorosamente storica (come sta accadendo per Tafuri fuori d ‘Italia). Quindi una nuova visione politica della città – o della “città intermedia” secondo Sieverts – e dell ‘architettura che parta dalla lettura del presente e dalla rottura innescata prima dalla globalizzazione, poi dalla crisi mondiale e dalla profonda incertezza riguardo agli esiti del ciclo liberista (processi sociali di individualizzazione, differenziazione, parcellizzazione; eclissi della nozione tradizionale di società e di comunità locale; migrazioni, ibridazioni, conflitti). Per comprenderne la natura e le direzioni si dovrebbe spostare forse lo sguardo verso la riflessione critica, e non tenerlo solo sull ‘invenzione di un progetto: porre domande, elaborare problematiche, individuare scenari. Tutto ciò nella consapevolezza che, nel tentativo politico di materializzare il diritto alla città e all ‘architettura, le azioni, le decisioni, i soggetti sono molteplici e conflittuali. Non sarebbe utile qui ripartire proprio dall ‘analisi non dogmatica dei feticci dell ‘architettura e dell ‘urbanistica degli ultimi venti anni: dallo sprawl alla sostenibilità pervasiva, dalla densità alla mixite, dalla concertazione al marketing territoriale, dal meraviglioso mondo della comunicazione e del manierismo globale ai propositi di nuovo ascetismo, etc.?

 

LPP. Io quando sento dire che non serve fare contrapposizioni vado in bestia. No nel tuo caso, ma in genere quelli che dicono che non bisogna fare contrapposizioni lo dicono per dire che tutto va bene, per giustificare il loro stato di confusione mentale o peggio il loro opportunismo. Bisogna studiare tutto, leggere tutto, essere aperti a tutto. Ma poi bisogna avere un punto di vista chiaro e preciso. E ammesso che non vuoi avere un punto di vista, non puoi dire che A vale tanto quanto B se A e B dicono due cose diverse o opposte. Non puoi dire che marxismo, nazifascismo e liberalismo sono tutti interessanti. Si, in un certo senso lo sono, ma poi devi scegliere e devi giudicare ( ecco la funzione della critica). O magari puoi optare per un quarto punto di vista. Ma da questo poi devi giudicare gli altri tre. Qui invece tutti vogliono essere partiti di opposizione e di governo: quando fa loro comodo.

 

LM. Le contrapposizioni sono inevitabili quando riguardano aspetti della nostra contemporaneità, e di conseguenza le scelte. Però credo che contrapporre autori, anche grandi, del passato quando si tratta di leggere una realtà molto diversa non aiuta, ma semmai genera confusione. Sono d ‘accordo che occorre prendere posizione, lo dico spesso anche io, ma non sotto il mantello protettivo di chi non può più proteggerci. Nel caso di Zevi e di Tafuri, il mio invito era a superare l ‘aut/aut, non per discioglierli nell’indistinto, ma per evitare un ‘operazione anacronistica. Recuperiamo o ognuno con le proprie preferenze o ciò che ancora resiste, o crediamo resista, alla prova del tempo, ma rileggiamoli soprattutto con le lenti dello storico.

 

LPP. che diversità c’è tra la lente dello storico e la lente del presente? La grandezza di Zevi fu a mio avviso quella di averci fatto capire che il passato non ha il sedere rosa e che anche allora c’era chi faceva ricerca e chi bla bla accademico ( per semplificare). L’idea che il tempo faccia decantare le posizioni , coronandole di una ineffabile aura o di una razionalità della storia, può essere molto pericolosa. Perche poi accetti tutto. Direi che porta a un hegelismo d’accatto. Se Tafuri diceva fesserie ( o cose giuste) ai tempi di Zevi, continua a dire fesserie o cose giuste ai giorni nostri ( salvo ovviamente il diritto di ricredersi e di cambiare opinione, ma questo non lo porta la Storia, ma il normale corso del pensiero)

 

