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Ho appena comprato il libro di Biraghi e Micheli sull’architettura italiana dal 1985 al 2015(sic). Ho letto sgomento qualche pagina a caso, dove si lodano opere inguardabili. Ma la sorpresa maggiore è che Zevi in oltre 350 pagine è citato due volte e di sfuggita mentre, solo per fare un nome, il gruppo Baukuh oltre dieci, e Gregotti quasi 50. Purtroppo chi, come me, ha scelto di fare il critico deve leggersi anche i libri più stupidi e demenziali. Questo appare al limite: se non si capisce il ruolo che Zevi ha avuto negli anni novanta, vuol dire proprio che chi lo ha scritto di architettura italiana ne mastica proprio poca.

Seconda osservazione: perche 1985-2015? perche piaceva il numero tondo. 1985-2013 faceva poco geometrico. E poi andare avanti di due anni alludeva a una melodica proiezione verso il futuro. Siamo moderni e nello stesso tempo siamo armonici: ecco il messaggio mostruoso. Come i Cugini di Campagna. Forse già nella scelta del titolo si vede l’anima che pervade il testo.

Terza osservazione: il libro parla poco di architettura per buttarsi in sociologia. E allora ci saremmo aspettate buone analisi del rapporto tra architetti e politica. Un bel tema, se non altro da affrontare. Si parla, per esempio della Milano da bere e della Milano 2 di Berlusconi, ma poi non si accenna ai rapporti tra Craxi e Portoghesi, al sistema delle cooperative, al modo in cui sono stati assegnati negli anni ottanta e novanta gli incarichi pubblici, a scandali come quelli del G8. Passando alla sociologia della cultura, il caso Casamonti non è neppure accennato. Da un lato si parla di alcune opere di Archea e dall’altro , tra le riviste, si accenna ad Area. Come se si trattasse di uno studio di architettura qualsiasi e di una rivista qualsiasi e non di uno dei più interessanti e controversi casi per scalare l’architettura italiana. Idem quando si parla di Boeri, anche se con una punta di approfondimento, Ma con una analisi omertosa e reticente. Da tutti i punti di vista questo libro di Biraghi e Micheli è una vergogna.

Quarta osservazione: invece di denunciare i convegni sull’identità dell’architettura italiana come bullshit, li si cita come importanti. E si cerca anche di individuare ciò che costituisce il nodo dell’identità. Che sarebbe, per gli autori, la problematicità. Cioè praticamente niente. Si, potrebbe trovare, infatti, una caratteristica più generica? Come dire che tutti noi siamo timidi. Oppure che in fondo a ogni uomo si nasconde una bestia. Oppure che gli italiani sono brava gente. Invece si parla poco e niente di fenomeni che stanno esplodendo come quello dell’emigrazione degli architetti italiani all’estero, con le conseguenze dal punto di vista dell’ibridazione dei linguaggi (con una nuova koinè). L’Europa sembra non esistere, mentre i punti di riferimento rimangono le sempre più devastate strutture universitarie.

Quinta osservazione sul libro di Biraghi e Micheli : delle nuove forme di comunicazione non c’è traccia. Non si dice una parola di arch’it e dell’esperienza delle riviste elettroniche da channelbeta ad Archphoto. Non si dice una parola della serie della rivoluzione informatica di Antonino Saggio. Non una parola su presS/Tletter. Non una analisi su Niba, Archphoto, Archiwatch, Europaconcorsi. Non una osservazione intelligente sul complesso e oramai importante mondo dei blog e del web. Un libro scritto in sacrestia, da chi il mondo lo conosce solo attraverso le lenti deformanti dell’accademia.

