I musei e gli allestimenti di Costantino Dardi – di Massimo Locci

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Lunedì 11 novembre, nell’ex Cotonificio di Dorsoduro a Venezia, si è inaugurata la mostra La linea analitica. I musei e gli allestimenti di Costantino Dardi”, curata da Luka Skansi, che in cinque sezioni tematiche (i progetti museali, le scenografie urbane, gli allestimenti in ambito archeologico, gli allestimenti temporanei e per la Biennale di Venezia) affronta un tema nodale nella ricerca dell ‘architetto friulano. L ‘esposizione è stata introdotta da Serena Maffioletti, Archivio Progetti IUAV, dal soprintendente Erilde Terenzoni, dal curatore e da Donata Tchou.

Figura centrale nel dibattito architettonico italiano (dagli anni ’60 fino alla sua prematura scomparsa nel 1991) Costantino Dardi è stato un riferimento per molti architetti – compreso chi scrive- che l ‘hanno stimato come teorico e docente, come progettista e come animatore culturale. Sostenitore del confronto attraverso i concorsi, che da sempre rappresentano la principale opportunità operativa per chi crede nella dimensione sperimentale del proprio operare, Nino Dardi era un architetto sensibile, leggero e ironico, aperto all ‘innovazione (un antesignano della rivoluzione informatica), impegnato a tutto campo nella politica culturale: il suo ruolo nella stagione nicoliniana è stato rilevante.

Significative anche le sue intersezioni con il mondo dell ‘arte, lavorando con critici e artisti, organizzando mostre e partecipando a numerosi convegni e dibattiti sul tema della comunicazione visiva; credeva in un nuovo dialogo interdisciplinare ma senza un ‘assimilazione reciproca dei linguaggi.

Per Dardi l ‘allestimento, declinato in tutti i suoi aspetti, rappresentava la sintesi tra valenza espressiva e rigore teorico, un tema teorico-progettuale e una opportunità di sperimentazione metodologica. Non dunque l ‘arroganza di una tecnica tutta tesa alla presa di possesso del mondo, o la costruzione di macchine irrazionali, retoricamente impegnate nella propria autocelebrazione, ma il ridisegno di quella fortezza della ragione che traccia i propri limiti e, con questo gesto inconsapevole, riscopre il mondo e le cose nel loro continuo divenire. (Francesco Moschini, Tra retorica del simbolo ed eloquenza del segno) .

Anche attraverso il suo contributo, la progettazione museografica oggi non è più un settore disciplinare autonomo dell ‘architettura: una ricerca specialistica e differente per metodologie, linguaggi e tecniche. Da semplice luogo di conservazione della memoria il museo ha assunto nuove finalità e significati simbolici: è luogo emittente messaggi, spazio interattivo per la comunicazione, soprattutto è centrale nella disciplina del progetto; quindi occupa una postazione privilegiata nella struttura urbana. Strategia che era già evidente nel suo celebre saggio Semplice Lineare Complesso del 1971, in cui cercava di mettere a fuoco la nozione cardine di configurazione, analizzando il rapporto tra i fondamenti teorici del progetto e la sua pratica; tesi ben analizzata da Federico Bilò nel suo recente panphlet: Figura, Sfondo, Schemi Configurazionali.

Nella poetica di Costantino Dardi il linguaggio è essenziale, purista e minimalista; lo spazio operativo è corbusierianamente concepito come volumi (semplici box bianchi, permeabili e leggeri) resi icastici da un uso sapiente e simbolico della luce.

Tra i suoi interessi l ‘archeologia industriale, studiata come spazialità e come elementi formali: i tralicci, le grandi navate in mattoni, le superfici saldate di ferro sono diventati, nei suoi allestimenti e nei disegni, strumenti e ideogrammi espressivi. Sosteneva che se il Beaubourg, che deve molto ai manufatti industriali, si è dimostrato una macchina museale efficientissima, è evidente che, per analogia, gli edifici di archeologia industriale si prestino bene alla funzione espositiva, per la specificità tipologica e per la configurazione degli spazi che meglio consentono le modalità performative proprie dell ‘arte contemporanea.

 

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