SPECIAZIONE – di Alessandro e Leonardo Matassoni

IPOTESI EVOLUTIVA DEL GRATTACIELO

 

 

“… Nel migliore dei casi, oggi risultano esclusivamente le dimensioni grandiose, eppure queste costruzioni avrebbero potuto essere qualcosa di più di una semplice manifestazione delle nostre possibilità tecniche.”

Ludwig Mies van der Rohe

 

“… New York …… è una catastrofe con la quale un destino troppo avventato ha travolto un popolo coraggioso e fiducioso, ma pur sempre una bella e apprezzabile catastrofe”

Le Corbusier

 

 

Spesso il coraggio e la fiducia portano a risultati molto migliori della timidezza.

Per Ground Zero ci immaginavamo le grandi possibilità offerte dalla situazione; possibilità che ne facevano un ‘opportunità unica, di portata storica per l ‘altissimo valore simbolico che inevitabilmente, le nuove architetture nate dalla distruzione avrebbero assunto.

Quale migliore occasione per un ‘operazione estrema?

Quale approccio adottare se non di tipo spregiudicato, in una situazione speciale che richiedeva coraggio?

Nella realtà dei fatti invece, tutte queste premesse non sono state sufficienti a garantire il necessario slancio ideale e creativo all ‘operazione che si è arenata in soluzioni piuttosto ordinarie.

Il grattacielo, il principale strumento utilizzato, è stato adottato così com ‘è, senza approfondirne le possibilità di sviluppo che invece avrebbero potuto offrire nuove prospettive, cioè semplicemente come un oggetto con cui allestire il vuoto disponibile.

D ‘altra parte com ‘è successo in questo caso, anche nel resto del mondo tende a prevalerne la versione più tipica dal grande impatto scultoreo e valore simbolico; è la forma architettonica prediletta anche dai nuovi centri asiatici del potere economico proprio per la sua efficacia rappresentativa.

Lo sperimentalismo si è concentrato nel campo tecnologico orientandosi verso la sfida rappresentata dalle altezze sempre maggiori, aldilà della quale però, questi grandi edifici sono concettualmente sempre simili a se stessi e non si sono discostati granche dalle loro origini tipologiche.

Non c ‘è stato ancora un salto evolutivo della specie grattacielo, nessun cambio di paradigma oltre il quale lo sviluppo potesse ricominciare ad un livello superiore.

Come si sa, dopo la struttura d ‘acciaio intelaiata della Scuola di Chicago, l ‘innovazione più significativa, ormai risalente a varie decine di anni fa, è stata il Curtain wall che ha consentito la conquista della trasparenza totale dell ‘involucro.

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Gherkin Tower, Norman Foster – Londra; immagine tratta dall’album di Lauren Manning

In altre parole l ‘iconicità per la quale questo tipo architettonico ha avuto tanto successo, a questo punto, rappresenta un freno, nel senso che per poter esprimere le sue grandi potenzialità esso dovrebbe calcare un percorso ologenetico pressoche opposto rispetto a quello attuale.

In questo senso, alcuni spunti ci sono già, anche se allo stato embrionale: ci riferiamo per esempio a quei progetti che, in vario modo si rifanno al modello del grattacielo orizzontale costruttivista e che già oggi si basano su una poetica compositiva tendente a smontare il grattacielo monovolume per articolarlo con elementi orizzontali in grado di accogliere spazi urbani pubblici, ampliando la superficie della città e questo ci sembra, costituisce una conseguenza potenzialmente esplosiva.

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STOCK EXCHANGE, OMA – Shenzhen; immagine tratta dall’album di ADAM NOWEK

 

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STOCK EXCHANGE, OMA – Shenzhen; immagine tratta dall’album di ADAM NOWEK

D ‘altra parte, Norman Foster nelle sue torri (quella della Kommerzbank o della Hong Kong and Shanghai Bank o anche nella Gherkin Tower) pur mantenendo una certa compattezza formale, ha agito sull ‘articolazione degli spazi interni generando situazioni urbane che ripropongono relazioni spaziali e rapporti di prossimità simili a quelli della città storica (qualcosa di simile potrebbe dirsi anche per il “Lloyd’s Building” di Rogers), suggerendo così, una possibile via per superare lo schema basico e ripetitivo della scansione verticale caratteristica di questi grandi edifici.