MMS. Possiamo dire provocatoriamente che molti nipotini di Zevi non hanno capito realmente, dal 2000 a oggi, il messaggio zeviano? Perchè ponendo questa semplice domanda penso si possa fare un grande salto in avanti, da un punto di vista critico. Il mondo per altro è cambiato con velocità esponenziale dal 2000, da quando Zevi non c’è più. Ad esempio io sono convinto che Bruno Zevi avrebbe sparato (culturalmente) contro molte delle architetture che abbiamo visto negli ultimi 13 anni sulle riviste patinate; architetture spesso monumentali spacciate per invenzioni dinamiche e geniali. Vogliamo poi parlare di Dubai e della nuova speculazione liberista su scala mondiale? In sostanza, sono molti i punti critici del contemporaneo sui quali si dovrebbe ragionare con maggiore libertà. Per altro, noto in questi ultimi anni, la vera contrapposizione è proprio sulla politica dell’architettura e della città, non sulla critica dell’architettura che rimane un discorso ristretto, per addetti ai lavori (Zevi, Tafuri, Argan parlavano al mondo della cultura ed erano, al contrario, conosciuti e apprezzati dalla totalità dell’universo culturale italiano e non solo italiano). La contrapposizione, dicevo, sta nella politica, tra un atteggiamento liberal-liberista e un atteggiamento sostanzialmente marxiano. Il primo giustifica qualsiasi cosa purchè sia storta e accartocciata; il secondo atteggiamento preferisce le scatolette rigide a accademiche. Questa è la vera contrapposizione che noi dobbiamo scardinare. Perchè io (ad esempio) che preferisco un atteggiamento marxiano, legato al sociale e al benessere collettivo, non penso che l’unica risposta all’ estremismo liberista del mercato globale sia quella di costruire una città rigida e astratta ispirata alla metafisica di Speer.

 

LM. Lo storico, come diceva Marc Bloch, comprende il presente attraverso il passato e il passato attraverso il presente. Ora, un conto è lavorare sulla base di un metodo prudentemente regressivo (non so tradurre meglio in italiano), altro è assumere la storia come miniera a cui attingere acriticamente. Gli strumenti per leggere il passato e il presente sono sostanzialmente gli stessi; sono gli usi (e gli abusi) che spesso fanno la differenza. Anche io dubito che il tempo dissolva le differenze per il semplice fatto di collocarle su un piano meno polemico o ideologico, o peggio che dia di per se valore a ciò che non ne possiede (v. i recuperi ciclici di figure che non reggono nemmeno alla prova del panegirico a distanza). Nel caso di Zevi e Tafuri, credo che superare l ‘opposizione, spesso aprioristica e di appartenenza immediata, ricollocandoli sul piano della storia, può aiutare a leggerli in maniera meno dogmatica e forse comprenderli meglio. Che poi possano aiutare ancora oggi a comprendere il presente, non è escluso. Ma, mi chiedo, perche oggi non abbiamo più una nuova generazione dello stesso spessore, che sappia leggere il presente e il passato assumendo criticamente le condizioni esistenti. Forse, come dice Marco, quella opposizione originaria, che non si è mai dissolta, ha qualche peso in tutto questoÔǪ

 

LM. Ecco, il mondo è radicalmente cambiato, mentre lo sguardo sul mondo o dalle parti della nostra disciplina o non lo è o, forse, non lo è stato in misura sufficiente a costruire ipotesi e proporre soluzioni. Non so se Zevi avrebbe criticato la deriva del divertissement architettonico imperante, però ne ha in un certo senso avallato gli inizi in un momento di generale entusiasmo. Se vogliamo ragionare sulla critica, al di là delle contrapposizioni e dei discorsi in codice, dovremmo riconoscere che è proprio la capacità di parlare ad un pubblico ampio che oggi manca. Di parlare di architettura, non di comunicarla semplicemente. La marginalità dell ‘architettura oggi si vede nel suo non più essere oggetto di un dibattito culturale, non specialistico, come lo era negli anni ’50- ’70, pur con le evidenti semplificazioni. Veicolata dai supplementi patinati del week-end e dal DIY del web (che ha comunque i suoi spazi interessanti), l ‘architettura non si presta più a essere messa in discussione al di là dell ‘immagine e dello spettacolo. Ormai siamo anche oltre Duba├»: il fallimento di Duba├» World non riguarda solo il modello della città neoliberista, ma anche le ambizioni dell ‘architettura spettacolare. Se continuiamo ad arrovellarci sulle opposizioni politico-formali, faremo non uno, ma mille passi indietro. Concordo pienamente sulla banalità di far coincidere posizioni politiche con morfologie urbane o architettoniche. Anche dalla mia angolazione, occorre far fronte alla deriva liberista del mercato globale con più sociale, più collettivo (o comune), più uguaglianza, etc., però si devono reinventare non solo le forme (specifiche) della politica, ma anche quelle dell ‘architettura e della città. Come tutte le generazioni prima della nostra hanno fatto in epoche di radicali trasformazioni. Perche noi dovremmo essere un ‘eccezione?

