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Il Barone rampante finito in gabbia – di Mario Ricci

Verdolatria. Idolatria del verde, tipica di certi ambientalisti e naturalisti.

Perche mai tutta questa ‘verdolatria ‘? Forse perche il verde rinvia al vegetale, dunque alla clorofilla, e dunque alla vita? Va bene, ma non è un motivo sufficiente per erigere a valore estetico un valore biologico, per fare di un valore ecologico un valore paesistico. (E anzi opinione di molti pittori e ingegneri che il verde non sia affatto un buon colore).[*]Lo spazio verde non è un luogo [*]. Niente più storia: lo spazio verde se ne infischia del contesto e anche della tradizione. Niente più cultura: lo spazio verde si riduce a un prato all ‘inglese [*]; l ‘arte ne è bandita, o si limita alla ‘confezione ‘ (Le Roman des jardins de France, Plon, Paris 1987, p. 261). Il che ci riporta, ancora una volta, al grado zero del paesaggio, perche l ‘inserimento di qualche spazio verde non costituisce il minimo progresso sulla via della creazione paesaggistica. (Alain Roger)

 

 

Oggi nel nome del verde, della sostenibilità e del rapporto con la natura (vista appunto come cosa verde, come lattuga gigante), l ‘architetto si definisce pentito, ma è alla costante ricerca del modo col quale cancellare la differenza tra interno ed esterno nei suoi edifici. Si ingegna per negare confini, compresi quelli disciplinari. Anzi, il principale nemico è divenuto l ‘interno, non più l ‘esterno, che ora si deve insinuare negli edifici che progetta [e non sempre riesce a realizzare], attraverso diversi espedienti tecnici, funzionali e compositivi: estese vetrate, portici, pergolati, patii,profonde terrazze. Ma l ‘architetto di oggi, che rincorre la retorica pittoresca del verde a tutti i costi, quando costruisce la sua propria abitazione, o il suo studio, lo realizza come un ambiente separato, protetto, spesso con scarse bucature: in cui concentrarsi e sentirsi isolato e protetto dall ‘esterno – sempre più invasivo, con i suoi rumori, immagini, distrazioni. Sceglie cioè di marcare una differenza, non di cancellarla. L ‘architettura da sempre utilizzata per edificare un limite – e al limite una soglia – con l ‘esterno, tenta ora di capovolgere il suo scopo, portando l ‘esterno all ‘interno, provando a smaterializzare gli elementi che la caratterizzano come manufatto [oltre che a donarle carattere].

Declinato facilmente negli edifici pubblici, dato che ancora oggi è nell ‘agorà, nella piazza [entrambi vuoti], che riconosciamo il valore profondo di questi edifici, negli ultimi anni assistiamo allo spostamento di questo modo di operare anche negli edifici residenziali urbani di tutto il mondo. Esperienze che vanno ben oltre la necessità di fornire alle residenze un protetto spazio verde e collettivo.

Il blocco residenziale di via Chiabrera n┬░25 a Torino, realizzato dall ‘architetto Luciano Pia (per la De-Ga spa), va proprio in questa direzione, anzi è l ‘amplificazione di un approccio verdolatrico. Il progetto sembra scaturire dalla somma del bosco verticale di Stefano Boeri (in corso di realizzazione a Milano) con la parete verticale vegetale di Patrick Blanc. Si tratta di un blocco a corte interna di circa 60 appartamenti (11500 mq di cui 4000 di terrazzi e tetti verdi), in cui la dimensione della corte è assai ridotta per lasciare spazio ai terrazzi che si aprono [paradossalmente?] sui fronti stradali. L ‘impianto planimetrico è rigido ed è invece l ‘apparato decorativo [fatto di travi e montanti filiformi e multiformi] a configurare l ‘impianto visivo dell ‘edificio. Estremamente contrastati, i prospetti principali, sono caratterizzati da ombre profonde e da una composizione apparentemente libera e disordinata, che ce li fanno apparire come gigantesche installazione verdi che cancellano il fabbricato a cui si agganciano.

Il verde ha assunto ormai solo una dimensione estetica, è un packaging, che però non protegge, non filtra, non da sollievo e pace, non concilia l ‘introspezione. Inoltre la maggior parte della superficie terrazzata si trova sul fronte principale, a contatto diretto con la strada, con i suoi rumori e il suo traffico. I temi della transizione-rapporto tra interno e esterno (artificio-natura), dell ‘integrazione tra costruito ed elementi naturali, così come i richiami al verde condiviso, alla libertà, al contatto con la natura e con l ‘evolversi delle stagioni, appaiono in questa realizzazione soltanto retoriche. Sono presenti ,si, ma appaiono chiuse in una teca.

Rispetto all ‘incarico istituzionale per l ‘Istituto di Biotecnologia di Torino (2004-06), risolta con estrema misura, l ‘architetto torinese coglie nell ‘approccio al tema dell ‘abitazione privata la possibilità di un ‘estrema libertà linguistica e la via per una completa de-contestualizzazione. Luciano Pia, che si è formato a Torino con Andrea Bruno, è però un architetto estremamente dotato. L ‘abilità compositiva e tecnica con cui risolve i fronti interni, quelli liberi dalle sovrastrutture verdolatriche, ci fanno riflettere su come avrebbe potuto essere questo edificio. I richiami ad Hundertwasser non cancellano il senso di spaesamento che il manufatto provoca. Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista de Il Barone rampante di Italo Calvino, un riferimento più volte utilizzato dai commentatori di questa realizzazione torinese (si veda, x es. Casabella 822, febbraio 2013), è stato finalmente convinto a vivere con i piedi per terra, in un ‘immensa voliera con alberi finti. Ora, una mongolfiera che aleggia libera nel cielo, non rappresenta per lui che una vana illusione.

Mario Ricci (AtelierTransito)

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