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Manifesto per l’architettura – Associazione Italiana di Architettura e Critica

Manifesto per l’architettura – Associazione Italiana di Architettura e Critica

Autore: redazione
pubblicato il 16 Gennaio 2013
nella categoria manifesto

Ecco le proposte per un manifesto per l’architettura. Sono dodici tesi che subiranno aggiornamenti e aggiustamenti a mano a mano che si raccoglieranno contributi sui temi trattati. Su questi, inoltre, l’AIAC organizzerà, durante l’anno 2013, iniziative e mostre di studio e approfondimento. Sui temi del manifesto tutti possono dare il loro contributo. A fine anno sarà elaborato il manifesto definitivo. Gruppo di lavoro: Anna Baldini, Diego Barbarelli, Roberta Melasecca, Giulia Mura, LPP, Marco Sambo, Zaira Magliozzi

 

PRIMA TESI

Recuperare il grado zero

Si prospetta l ‘urgenza di azzerare il linguaggio, per ripartire da ciò che Roland Barthes chiamava il grado zero. Cioè un atteggiamento ideale, proprio dei periodi di ricostruzione, che evita i formalismi per anteporre i contenuti e rinnovare il rapporto con la realtà; per costruire nuovi linguaggi formali, svincolati dalle nostalgie e dotati di senso ed energia.

 

SECONDA TESI

Contenuti, linguaggio

Troppe architetture pretendono di essere espressione di un ‘epoca, rappresentandone gli aspetti formali più superficiali e astratti ma limitandosi a essere vuote scenografie. La ricerca di nuovi contenuti, sociali e collettivi, rende possibile il riavvicinamento dell ‘Architettura alla realtà e permette la creazione di nuovi linguaggi che vedano l ‘uomo, e non solamente le forme, al centro della ricerca spaziale

 

TERZA TESI

La Critica

La Critica è operativa: non fotografa la realtà ma prefigura prospettive con la consapevolezza che queste non coincidono con quelle delineate dalle mode. Individuando contenuti sociali e collettivi, aiuta lo sviluppo del processo e stimola la nascita di nuovi linguaggi spaziali.

 

QUARTA TESI

Contro le derive del disegno

Occorre essere sospettosi nei confronti delle ideologie del disegno sia manuale che digitale quando diventa pratica autoreferenziale piuttosto che strumento per vedere e rappresentare lo spazio e acquisire consapevolezza della complessità dei fattori, immateriali e relazionali, in gioco.

 

QUINTA TESI

Bisogno di utopia

Il disegno ha anche la funzione di indicare nuove strade dell’architettura. In questo caso assume valore di proposta, prefigurando il futuro attraverso proiezioni utopiche ma sempre finalizzate alla costruzione di uno spazio reale.

 

SESTA TESI

Liberare

L ‘architettura deve liberarsi da approcci costrittivo e tayloristi, evitando di ingabbiare l ‘utente con percorsi, posture e punti di vista obbligati; rispondendo al bisogno di libertà con ambienti non standardizzati adoperati da ciascuno creativamente e a modo proprio e superando il mito della produttività e dell ‘efficienza economica a tutti i costi.

 

SETTIMA TESI

Sconfiggere l ‘ossessione del controllo

E ‘ necessario ripensare e recuperare i concetti di partecipazione collettiva, di opera aperta, le poetiche della casualità e del cheapscape, dei paesaggi residuali e del non finito e vanno evitate opere che perseguono una logica totalitaria del controllo e riducono l ‘architettura a una competizione a realizzare l ‘immagine più accattivante.

OTTAVA TESI

Il paesaggio si costruisce

Svanisce l ‘opposizione tra città e campagna, tra natura e architettura. Un albero può, come il cemento, diventare un materiale da costruzione e il cemento può, come un albero, diventare un frammento di paesaggio. Tutto contribuisce alla costruzione dell ‘ambiente, mettendo in crisi i confini tra edilizia e urbanistica e costringendo l ‘ambientalismo a ridefinirsi. Da qui il bisogno di evitare tanto la cementificazione selvaggia quanto il rifiuto ideologico di costruire per puntare a sintesi tra paesaggio e architettura che creano nuove relazioni percettive.

NONA TESI

Ecologie

Non esistono alternative a un approccio ecologico. La vita è produzione e consumo di energia. Non ha senso risparmiarla. Non ha senso sprecarla. Non esiste una sola ecologia, esistono molte ecologie, spesso in contrasto, da contemperare tra loro.