Insomma negandone la compattezza volumetrica, creando superfici pubbliche o semipubbliche sopraelevate e articolandone gli ambienti interni per ottenere una spazialità dotata di proporzioni più umane, questi esempi offrono spunti per superare il fisiologico isolamento urbano del grattacielo e i suoi problemi di scala, suggerendo una possibile direzione di sviluppo.

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kommerzabank Tower, Norman Foster – Francoforte; immagine tratta dall’album di chaouki

 

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Gherkin Tower, Norman Foster – Londra; immagine tratta dall’album di Maciek Lulko

 

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Hong Kong and Shanghai Bank, Norman Foster – Hong Kong; immagine tratta dall’album di trevor.patt

Sulla base di queste considerazioni e tenendo anche presente che sempre più spesso, la regia di certi grandi progetti urbani è solitamente unica, sarebbe realistico ipotizzare la ricerca di una complessità tridimensionale molto maggiore attraverso la composizione e la fusione volumetrica tra oggetti architettonici distinti con elementi trasversali, senza per questo rinunciare alla necessaria coerenza linguistica dell ‘insieme.

Ovvero ci chiediamo: sarebbe possibile già oggi, osare soluzioni dotate di maggiore carica innovativa che traendo ispirazione dalle avanguardie del secolo scorso, proponessero davvero nuove tipologie di città?

Se, come sostengono alcuni scienziati e filosofi, è vero che siamo alle soglie di un ‘impennata tecnologica (singolarità tecnologica), entro poche decine di anni potremmo avere a disposizione anche i nuovi materiali in grado di assecondarle.

Si tratterebbe di progetti di sistemi urbani molto più complessi delle scontate griglie più o meno deformate delle Instant Cities, sviluppati in tre dimensioni e su più livelli-piastra permeabili alla luce e alla circolazione, ognuno dei quali costituirebbe nuova superficie urbana, a formare un organismo sostenuto ed innervato verticalmente dai grattacieli che diverrebbero così le unità-base portanti.

Naturalmente va tenuto conto del fatto che l ‘espressione di queste possibilità esigerebbe un ‘attività di progettazione urbana radicalmente diversa da quella usuale: essa dovrebbe poter scendere di scala da un lato e contemporaneamente, elevarsi dallo stato di scarna attività programmatoria ad arte di ordine superiore il cui campo d ‘intervento sarebbe lo spazio tridimensionale e il cui ambito sarebbe quello del sistema urbano nella sua complessità fisica, sociale, economica e tecnologica.

Nella culla del grattacielo, Ground Zero avrebbe potuto costituire il gene mutante in grado di dare inizio ad una speciazione attraverso un approccio estremo ma è mancata la capacità decisionale, quasi visionaria, necessaria.

In determinati contesti socio o politici e geografici (molto probabilmente asiatici), tutto questo sarà possibile nel prossimo futuro?

 

1 Comment

  1. ippolito della ripa (alias)carlo degli andreasi 18/11/2013 at 19:53

    è sempre con vero piacere che vi rispondo, grato per la ulteriore sessione ginnica per i miei neuroni;
    non entro nel merito oggettuale dell’essere o non essere “grattacielo” ma prediligo il concetto di “paesaggio” in senso universale e questo richiama l’esperienza artistica, e/o meglio l’esperienza metafisica. Morandi e le sue bottiglie/edifici ricordano skyline urbani straordinariamente musicali e “composti”, penso anche a Savinio e suoi giocattoli dimenticati, le piazze di De Chirico con torri incombenti in un proprio vuoto….e fin qui! Poi il pensiero va alla nave lecourbusiana,…poi arriva il Lynked Hybrid, dell’architetto americano Steven holl, … e il concetto di paesaggio diventa insidioso….. la sostanza ├¿ che sorge una sfida che concerne il dialogo del paesaggio esterno con quello intimo del “colosso” e i tramiti come la pelle e le sapienti lacerazioni spaziali, i riflessi, le ombre-luci…. le enfasi, grandi vibrazioni di tecno-spazio, jazz verticovolumetrico……e un buon calice di vernaccia di san Giminiano. Brindo a voi

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