L’autobiografia a-scientifica di lpp – terza parte – puntate da 81 a 100

SAN TOMMASO 1 e 2 (81): quando avevo undici o dodici anni rimasi ammirato da San Tommaso, perche incredulo aveva voluto mettere le mani dentro il costato. Trovavo giusto che una persona, prima di impegnarsi in qualcosa, dovesse avere prove e certezze. Al primo liceo fui affascinato da un altro San Tommaso e dalla sua Summa Theologiae. Pensavo che non avesse senso avere fede in alcunche se non ci fosse accordo con la ragione. Ammiravo le cinque prove dell ‘esistenza di Dio, mentre la prova ontologica mi sembrava parolaia, un circuito vizioso. Kant fu una rivelazione. Tuttora è il filosofo che, per aver rivoltato il cannocchiale, puntandolo da fuori a dentro ma senza perdere il fuori, desta in me la maggiore ammirazione: tanto che concordo senza riserve con chi ha detto che tutta la filosofia del novecento non sia altro che una chiosa al suo pensiero. Hegel, con la sua confusione tra pensiero e cose, mi suscitava ribrezzo. Poi venne l ‘amore per il neopositivismo logico e per la filosofia della scienza. Lessi un libro di Geymonat in cui cercava di conciliare il principio di non contraddizione con la dialettica (e cioè la linea kantiana con la linea hegeliana) e lo trovai riprovevole. Mentre suscitò in me grande entusiasmo l ‘intervista politico filosofica di Lucio Colletti. Concordavo con la sua tesi: la dialettica è una fesseria e non esiste che una filosofia, quella della scienza, che ha ben chiara la differenza tra opposizione reale e contraddizione logica e non può che partire da Kant. Se salta questa differenza il pensiero va in libertà. Manca ogni riscontro.
Per capire Kant non c ‘era di meglio che Ernst Cassirer (forse questo spiega perche detesto Heidegger e tutti i critici, compreso Tafuri, che lo citano a proposito e a sproposito). Da Cassirer appresi che gli a-priori sono forme simboliche che mutano nel tempo e non, come voleva Kant, forme date una volta per tutte. Ero pronto per il libro sulle rivoluzioni scientifiche di Kuhn e la sua visione per paradigmi, che in fondo non era altro che una rilettura di Cassirer fatta da uno storico della scienza.
Per molto tempo ho creduto alla conoscenza per salti (ne ho già parlato in precedenza) teorizzata da Kuhn e dappertutto cercavo salti epistemologici. In questa luce ho letto anche Foucault e la sua episteme.
Poi è venuto Feyerabend e ho cambiato idea. Feyerabend ha mostrato come tutte le costruzioni, anche quelle apparentemente basate su una metodologia ineccepibile ( si vedano le sue critiche a Popper) siano sempre fondate sull ‘ambiguità più che sui salti epistemologici. Ed è proprio il lavoro sull ‘ambiguità che consente il carattere dinamico del pensiero con punti di vista continuamente nuovi e sempre più gratificanti. A interessarmi, insomma, non sono più i paradigmi ma il processo. Forse questo è un modo di recuperare una visione storica del pensiero non hegeliana.
Cosa c ‘entra tutto questo con l ‘architettura? Facciamo l ‘ipotesi che l ‘architettura sia una proiezione della nostra mente, sostanza di cose sperate, come voleva Persico. A questo punto perche voler fermare il cammino e andare indietro? E poi: come facciamo a costituire una teoria dell ‘architettura stabile se ogni volta cambia l ‘oggetto della nostra ricerca? Gli artisti, più degli scienziati, sono maestri nel lavoro sull ‘ambiguità. Pensi che l ‘arte sia una cosa e subito l ‘artista ti mostra che è altro, costringendoti a vedere tutto il passato in una luce nuova. Al massimo, in questo universo concettuale in continua evoluzione, quello che possiamo mettere giù è una metodologia provvisoria, che accetti il principio dell ‘anything goes ( che non vuol dire che tutto, anche se idiota, va; vuol dire che tutto, se svolge un ruolo intelligente nel sistema, potrebbe andare). Insomma: una metateoria modificabile che ci renda edotti di questo continuo Theoretical Meltdown. E così ho intitolato un volume di AD, dedicato alla teoria, o meglio alla non teoria architettonica, uscito nel 2009. In copertina una foto di Luigi Filetici dove si contrapponevano colonne romane e un manifesto pubblicitario. Dentro un’intervista sull’arte allo stato gassoso. A furia di mettere le mani nel costato, mi sono accorto che è evaporato. (continua)