 

MMS. Sono d’accordo Luigi (LM). La deriva liberista ha fatto crescere esponenzialmente la diffusione dell’architettura spettacolare ignorando completamente il rapporto con il bene comune, con la collettività, con le istanze del sociale. Questo processo si è tradotto in una comunicazione da supplemento patinato (in edicola con i quotidiani) con immagini fashion e fotografie accattivanti, con articoli acritici di pura descrizione di questa o quella icona fotografica. All’inizio tuttavia, per pochi anni, questo meccanismo aveva anche degli aspetti positivi: l’architettura diventava, alla fine degli anni novanta e nei primi anni del duemila, un fatto pubblico, nazionalpopolare (e internazional/popolare). Tutti potevano vedere immagini di architettura che un tempo erano filtrate dai grandi storici/critici e sostanzialmente riservate a una elite culturale. L’architettura, in quegli anni, diventava un fenomeno di massa, per fortuna. I viaggi di architettura si moltiplicavano, non solo tra architetti. L’architettura diventava meta di pellegrinaggio, facendo la fortuna di alcune città. Ma a questo processo, purtroppo, non si è affiancata una crescita critica. Per cui l’architettura è diventata sempre più spettacolare, ogni giorno che passava. Dalla rivoluzione delle forme di Zevi siamo passati alla rivoluzione del mercato fashion/liberista/globale. E siamo arrivati al punto di nascondere evidenti mosse puramente speculative sotto il velo delle archistar. Il web, nonostante i suoi lati incredibilmente positivi, non è stato ancora in grado di creare, in questo processo, un reale spessore critico (ma siamo solo all’inizio). Il risultato è che l ‘architettura spettacolare, le immagini accattivanti e fashion vengono veicolate in quantità industriale; mentre l ‘analisi critica è stata messa in soffitta perche troppo debole per scontrarsi con il mercato delle riviste patinate; l ‘analisi critica è relegata a dibattiti sul web che (anche se utilissimi) raggiungono quasi esclusivamente gli addetti ai lavori e non sono in grado, oggi, di varcare la soglia di ciascuna disciplina per raggiungere quella elite culturale che un tempo Zevi e Tafuri riuscivano comunque a coinvolgere attraverso la loro forza intellettuale. Per farla breve: oggi gli architetti parlano ad altri architetti e neanche si capiscono bene tra di loro. Per questo la mancanza di figure come Zevi e Tafuri (nell ‘architettura) e Argan (nell ‘arte) è deleteria per il mondo culturale italiano, perche aumenta lo spazio buio tra l ‘analisi critica del mondo e quelle immagini fashion. Il problema, comunque, non può essere risolto contrapponendo a questa dinamica cultural-liberista un atteggiamento culturale totalitario, dogmatico e di regime, imponendo dall ‘alto forme metafisiche, sovrapponendo alle icone che si vogliono combattere una nuova iconografia accademica. Questo non è un atteggiamento proiettato verso il bene comune. In queste dinamiche del presente, in ogni caso, credo che i critici di architettura commettano un errore: sono troppo coinvolti, non riescono a creare un positivo distacco, anche se momentaneo, con la realtà, per analizzarla poi con occhiali sempre diversi e non con gli occhiali blu dell ‘ideologia (per dirla con Russel): perche essere troppo coinvolti porta spesso ad avere posizioni ideologiche che allontanano dalla lucidità critica. Quindi, se è vero che lo spirito dello storico coincide con lo spirito del critico perche sia lo storico che il critico analizzano fenomeni reali, è altrettanto vero che lo storico, oggi, riesce a mantenere meglio quel distacco che gli permette di criticare anche il presente. Per questo motivo, da un punto di vista comunicazionale, gli storici ooggi- funzionano meglio dei critici. Perche anche il nostro mondo ha bisogno di simboli, e lo storico ha le chiavi dell ‘universo simbolico, del passato e del presente, e viene visto come uno studioso che, per sua natura, deve guardare il mondo da una torre e per questo è credibile, per quel pizzico di ascetismo culturale che fa parte della sua natura. Bruno Zevi aveva compreso benissimo questo passaggio ed il suo essere critico coincideva sempre con la forza della Storia, con la capacità di andare a ricercare nel passato remoto le radici del nostro presente e le visioni per il nostro futuro.

