Litote: il segreto della grande architettura – di Marco Ermentini

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Lo spirito di litote frena la tentazione all’estremismo che sonnecchia in ogni uomo, e in particolare nell’architetto, imponendo una regola ad ogni eccesso. Non è una parolaccia ma il termine con cui si cerca di attenuare una cosa.

L’enfasi (vizio tipico della nostra professione, può portare sino alla megalomania), che lascia intendere poco dicendo molto, e proprio il regime dello spreco e del massimo dispendio; al contrario la litote lascia intendere molto dicendo poco. La litote e il regime dell’economia, della parsimonia e della densità teoretica.

In questi termini antitetici si possono condensare, con una qualche approssimazione, i due atteggiamenti presenti oggi nell’architettura.

Da una parte assistiamo al dispendio di tante architetture-evento sponsorizzate con arroganza ed esibite con retorica in pompa magna, creative, definitive ed epocali. Dall’altra si fanno avanti gli interventi più cauti di ricucitura, di rattoppo, i piccoli segni nella città, architetture timide che cercano di concentrare molti pensieri in poco spazio.

In effetti, la litote non vuole esprimere quanto suggerire. ├ê il pudore di affermare. ├ê il tentativo di esprimere il bisogno di densità e di sobrietà così necessario in questi tempi. ├ë l’aver capito che le nostre città e il nostro paesaggio hanno bisogno di amorevole cura e non di miracolose guarigioni. ├ë il passare dall’idea ottimistica di guarigione del paziente malato a quella problematica di continuità curativa.

La litote vince sui palloni gonfiati dell’esagerazione e dell’enfasi ridicola.

Così l’architettura timida si esercita a camminare a piedi nudi con i sandali della povertà. Intervenire con poco, lo strettamente necessario, in maniera attenta, intelligente, studiare bene il luogo ascoltandolo, approfondire, avere cautela e esercitare la parsimonia.

Proviamo a pensarci, ognuno lo sa: non e dicendo tutto che ci si esprime al meglio.

 

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