 

PER AMORE (82): Perche cito sempre Paul Feyerabend? Certamente per la sua straordinaria intelligenza. Ma a colpirmi di più non sono stati ne i suoi scritti teorici, neanche il celeberrimo Contro il Metodo ( che io, che non sono un feticista dei libri tanto che li strappo, li sottolineo a penna e li butto, conservo in due diverse edizioni e se ne trovassi una terza comprerei pure quella), ne il suo carteggio con un altro geniale filosofo della scienza, Imre Lakatos, quanto la sua autobiografia. Uscita in italiano nel 1994 con il titolo: Ammazzando il tempo. E ‘ uno scritto pieno di ironia sulla vita, sul senso delle cose, sull ‘imperativo categorico della verità. Raccontando la propria morte in diretta, lui che è stato uno dei pensatori più rilevanti del nostro secolo, chiude il libro dicendo che a interessarlo non è la sopravvivenza delle proprie costruzioni intellettuali, quanto dell ‘amore. Grazia è con me in ospedale, il che è una grande gioia, riempie di luce la stanza . E continua Nonostante tutte le cose che vorrei fare ancora” ÔǪ ” Sono triste di lasciare questo mondo splendido. Mi sono chiesto in che modo trasformare questo atteggiamento generoso verso la vita in un progetto che coinvolgesse la cultura architettonica. Dove il percorso è più importante del risultato. E dove, invece che una teoria astratta dell ‘architettura, magari sotto forma di un sistema linguistico autoreferenziale, provassimo ad aprirci al mondo attraverso l ‘arte. In cui la parola autonomia non avesse senso se non per dire che, per parlare del mondo, l ‘arte non può che usare i propri mezzi e le proprie forme. Insomma in cui, mi si perdoni una certa retorica, la componente dell ‘amore per le cose, per l ‘intelligenza, per le persone fosse predominante rispetto alla astratta costruzione intellettuale. Altro che architettura assoluta. E altro che la cultura radical chic che ci perseguita sottolineando la propria differenza e indifferenza, che non è altro che un sostanziale disprezzo per gli altri.
Ecco in sintesi il programma feyerabendiano che avrei voluto per la factory e, poi, per l ‘AIAC. (continua)

 

BACKSTAGE E MIND JUCE (83): la presS/Tfactory si mise al lavoro. Avevamo numerosi progetti. I due più impegnativi furono Backstage Architecture e un numero monografico della rivista L ‘Arca. Backstage Architecture era una iniziativa tesa alla valorizzazione dei giovani talenti emergenti nel panorama internazionale. Approfittando del network di A10 e di alcuni contatti che avevamo, cercammo di capire chi fossero, uno per realtà nazionale, i migliori. Per gli italiani indicammo i vincitori del nostro concorso Young Italian Architects. A trainare la ricognizione Bernardina Borra, una poliglotta macchina da guerra. L ‘iniziativa piacque alla UTET con la quale collaboravamo per ItaliArchitettura che decise di stampare il libro con i progetti degli studi selezionati. Tutto andava per il verso giusto. E difatti trovammo anche un amico che ci mise a disposizione un palazzo a Venezia per presentare l ‘iniziativa in concomitanza della biennale. Cosa si poteva volere di più? I soldi per pagare il rinfresco in occasione della serata. Soldi che non avevamo in cassa. Provammo a cercare degli sponsor, ma niente. Mi feci coraggio o ho sempre detestato parlare di denaro- e andai da due architetti con i quali c ‘è una relazione di stima e di amicizia: Alfonso Mercurio e Angelo Vecchio. Che coprirono generosamente le spese. Fu una festa direi storica. Forse perche indovinammo il giorno, nel senso che non c ‘erano altri party concomitanti. La grande sala straboccava di persone. E sulla calle adiacente a Palazzo Widmann si formò una fila di un centinaio di metri a stento filtrata da due energici buttafuori. Avevo fatto invitare coloro a cui avevamo chiesto una sponsorizzazione e ce l ‘avevano negata: fu una bella soddisfazione dire loro: Non ci avete dato nulla? Peccato per voi. La notte tirammo sino a tardi. E fummo multati per schiamazzi notturni; la multa che ho pagato con più piacere in vita mia. Attraverso backstage entrammo in contatto con numerosi giovani architetti stranieri. Durante la serata di palazzo Widmann avevamo potuto vedere dal vivo i loro lavori. Pensammo che avremmo dovuto rivederci per approfondire a Selinunte, dove appunto con Orazio La Monaca pensavamo di costituire questo appuntamento per l ‘architettura, benedetto dal Sindaco che, appena gli comunicammo l’idea, fu entusiasta. Stava nascendo Architects meet in Selinunte.
Anche il numero dell ‘Arca venne benissimo. Il tema erano sempre i giovani. Il numero era accattivante, oltre che per i contenuti di prima mano, per l ‘impaginazione non usuale e per i disegni che ci regalò un collettivo di artiste scoperto da Federica Russo , le Arturo. Uscimmo con una copertina fantastica: la più bella di quella serie di numeri monografici de L ‘Arca, ciascuno dei quali era assegnato a un diverso guest editor. C ‘era rappresentato un cervello a forma di arancia con scritto: New Fresh Sparkling Super Ideas: Original Mind Juce. (continua)