 

DECIMA TESI

Recuperare e trasformare

Siamo ossessionati dall ‘ansia della perdita. Occorre, invece, demistificare le ideologie del recupero a tutti i costi e del falso storico e pensare che attraverso il nuovo e la competizione tra le migliori idee si possa migliorare l ‘esistente. Occorre puntare alla stratificazione degli interventi considerando anche le nostre come tracce del susseguirsi delle epoche. Ed essere coscienti che oin tutti i casi in cui la tutela non salvaguardi valori effettivi- esistono supporti digitali con i quali tramandare la memoria di ciò che si decide di sostituire.

 

UNDICESIMA TESI

Innovare

Bisogna perseguire l ‘innovazione e la sperimentazione, come fonti di continue sorprese e aperture concettuali. High tech e low tech, se si intende la tecnologia come un mezzo e non un fine, non sono necessariamente contrapposti.

 

DODICESIMA TESI

Pensare a una nuova geografia e definire il livello di intelligenza

Lo spazio contemporaneo, oltre che dai confini in muratura, è definito dalle connessioni offerte dagli strumenti di comunicazione. Che collegano con altri luoghi fisicamente remoti. Da qui l ‘esigenza di una progettazione che non si limiti all ‘involucro e si ponga il problema dei flussi di informazione e delle nuove geografie da essi create.

Anche l ‘architettura , inoltre, come ciò che è animato, può restituire feedback. Costruire oggi un edificio non è solo dividere gli spazi ma è definirne il livello di interazione e di intelligenza. Allo stesso modo dobbiamo ridefinire i livelli di intelligenza della città, creando nuovi link urbani.

 

TESTO DI ACCOMPAGNO

Varcare la soglia del buon senso

Dopo l ‘ubriacatura ideologica degli anni settanta e la ripresa teorica degli anni novanta si prospetta un inizio millennio caratterizzato dalla calma piatta.

 

Imperversa il disimpegno teorico e trionfa la mentalità eclettica. Cioè un atteggiamento inclusivista che pesca forme ed etimi da direzioni contrastanti e schizofreniche: si è una volta minimalisti e un ‘altra parametrici, una volta ecologici e un ‘altra high tech oppure si è un po ‘ di tutto allo stesso tempo.

 

Non dandosi più differenze, si guarda con lo stesso favore agli architetti di regime e a coloro che, invece, percorrono strade impegnate e originali.

Tutto va bene in vista di un prodotto di successo piacevole, vario e tranquillizzante.

 

Questa situazione si registra soprattutto in Italia dove, come già aveva notato Edoardo Persico, gli architetti non riescono a credere a nulla di preciso. E dove l ‘eclettismo stilistico è riassorbito in una progettualità elegante, misurata ma spesso senza grandi tensioni che fa pensare a un mondo di buone maniere. Cioè a virtù che da sempre sono la prerogativa del buon senso dei cortigiani: di chi trova la propria nicchia ecologica ponendosi al servizio, senza troppi problemi, dei poteri che gli forniscono da vivere.

 

Del resto a dare il cattivo esempio agli italiani sono proprio i riferimenti internazionali che avevano segnato la ripresa teorica degli anni novanta: da Rem Koolhaas a Daniel Libeskind, da Zaha Hadid a Bernard Tschumi, da Steven Holl a Coop Himelb(l)au a Jean Nouvel i quali hanno abbandonato da tempo rigore teorico e strategie architettoniche impegnative, per un duttile pragmatismo commerciale più utile per muoversi con maggiore disinvoltura nel mondo dei grandi incarichi professionali.

 

Risultato? Il panorama italiano è segnato da alcuni buoni professionisti ma pochi personaggi in grado di indicare strade per il futuro. E troppi mediocri che affrontano l ‘arte credendo che sia una passeggiata accompagnata da buon senso e strategie di marketing.

 

Sembra, insomma, essersi avverata la previsione di Manfredo Tafuri che sanciva la definitiva sconfitta degli architetti che credevano di combattere contro il sistema.

 

Mentre, invece, oggi, in un periodo come l ‘attuale di crisi economica e ideale, si dovrebbe sentire più forte l ‘urgenza di una progettualità che sappia indicare per il futuro strade visionarie e non necessariamente percorribili nell ‘immediato.

 

Una strategia, anche venata di tinte di utopismo, tesa a prefigurare, attraverso la parzialità di un ‘opera o di un progetto,la possibilità di vivere in un mondo inaspettato.