 

LM. L ‘architettura come fenomeno di massa, il pellegrinaggio verso i landmark (e lo shopping annesso) sono fenomeni importanti, da vedere però anche sull ‘altro lato della medaglia. Città come Bilbao sono state reinventate dai grandi oggetti architettonici, ma anche consumate dal turismo di massa che amplifica quanto già accade per i siti archeologici.
L ‘accesso illimitato attraverso il web, vero, ma ancora non sono chiare le potenzialità (e i limiti). Proprio grazie alla sua diffusione capillare, il web potrebbe portare l ‘architettura verso un largo pubblico, comunicandola e divulgandola. Assistiamo invece ancora ad una polarizzazione: da una parte la prevalenza del mi piace/non mi piace e del pluralismo inconsistente; dall ‘altra l ‘uso del web esattamente come la carta stampata, con la pubblicazione di testi del tutto impermeabili al confronto e alla critica. Questa seconda strada è in genere percorsa da critici e storici dell ‘architettura che, pur appartenendo alle giovani generazioni (al di sotto dei cinquant ‘anni), ripetono sul web schemi anacronistici, sottraendosi di fatto al dibattito a cui pure dichiarano di voler contribuire.
La difficoltà di comunicazione tra non addetti ai lavori nasce quindi dagli usi diversi, e spesso incompatibili, del mezzo: manca il tempo lungo della riflessione, ucciso dal tempo reale (irreale?) del web. Da qui la difficoltà di decifrare brevi messaggi, spesso in codice come avviene su facebook, che degenerano subito in cazzeggio (spesso più pretenzioso che divertenteÔǪ).
Rientra nella difficoltà interpretativa anche quella che tu chiami nuova iconografia accademica, e che io credo richieda una lettura più analitica, meno ideologica. ├ê illusorio contrapporre un immaginario ascetico alla deriva spettacolare dell ‘architettura, d ‘accordo, ma occorre disegnare (e non solo metaforicamente) ipotesi alternative a questa deriva. E credo che il terreno sia sempre di più quello dell ‘architettura, di quelli che un tempo venivano dispregiativamente definiti oggetti celibi, senza sperare troppo sulle categorie rassicuranti della città, del tessuto, del quartiere, etc. Il ricorso all ‘ascetismo ha comunque delle ragioni evidenti come reazione all ‘iperbole a cui assistiamo. Si tratta secondo me di una componente della pars destruens della critica all ‘architettura attuale, non delle prefigurazioni di un ‘architettura a venire, almeno nelle forme in cui questo discorso si è fino ad ora tradotto in termini progettuali.
Ma di quale critica parliamo? Nella nuova democrazia diretta dell ‘informazione, con il relativismo di massa che la caratterizza, ciò che sembra assente è proprio il potenziale critico dello sguardo storico (l ‘espressione non è mia). Oggi quali sono gli storici (e i critici) che, come dice Marco, riescono a mantenere il distacco necessario per criticare il presente? Forse mi sbaglio: si possono leggere tante microstorie, di qualità variabile, ma dov ‘è una storia che ritraccia le vicende degli ultimi trent ‘anni con lo spessore di quelle che hanno costruito il movimento moderno e le sue crisi? Da lettore, la sto ancora aspettandoÔǪ

 