 

NASCE AIAC (84): eravamo letteralmente stremati dalle troppe iniziative che mettevano in campo. Per gestirle non bastava più la factory, serviva una struttura che avesse un fondamento giuridico, un codice fiscale, una sede. E così giorno 11 gennaio 2010 nacque la Associazione Italiana di Architettura e Critica. A fondarla fummo in cinque. Anna Baldini, Luigi Catenacci, Giuliano Fausti, Marco Sambo e il sottoscritto. Luigi Catenacci da sempre è stato la nostra anima su internet, colui al quale dobbiamo i siti e la loro gestione. Giuliano Fausti è un architetto onnivoro, sempre presente alle occorrenze e sostenitore della qualità dell ‘architettura come veicolo per migliorare la qualità della vita. Marco Sambo, architetto sul campo, persona di ampia apertura intellettuale ma soprattutto entusiasta del progetto sin dalla prima ora, sarà lui a gestire, tra le altre cose, il canale youtube e la nostra produzione di video. Ricordo ancora la prima riunione allo studio del commercialista che ci seguiva: il 7 aprile. C ‘era una rappresentanza della factory: Giulia Mura, Federica Russo, Laura Corvino, Luca Marinelli, Zaira Magliozzi. Per una fortunata coincidenza c ‘era anche Orazio La Monaca, che si trovava a Roma. E c ‘era la moglie di Marco, Elisabetta. Si respirava un ‘aria piacevole e scanzonata, ma tutti eravamo presi. (continua)

 

LIBESKIND (85): per gli eventi memorabili servono i soldi. E per avere soldi servono persone che li sappiano cercare. Noi eravamo troppo naive. Ergo: sarebbe stato meglio scordarci di organizzare un evento così impegnativo. Guardammo sconsolati la cassa: con le quote di iscrizione, 50 euro a socio, ci saremmo potuti permettere al massimo un paio di viaggi low cost di sola andata da Roma a Palermo.
Il sindaco Pompeo ci aveva promesso 7.000 euro. Inoltre Orazio Torrente, che gestiva due alberghi a Selinunte e ci ha sempre mostrato una gran voglia di sostenere iniziative che dessero lustro al suo territorio, ci avrebbe trattati bene, anche rimettendoci del suo. Ma eravamo lontani. Molto lontani. Depresso, telefonai a Dante Benini. Dante, oltre a essere un architetto di successo, è un caro amico e una persona terribilmente positiva.
Mi disse: io vengo con piacere a Selinunte e a spese mie, ma devi trovare qualcuno che faccia più notizia. Quando gli amici dicono così, generalmente faccio un sorriso e li mando segretamente a quel paese. Non ci vuole nulla, infatti, a dire: dobbiamo invitare Giacomo Leopardi o le Corbusier. Il problema non è pensare a quanto questi invitati illustri gioverebbero all ‘iniziativa, ma a come farli effettivamente venire. Dante, però, cominciò a darsi da fare. Dopo alcuni giorni mi arrivò una telefonata. Era sabato, stavo a casa e a tavola c ‘erano, per una piacevole coincidenza, Carlo Mancosu, Paola Salvatore e Rosario Cusenza. Dante mi legge una lettera: Ci sarò. Per te questo e altro. Era a firma di Daniel Libeskind. Adesso che abbiamo fatto venire la star- aggiunse Dante- troveremo qualche finanziamento. E fu bravissimo anche in questo perche trovò due imprese di costruzione che ci diedero 5.000 euro ciascuna. Abbastanza pensavo per pagare due voli in business da New York: sapevo infatti che Libeskind non si muoveva senza la moglie Nina. (continua)

