Non sono 1000 metri

Mostro, dinosauro, serpentone, a Roma, prima di Corviale arrivava il ponentino e non faceva così caldo.

I 980 metri lineari di cemento, che è l ‘edificio di Mario Fiorentino, si stagliano a barriera su un ‘altura dell ‘agro romano, dalla sua costruzione è stato in grado di generare emozioni, in chi lo ha abitato per forza, per fortuna, per caso o per disperazione, ma anche in chi ci si è imbattuto senza viverlo.

I più sono stati i giudizi negativi, sufficientemente banali e scontanti, avendo a che fare con un ‘architettura assolutamente, per scelta, priva di grazia, ma, realmente fastidiose sono le espressioni radical chic che accompagnano sempre più spesso il racconto di Corviale come: il progetto era però molto bello, ed in fondo a me piaceÔǪconosco qualcuno che ci abita, in fondo si trova bene.

Peccato che questa sussurrata ammirazione venga sempre espressa da persone che per casi della vita hanno scelto o gli è capitato di abitare nel centro di Roma, perche se alcuni architetti lo trovano così geniale, non ripetono l ‘operazione fatta con l ‘unita di Marsiglia, colonizzano e rivitalizzano l ‘opera del maestro?

Tutte le giunte comunali, susseguitesi dalla sua realizzazione in poi, si sono interessate alla futura riqualificazione di Corviale, ma lui rimane sempre lì, nel suo degrado, nel suo incompiuto, privo ancora delle sue decorose sistemazioni esterne, con la sua dissestata viabilità dritta e piena di traffico, senza gli ambienti di socialità progettati per il quarto piano, che ormai sono legittime abitazioni di chi le ha occupate 40 anni fa.

L ‘idea di Fiorentino era sicuramente alta forse anche elitaria se si pensa che l ‘immagine che avrebbe voluto evocare è quella del maestoso acquedotto romano che solca la campagna. Grandioso, per l ‘epoca, anche il desiderio di realizzare alloggi popolari che avessero spazi di socialità, teatri, tutto nello stesso edificio, a simulare la città in un ambizione autarchica e socialista, la stessa che brillava nelle teorie di Le Corbousier e nel Carl Marx Hoff.

Purtroppo il sogno è stato tradito da molteplici fattori, è riduttiva la solita analisi di tipo lombrosiano che vuole attribuire il degrado al fatto che l ‘edificio venne da subito occupato da sfollati, emigranti, contadini, povera gente, priva di urbanità.

Perche non sottolineare il fatto che, per anni la crescita delle città si è plani metricamente pianificata a colpi di zoning retinato su campagne, paesaggi, riempiendo ogni spazio possibile per soddisfare integralmente un mirabolante fabbisogno abitativo calcolato con formule esponenziali di crescita. Si aggiunge che per mantenere sempre vivo il valore dei terreni edificabili, in posizioni privilegiate e di proprietà dei soliti noti, gli interventi destinati all ‘edilizia economica e popolare, venivano sempre localizzati in aree molto fuori rispetto alle reali direttrici di crescita, obbligando a viaggi eterni i pendolari e conducendo ad una progressiva ghettizzazione di queste enclavi di sfortunati.

Gli edifici, o meglio le case, di migliaia di persone, sono sorte su queste macchie in planimetria, iper progettate, sotto costruite. Senza servizi pubblici ne verde, rimasti come calcolo dello standard a margine dei disegni, senza qualità nei materiali impiegati per costruirle, sia pur pagati per buoni, senza una vera strada per raggiungerli o per scapparne via.

Corviale come le brutte periferie non è condannabile di per se, è solo un edificio lungo, è però l ‘emblema del fallimento dell ‘urbanistica che ha vissuto di politica consumando tutto il suolo possibile, ferendo paesaggi senza rispondere in modo efficace all ‘unica domanda che le era stata posta, ossia di disegnare la città a misura dell ‘uomo.

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