MMS. Sì, hai ragione Luigi (LM). Anche io trovo sempre molte delle risposte che cerco nell’architettura (quando viaggio in Italia e all’estero) e quasi mai nelle “microstorie” -di qualità variabile- che spesso non riescono a mantenere il distacco necessario per criticare il presente. Oggi possiamo leggere centinaia di libri (e migliaia di articoli sul web) ma nessuno è stato in grado di raggiungere (per ora) i livelli di Zevi e Tafuri. Gli unici che, a mio avviso, hanno lasciato in questi ultimi anni dei segni critici significativi, positivi e di rilievo, sono Antonino Saggio ed LPP (e vengono tutti e due dalla “scuola zeviana”). Forse perche hanno costantemente unito il loro spirito critico con l’analisi attenta della Storia dell’architettura. Nel web un segno del tutto rilevante e positivo lo hanno per me lasciato anche Sandro Lazier con AntiThesi (rivista fondamentale per ragionare, con profondità, su alcuni temi dell’architettura contemporanea); ed Emanuele Piccardo con archphoto. Anche se non condivido alcune delle posizioni di Antithesi e di archphoto, non si può non riconoscere che anche queste due realtà hanno influenzato e stanno influenzando in modo positivo il dibattito di architettura. Il resto è fatto come dici, in gran parte, da queste microstorie a volte ispirate e dirette più da uno scambio di favori per qualche pubblicazione in più che da una reale voglia di confronto critico. Per altro condivido il discorso che tu fai sul mondo del web. Assistiamo in questi ultimi tempi a un vero e proprio fenomeno di isteria collettiva, specialmente su facebook, per cui diventa difficile affrontare i temi di architettura con quel distacco critico necessario. Sembra di stare in una guerra perenne che si traduce, talvolta, in minacce velate del tutto ingiustificate. Questa è l’altra metà di facebook, il suo lato oscuro; il luogo dove, a forza di sfogarsi, alcuni perdono le staffe e percorrono strade sterili e distanti dal dibattito critico. In questo modo tutti pensano di essere attaccati personalmente (quando invece non lo sono affatto) e sono talmente annebbiati dall’odio che non riescono più ad analizzare la critica di architettura con lucidità. Il lato oscuro di facebook sta, penso, nella sua innata tendenza a semplificare la complessità di alcuni discorsi. Ad esempio, tanto per essere chiari, se io trovo incredibilmente reazionaria “Stop City” di Dogma (2007), non vuol dire affatto che io detesti tutte le architetture pubblicate nel libro di Biraghi (Storia dell’architettura italiana. 1985-2015). Per fare un altro esempio: io trovo interessante la ricerca di Ian+ su “Riabitare il centro” (Roma, 2008). Allo stesso modo trovo che la scuola M.G. Cutuli ad Herat, sempre di Ian+, sia un bellissimo progetto, per niente totalitario. Rimango invece perplesso quando i disegni di architettura si ispirano sempre più spesso a linguaggi “dogmatici” e quando l’architettura disegnata diventa incredibilmente fuori scala, sovradimensionata, quasi imposta dall’alto (per questo totalitaria e fascista) perche trovo brutta quella idea di mondo, distante dal sociale e da una tensione verso il benessere collettivo. Faccio un terzo esempio: io amo molto i disegni di Servino. Lo ammetto. Trovo che alcune sue composizioni siano delle opere d’arte (per questo ho cliccato decine di volte, in passato, su “mi piace” quando vedevo i suoi disegni pubblicati su facebook). Tuttavia quella idea di mondo, se tradotta nella realtà, non mi piace affatto. Per questo sostengo da anni che l’arte e l’architettura sono cose diverse (e chiaramente non sono il solo). Perche i disegni di Servino e Baglivo sono bellissimi, ma se queste idee si traducono in realtà siamo fritti. Invece le architetture di Baglivo e Galofaro, quelle vere, quelle costruite, sono diverse (come ho già detto citando Ian+). Per questo (e concludendo il mio lunghissimo commento) penso sia pericoloso, per molti bravi professionisti, condurre battaglie culturali sotto la bandiera di Dogma. Perche Dogma, e la nuova tendenza in architettura lanciata de facto da Stop City, rischia di far allontanare i bravi progettisti dalla loro capacità di fare buona architettura, spingendoli verso una deriva reazionaria.

 

[Immagine di copertina: Gro├ƒe Hall, Berlino di Albert Speer. – Fonte: Wikipedia]

 

[ CONTINUA ]

 

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