Sesta osservazione: un capolavoro di ambiguità la descrizione di Gibellina. Prima si lodano le opere senza senso e fuori scala degli architetti coinvolti. Poi, in conclusione e di sfuggita, si afferma che sono tardive e sostanzialmente estranee ai luoghi. Non si dice una parola della follia di aver fatto un piano così megalomane e fuori scala per un piccolo paese della Sicilia. Al di là della notazione specifica, si osservi che questa tecnica di far precedere prima una serie di elogi e poi un dubbio è proprio di quasi tutte le analisi del libro. In questo modo si solletica prima l’autore e poi se ne prendono le distanze. Marchetta+ distanza critica. Insomma come risolvere il problema di avere la moglie ubriaca senza però perdere la faccia di critico severo.

Settima osservazione: come si faccia a trovare interessanti le opere di Derossi, Purini e Gregotti lo sa solo dio. Che dio li perdoni.

6 Comments

  1. antonio 15/12/2013 at 09:40

    le recensioni, per quanto dure, non dovrebbero MAI abbandonare educazione e fair play come invece succede in questo caso. da una parte l’arroganza e la maleducazione di questo articolo stupiscono, perch├® contrastano con la sobriet├á e l’eleganza che sempre dimostra biraghi, uno studioso che perlomeno per quello che ha fatto sinora merita l’onore delle armi al di l├á della legittima distanza delle posizioni. dall’altro lato quella stessa arroganza e maleducazione non meravigliano, dietro si intravvede il fantasma della frustrazione.

  2. LPP 22/12/2013 at 21:29

    Arrogante ├¿ il libro di Biraghi con le sue omissioni e i suoi giudizi. E arrogante ├¿ il tuo commento che non obietta nulla alle critiche e cerca di smontarle facendo appello a una presunta buona educazione che,tra l’altro, mostri di non padroneggiare. Fingersi scandalizzati, quando non si hanno argomenti, ├¿ argomento da sepolcri imbiancati.

  3. antonio 29/12/2013 at 12:34

    non obbietto al merito delle critiche perch├® sto leggendo il libro e non ├¿ mia abitudine scrivere a vanvera. a suo tempo mi esprimero anche puntualmente. io non mi fingo scandalizzato, io sono davvero incazzato per la volgarit├á dei modi che peraltro inficia pesantemente la seriet├á della recensione. sui giudizi e sulle omissioni di biraghi mi permetto di far notare che A) le omissioni sono inerenti all’idea stessa di storiografia (tutte le storie sono dunque arroganti?) e vengono anticipate e spiegate inintroduzione e prologo da biraghi. B) i giudizi di biraghi sono sempre – e anche in questo caso, per quel che ho letto sinora – equilibrati nella costruzione delle basi su cui vengono formulati, tendenzialmente non autoreferenziali, espressi con prudenza. tutt’altro che arroganti, a meno che arrogante non sia ci├▓ che fuoriesce dal lpp pensiero.

  4. LPP 29/12/2013 at 14:02

    E allora parliamo degli anni trenta e tralasciamo il nazismo perch├® non ci piace. Le omissioni sono tollerabili in sede critica e non storica. Che tu e Biraghi, che si passa per storico e non per critico,abbiate questa confusione mi sembra intellettualmente grave, anzi gravissimo. Comunque, ti faccio notare che colui che tu definisci arrogante, cio├¿ il sottoscritto, lascia sempre spazio per opinioni diverse dalle sue, anche per persone che non mettono nome e cognome e faccia. I veri arroganti, ricordatelo per la vita, sono i conigli mannari.

  5. Deborah 23/03/2014 at 08:20

    Posso chiederti secondo te quali possono essere i testi migliori per chi vuole studiare per conto suo la storia delle abitazioni? Io lo faccio con il tentativo di inserirmi nel mondo dell’arredamento d’interni pur non avendo frequentato prima una scuola adatta. Grazie

    • LPP 24/03/2014 at 10:48

      C’├¿ credo un buon libro di Renato De Fusco di Storia del design, Bari, Laterza, 2002.
      Guardati anche questo: G. DÔÇÖAmato, LÔÇÖarte di arredare. La storia di un millennio attraverso gusti,
      ambienti, atmosfere, Bruno Mondatori, Milano 2001.

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