 

QUANTO COSTA UNA STAR (86): la notizia della presenza di Libeskind a Selinunte ci aiutò nella ricerca di altri sponsor. Che, a sua volta, ci aiutò a invitare altri personaggi. Tra i quali James Wines, uno dei grandi dell ‘architettura mondiale, che non ha avuto riconoscimenti adeguati al proprio valore nonostante sia stato proprio lui ad aver anticipato di decenni i temi della green architecture.
Vennero pure Mario Cucinella, Dekleva e Gregoric, Neil Leach, Aaron Levy, Bill Menking, Giovanni Bellaviti, Onix, Ecosistemaurbano. Oltre agli under 35 di Backstage.
Concretizzare la presenza di Libeskind non fu affatto facile. Zaira, che si occupava dei contatti con lo studio, la fecero uscire pazza. Vollero sapere dove avrebbe dormito, chi sarebbe andato a prenderlo all ‘aeroporto e con quale macchina, quanti minuti esatti sarebbe durata la sua lecture, larghezza e altezza dello schermo, chi lo avrebbe introdotto e cosa avrebbe detto, quanto spazio sarebbe stato dato ai giornalisti per le domande dopo la conferenza, quali autorità ci sarebbero state, cosa avrebbe mangiato, con chi avrebbe mangiato.
Mentre era in corso l’ estenuante scambio di mail, arrivò una notizia buona. Libeskind non sarebbe venuto da New York ma da una città europea. Forse Berlino. Esultammo pensando al biglietto aereo molto meno caro. Il giorno dopo arrivò la mazzata: all ‘andata sarebbe venuto con un volo di linea, al ritorno sarebbe andato in una città del Piemonte, dove credo avesse un lavoro, noleggiando un aereo privato.
Telefonai subito a Dante chiedendogli secondo lui quanto sarebbe potuto costare. Dante mi rispose: dai 15.000 ai 20.000 euro, forse di più. Trasecolai. Dove li trovavamo i soldi? Annullare tutto non si poteva: ci eravamo esposti e il nome circolava. Cominciai a pensare che li avrei dovuti rimettere di tasca mia. Presi coraggio e ne parlai di nuovo con Dante. Dante capì e sollevò lui, con molta delicatezza, la questione allo studio. Furono gentili e risposero che avremmo diviso le spese, e comunque non ci avrebbero chiesto di più del budget che avevamo messo a disposizione. E difatti alla fine, dividendo, risparmiammo qualche soldo, anche se devo dire che, grazie ad Alitalia, non ho mai trovato nessuno che per un volo da Milano a Palermo (alla fine partirono da Milano) sia stato capace di pagare per due persone quasi 2.000 euro.
Libeskind fece una conferenza memorabile in una chiesa della piazza centrale di Castelvetrano gremita di persone e con un maxi schermo collocato in esterno. Eravamo gelati. Già, tutti immaginano che in Sicilia ci sia sempre caldo. Quell ‘anno, era marzo 2011, si moriva dal freddo.
Dopo tutta quella inesauribile trattativa su ciascun aspetto del soggiorno, ci aspettavamo un uomo difficile accompagnato da una moglie cerbero. I due furono una coppia simpatica e alla mano. Dopo la conferenza vollero stare a cena con noi. E sopportarono tutte le nostre affettuosità, il che vuol dire che non ci fu persona che non volle farsi una foto con loro. Parlammo a lungo del professor Zevi e di un numero de l’Architettura a lui dedicato, quando ancora non era noto e che io conservo. Fu una conversazione molto piacevole, che ancora ricordo (continua)

