Critica, teoria, teoria critica – di Luigi Manzione

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Edoardo Persico o evocazione condivisa dai tentativi di ricostituzione della scena critica in Italia operati recentemente da Luca Molinari e da Valerio Paolo Mosco o era, come è noto, uomo poco incline agli elenchi e alle generalizzazioni. Allergico alle semplificazioni e agli schieramenti, costruiva il suo impianto teorico-critico alla giusta distanza (critica…) dalle correnti imperanti. Less Aestethics, More Ethics, verrebbe da dire, ben al di là del divertissement veneziano di qualche anno fa. Ora, ripartire da quel punto e a capo, senza ridurlo a puro slogan, non sarebbe male, ricordando peraltro che, secondo Persico, la profezia dell ‘architettura è nel suo rivendicare la fondamentale libertà dello spirito.[i] Il che richiede decisione, forse anche coraggio, poiche non si dà giudizio in assenza di distinzione e di scelta. In particolare, nessun atto critico sembra possibile finche la critica non riesce a sfuggire alla condanna o da parte del mercato, della moda, dei critici stessi? o a giocare, oggi, un ruolo di promozione e consolidamento di temi, figure e rapporti di forza interni a logiche di allineamento.

 

Gli inventari non sono inutili, purche si tenga presente che il loro interesse risiede spesso più nelle omissioni che nelle citazioni. In questo senso, sembra che le rassegne proposte da Molinari e da Mosco funzionino meglio quando si leggono come porose, anziche lisce; quando le si (tra)guarda negli interstizi e nei vuoti. Per esempio, si parla della produzione degli ultimi decenni, a partire dai tardi anni ’80, vantandone una grande vitalità, invero tutta da dimostrare. A me appare piuttosto un insieme di promesse mancate. Quando ricordo certe pubblicazioni lontane nel tempo, del tipo Nuova architettura italiana (2000) o prima Architettura italiana della giovane generazione (1989), ripenso al fatto di non aver visto poi emergere con forza, o anche solo sopravvivere, molte di quelle promesse. Assunta come una continuità senza rotture e feconda di esiti, quella produzione appare alquanto improbabile: i tardi anni ’80, nell ‘architettura italiana, non sono profondamente diversi dalla seconda metà degli anni ’90? E questi non sono, a loro volta, lontani dagli anni recenti, almeno dagli anni della crisi? Sarebbe interessante ripercorrerli, anche sulla traccia dei contributi che verranno e di quelli già offerti (da Luigi Prestinenza Puglisi e Sandro Lazier).

 

Altro elemento da sottolineare: mettere insieme discorsi e pratiche eterogenei aiuta a comprendere o confonde ancora di più le idee? Ammesso che sia accettabile tale aggregazione, nella lunga periodizzazione proposta da Mosco, mi sembra che ad esempio la scuola partenopea da lui rilevata abbia un peso oggettivamente minore rispetto alla riflessione sulla città e sulle nuove forme della periferia innescata nella seconda metà degli anni ’90. Vengono citati Desideri, Boeri e prima di loro Secchi, ma si omette di ricordare le tante figure che hanno contribuito a costruire un nuovo sguardo sul territorio italiano (senza scomodare geografi, sociologi, narratori, fotografi e artisti visivi, mi limito a citare Pavia, Clementi, Ingersoll, Terranova, Ricci, Ilardi, etc.). Un nuovo sguardo sul quale l ‘Italia ha avuto qualcosa di importante da dire. Tutto questo, senza rimarcare che siamo in ambiti di discorso contigui, ma diversi, dove l ‘assimilazione immediata tra teoria urbana e progetto di architettura non sempre è possibile, o fertile. Quando poi si ricorda la ricerca su Il territorio che cambia, evocando peraltro un modernismo elementare, sarebbe stato forse utile o una volta per tutte o aggiungere che l ‘elementarismo esplorato sul lato teorico, per esempio da Paola Viganò[ii] a scala urbana, non ha trovato di fatto architetti capaci di inventarne in Italia declinazioni progettuali, tranne qualche episodio aneddotico (o pittoresco).

 

Si è fatto realmente negli ultimi decenni in Italia architettura senza critica, o almeno senza una critica all ‘altezza della presunta ricchezza della produzione? Esplorerei questo punto non come una constatazione, ma come un interrogativo. Mi chiederei se e per quali ragioni i critici hanno perduto di vista i loro compiti, abdicando alla missione che dovrebbe essere loro propria (compiti e missione intesi al grado zero della retorica). Prima ancora, mi interrogherei su quali sono o possono essere o oggi o i compiti della critica. Sul fatto che ciò che appare realmente assente è una teoria critica dell ‘architettura (ogni riferimento ai Francofortesi è puramente casuale). Non un apparato dogmatico o un dispositivo monolitico: piuttosto una cornice di riferimento entro la quale far fluttuare le critiche, le posizioni, i giudizi, senza lasciarli andare alla deriva. Senza ridurre la critica a puro pre-testo o giustificazione. Mi chiedo se oggi esistono ancora i margini per un ‘azione di smascheramento, come diceva Manfredo Tafuri, o se si è invece irrimediabilmente condannati ad oscillare tra indistinzione (volontaria) e panegirico (involontario?). (Su Tafuri, solo una postilla: in Italia è stato a lungo dimenticato e rimosso, mentre in America e in Europa si è continuato a riflettere sul suo apporto teorico e critico. Autori relegati nel limbo ritornano spesso in gioco con sorprendente energia).

