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La strana storia degli Spomenik, metafore di un ‘ideologia obsoleta o di Marta Veltri

La strana storia degli Spomenik, metafore di un ‘ideologia obsoleta o di Marta Veltri

Autore: Marta Veltri
pubblicato il 30/05/2013
nella categoria Parole

Questa è la storia delle ideologie capovolte, della storia che seppellisce e apre vasi di Pandora, dell'arte che può reiventarsi, oltre valenze precedentemente stabilite.

Questa è la storia travagliata degli Spomenik, monumenti commemorativi per i caduti della Seconda Guerra Mondiale voluti tra gli anni '60 e '70 da Josip Tito, passato alla storia principalmente come un controverso dittatore comunista, ma anche come l 'uomo che unificò - anche se per pochi decenni - la Jugoslavia.

La realizzazione degli Spomenik, promemoria di sanguinose battaglie e di migliaia di morti nei campi di concentramento, rientrava nel programma celebrativo del governo jugoslavo, nel tentativo di mostrare la forza della Repubblica socialista attraverso un forte impatto visivo. Tito assoldò architetti, designer e scultori come Du┼ían D┼¥amonja, Vojin Bakic, Bogdan Bogdanovic, Gradimir Medakovi─ç, Miodrag Zivkovic, Giordania e Iskra Grabul; i loro monumenti solcano le terre che oggi appartengono alla Croazia, alla Bosnia, alla Macedonia, alla Serbia, al Montenegro.

Se oggi sembrano astronavi dimenticate cadute dal cielo o stalattiti che emergono dalle viscere della terra, negli anni '80 erano mete turistiche molto frequentate, soprattutto per la loro funzione educativo-patriottica.

Proprio dopo la morte di Tito, però, la coesione della Jugoslavia, terra radicalmente eterogenea, si disgregò. Agli inizi degli anni '90, molti Spomenik furono dimenticati o abbandonati alla furia degli elementi, se non abbattuti con rabbia. Sono sopravvissuti solo i più imponenti, soffocati da una realtà socio-politica radicalmente cambiata e ormai incomprensibili per le generazioni attuali. Rabbia, silenzio e indifferenza fin quando non è arrivato il fotografo belga Jan Kempenaers che, stregato dalla bellezza solitaria di questi totem maestosi, ha trascorso tre anni o dal 2006 al 2009 o a fotografarli, pubblicandoli poi in un libro intitolato proprio Spomenik, edito nel 2010 dalla Roma Publications.

Come memoriali di guerra, gli Spomenik sono piuttosto insoliti, sembrano più sculture in un museo a cielo aperto che le solite sculture commemorative ricche di pathos, tipiche dell 'architettura est europea.

In bilico tra scultura e architettura, non hanno valenza eroica ne patriottica, sono stati progettati preferendo una neutralità che fosse accettabile da tutti gli ex avversari che, una volta finita la strage, si sarebbero riuniti nella Repubblica socialista jugoslava. Fu scelto, quindi, un linguaggio visivo astratto, che richiama configurazioni organiche come virus, fiori, petali, cristalli. Questa scelta li rende particolarmente affascinanti, il loro maestoso connubio con l 'ambiente naturale ne fa elementi primordiali, quasi fossero dei totem che la natura ha posto sulla sua pelle, per ricordarci le sue variegate forme.

In compenso, con il loro stile brutalista, rientrano perfettamente nell 'estetica degli anni '60. Sono costruiti con materiali indistruttibili come acciaio e granito, anche se il materiale più usato sembra essere il cemento armato, il "beton brut" prediletto da Le Corbusier, i cui progetti grandiosi sono diventati modelli per gran parte del disegno urbano in epoca post-bellica. Alcuni concetti della Cite Radieuse, come l 'immersione dell 'architettura nel verde, si possono ritrovare negli Spomenik.

Kempenaers non sembra avere interesse nelle implicazioni socio-politiche dei monumenti, ma l 'impianto delle sue foto sembra seguire i precetti tecnici di Bernd e Hilla Becher, la cui scuola di D├╝sseldorf è stata una delle più influenti della fine del 20┬░ secolo. Legati all 'arte concettuale, i Becher giunsero alla fama attraverso fotografie di strutture di archeologia industriale composte rigorosamente, nelle quali la figura umana è assente e l 'elemento architettonico ha una centralità assoluta.

Immagini di malinconica e potente bellezza, sono attualmente in mostra al Fowler Museum di Los Angeles, e da giugno saranno esposte nella Breese Little Gallery, a Londra. Questa serie fotografica pone, tra gli altri, un interrogativo: può un ex monumento funzionare come un 'opera d'arte autonoma, slegata dal suo significato originario?

Marta Veltri