 

BENINI E L’ARCA (87): cominciai a collaborare a L ‘Arca verso la fine degli anni novanta grazie al vice direttore Antonio Arnaboldi che avevo incontrato durante un viaggio. E presto conobbi Cesare Casati, che era il direttore. Cesare è una persona a cui devo molto e non solo per lo spazio che da quel momento mi ha sempre dato. E ‘ generoso, è sempre disponibile e ha acquisito una conoscenza immensa e di prima mano dell ‘architettura, prima attraverso Domus, di cui è stato direttore, e poi attraverso L ‘Arca. Premetto che non mi riconosco sempre nella sua linea editoriale. Penso che diversi progetti e commenti critici da lui passati li avrei cestinati. Ma solo L ‘Arca pubblica ciò che altre riviste più conformiste non si sognerebbero mai di pubblicare, appoggia personaggi che un certo radicalismo chic disprezza e da spazio a quanto di più innovativo si sperimenta al di fuori dei soliti circuiti. E ‘ una delle poche riviste che per esempio hanno pubblicato John Johansen e, allo stesso tempo, grandi professionisti americani da noi sconosciuti. Se sfogliate Casabella sapete già che progetti troverete, se sfogliate le annate di Domus, a seconda del direttore di turno, lo sapete pure, con l ‘Arca non ne avrete mai certezza. E non è poco. Solo Casati ha inoltre avuto il coraggio di affidare la rivista a guest editor diversi, attivi professionalmente e no e di tutti i Paesi. Grazie a questa formula, come ho appena ricordato, organizzammo con la presS/Tfactory un numero monografico dedicato ai giovani talenti. E un altro numero, appena dopo, lo diede da curare a Dante Benini il quale, chiese aiuto a me e a Massimo Vignelli. Preparammo con Dante e con il suo partner Luca Gonzo il menabò via telefono. Lo completammo a New York dove ha studio Vignelli e dove Dante stava andando per il ciclo finale di una cura sperimentale alla quale si era sottoposto.
A Dante voglio bene per la sua umanità, per la sua voglia di fare, per il suo attaccamento alla vita. E ‘ un professionista vero, che sa che bisogna portare a casa la parcella per mandare avanti lo studio. E che allo stesso tempo crede all ‘Architettura come un bambino. Si è formato con Scarpa, con Niemeyer, con Gehry e con Zevi, di cui ha un religioso rispetto e ne conserva la memoria. Anche Zevi aveva per Dante grande simpatia e stima. L ‘ultimo commento che aveva scritto per l ‘Espresso era per lui. Alcuni lo accusano di essere un pasticcione, di seguire le mode e di mancanza di profondità teorica. Non hanno mai visto i suoi spazi che sono sempre coinvolgenti, e non conoscono la sua passione per la luce, la sua maniacale attenzione per la funzionalità e per il dettaglio ( a volte, devo dire, leccato per la sua formazione scarpiana ma appunto per questo sempre costruttivamente ineccepibile). Con Dante ho fatto un bel viaggio a Istanbul per vedere i suoi stabilimenti farmaceutici: il suo capolavoro. Uno dei posti migliori che abbia visto dove lavorare. Uno spazio ipogeo che riesce a pescare la luce dall ‘alto e creare un habitat con alberi piantati a diversi metri sotto il livello del terreno. Una bella sequenza di ambienti dinamica, luminosa e colorata. E, come tutte le buone architetture, un edificio più interessante dal vivo che in fotografia, perche difficilmente questa riesce a restituire le spazialità complesse. Credo che fu durante quel viaggio che mi parlò per la prima volta dei suoi problemi di salute. Io cercai di dirgli che si doveva far forza, ma non lo vedevo bene. A New York, ebbi invece la dimostrazione di quanto contano energia, forza di volontà, voglia di lottare. E, ovviamente, la buona stella. (continua)

 