 

Molinari e Mosco insistono sulla incapacità da parte della critica di prendere posizione, di assumersi responsabilità e rischi. Nessuno dei due nota, tuttavia, che non è sufficiente elaborare letture complessive e provocatorie se non si sono delineate, prima o a fianco, le premesse teoriche di un approccio critico, non necessariamente militante o engage. Se non si ha la capacità di rifondare una teoria della critica o una teoria critica o, come si può pensare di confezionare letture e dispensare giudizi? Prima ancora di esprimere con durezza giudizi e prospettive (Molinari), la critica dovrebbe allora essere in grado di ritracciare le linee della propria identità e delle proprie ambizioni. Di ricreare una connessione con il mondo, con il pubblico, con i luoghi dove si produce riflessione (luoghi alti e popolari, materiali e immateriali). Naturalmente, nel fare ciò il critico dovrebbe guardarsi dalla disinvolta socievolezza da grillo parlante o da cortigiano a buon mercato. Parlare in codice o in ristretti auditori non è forse più semplice di avvicinare l ‘architettura alle persone, renderla interessante e significativa, spiegarne la bellezza (o la bruttezza)? E qui ritorna il punctum della coscienza collettiva, che non è un assunto polveroso e demode. Ma un punto da cui probabilmente ripartire, con rigore e onestà.

 

Confesso quindi di non capire dove risieda, in questo contesto, la delegittimazione del linguaggio che inevitabilmente scivola nel nichilismo, evocata da Mosco. (Il nichilismo, altro spettro che si aggira nei campi della memoria…). Ne sarei così sicuro che Tafuri e Zevi occupino gli opposti poli di una posizione rispetto al linguaggio. Come ricordava Luigi Prestinenza, il linguaggio è forse l ‘ultima chance per Tafuri. Non credo però alla frontiera con il nichilismo, se è vero o come diceva Tafuri o che criticare è cogliere la fragranza storica dei fenomeni, (…) farne esplodere l ‘intera carica di significati, con le relative connessioni con la storia, la politica, il linguaggio. Ne prima, ne dopo. Anche per questo, non mi arrenderei alla certezza che il grado zero o quello zeviano, ma non solo o significhi pensare che tutto è già stato detto e fatto, che la storia ha bruciato tutte le norme e le possibilità. L ‘architettura è, come diceva Marcel Duchamp a proposito dell ‘arte, un gioco tra tutti gli uomini di tutte le epoche. Un gioco talvolta utile e necessario. Edoardo Persico decretò, nel 1935, la morte del razionalismo italiano, ma non smise di credere nel destino dell ‘architettura, immaginandolo ancora nei termini di un movimento di coscienza collettiva. Possiamo permetterci di ignorare questo destino?

 

Qual è quindi il compito della critica, oggi? Probabilmente, ancora una volta e non molto diversamente da quanto diceva Tafuri, quello di ricostituire o come rileva Nicolas Bourriaud per l ‘arte contemporanea o il gioco complesso delle questioni emergenti in un dato momento storico, esaminando le risposte che vengono date ad esse.[iii] Anche in architettura, la questione centrale non è (più) costruire il mondo a partire da un paradigma assoluto o da un ‘idea preconcetta, ma piuttosto imparare ad abitare meglio il mondo. Abitarlo meglio nell ‘epoca della rarefazione dell ‘estetico, dell ‘arte allo stato gassoso.[iv] Come l ‘estetica, come l ‘arte, anche l ‘architettura è essenzialmente relazione, non solo sull ‘asse del tempo, ma anche su quello dello spazio. Al pari dell ‘arte relazionale, un ‘architettura del prossimo futuro potrebbe allora sorgere o sulle ceneri di puri giochi linguistici, macchine comunicative, oggetti spettacolari o dagli interstizi del mondo e dalle circostanze concrete dell ‘abitare, dalle forme delle relazioni umane e sociali, dagli spazi simbolici, dagli eventi condivisi. Laddove, cioè, non è più credibile prescindere da un progetto politico, per quanto vaste o limitate possano essere, di volta in volta, le sue dimensioni e ambizioni.

 

Nel mondo sempre più borderless che abitiamo, attraversato dall ‘incertezza e dal disagio, la critica e la teoria non dovrebbero ritornare ad esplorare le potenzialità e i limiti dell ‘architettura e dei domini disciplinari che la lambiscono? Non dovrebbero ricostruire le possibili traiettorie, estensioni e intersezioni tra i relativi campi di pertinenza? In questa ottica sarà possibile ripensare i materiali, gli oggetti, i soggetti costituenti il nocciolo duro dell ‘architettura, individuando le condizioni (teoriche, tecniche, poietiche) affinche sia possibile scalfire l ‘impero della seduzione e della promozione. Impero che, sia detto en passant, le consente oggi di mantenersi minoritariamente in vita e di riprodursi elitariamente. Solo così, forse, si potrà ricollocare l ‘architettura nel gioco della realtà, nel topos da cui è stata a lungo estromessa per eccesso, o per difetto, di realismo. Il critico, è vero, non è un uomo socievole, ma deve anche saper uscire dalla sua torre d ‘avorio quando le circostanze lo richiedono.



[i] Edoardo Persico, Profezia dell ‘architettura (1935), in Tutte le opere, Milano, Continuità, 1964, vol. II, pp. 223-235.

[ii] Paola Viganò, La città elementare, Milano, Skira, 1999.

[iii] Nicolas Bourriaud, Esthetique relationnelle, Dijon, Les presses du reel, 2001.

[iv] Yves Michaud, L ‘art à l ‘etat gazeux. Essai sur le triomphe de l ‘esthetique, Paris, Stock, 2003.

 

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