STEFANO BOERI (88): ho conosciuto Stefano Boeri relativamente tardi, credo nel 2000 in occasione di una conferenza di Rem Koolhaas alla Triennale di Milano che lui presentava. Siamo entrati poi in contatto, ma francamente non ricordo come, probabilmente attraverso la presS/Tletter. Mi sembrò una ottima notizia quando nel 2004 lessi che era lui il nuovo direttore di Domus. Finalmente, pensai, un architetto italiano aperto alle ragioni della sperimentazione. Ricordo che lo aiutai a promuovere il nuovo corso della rivista con qualche articolo e in un paio di incontri: a Venezia e a Pescara. Fu durante l’incontro di Pescara che gli vidi fare una dedica molto originale a uno del pubblico che si era alzato a salutarlo, probabilmente un amico che non vedeva da tempo. Sulle prime pagine della sua rivista c ‘era una cartina con indicate le città coinvolte nel numero, perche là vi risiedeva l ‘autore o perche si parlava di un edificio lì localizzato. Lui scrisse il nome dell ‘amico sopra Pescara e lo collegò al grafo che legava tra loro tutte le città. Più tardi capitò di incontrarci a Milano, mangiammo un panino in zona Corso Como e, prima di salutarci, mi volle regalare un numero della rivista, che andò a comprare in una edicola. Cercò la pagina con la cartina e, come se gli fosse balenata lì per lì l ‘idea, segnò il mio nome su Milano ( o Roma?) e lo legò al grafo. Naturalmente sorrisi e ringraziai.
La sua direzione di Domus fu una delusione. Una rivista che divagava continuamente, affrontando temi marginali e senza mai affrontare quello centrale e cioè l ‘architettura stessa attraverso le sue realizzazioni. Lo stesso è avvenuto poi con Abitare dove fu tentata l ‘operazione più sofisticata ma non meno spericolata di commentare le opere attraverso pezzi di scrittura letteraria e non attraverso l ‘analisi critica. Il che vuole dire affiancare a un linguaggio polisenso un altro polisenso, dichiarando così di fatto la morte del ragionamento critico in favore di un estetismo a mio giudizio inconcludente.
Riconosco a Stefano il merito di aver intuito che, in un momento di crisi, le riviste andavano rifondate, ma credo che alla fine lui più che risollevarle abbia contribuito a dare loro il colpo finale.
Chi fa sbaglia e solo chi non fa la indovina sempre. Ed è per questa ragione che credo che il problema Boeri non sia legato alla gestione, per quanto fallimentare, delle due testate ( da qualche parte dovrei ricordarmi di parlare di Italo Lupi che, prima di Boeri, era stato l ‘eccellente direttore di Abitare, riuscendo a fare una rivista che captava sia l ‘attenzione del vasto pubblico che degli addetti ai lavori).
Il problema Boeri coincide in larga parte con il problema Casamonti. Che a sua volta non è dissimile dal problema Gregotti, Portoghesi, Rogers, Piacentini. E ‘ quello della commistione dei ruoli: direttore di rivista, professore universitario, personaggio coinvolto nella politica, professionista. Con due aggravanti. Che il coinvolgimento politico non è stato superficiale: Boeri ha tentato di diventare Sindaco di Milano e poi è stato Assessore alla cultura dello stesso Comune. E che tutto questo, che a mio giudizio è il vecchio che ritorna, è stato visto come il nuovo che avanza. Una confusione che mi è stata sempre insopportabile, anche quando Boeri ha organizzato eventi importanti come Festarch a Cagliari. Dove oricordiamolo- era stato invitato, dandogli ampio spazio, Casamonti in quel periodo pubblicato anche su Domus. E dove i protagonisti del Festarch, Boeri compreso, poi li trovavi incaricati dei progetti che venivano portati avanti in Sardegna. Per carità tutto in regola, tutto legale. E, poi, lo ripeto, sono i giudici e non io a dover trovare eventuali riscontri penali. Ma c ‘era qualcosa che non tornava alla mia concezione forse superata del rapporto tra politica e cultura. Tanto è vero che quando è scoppiato il caso Maddalena, sentii il bisogno di scrivere qualcosa. E ne sono seguiti due incontri con Boeri, uno a Roma alla Casa dell’Architettura e uno a Milano alla Triennale, dove ci confrontammo duramente.
Il secondo problema di Boeri è nella sua concezione elitaria, ma in senso radical chic, della cultura. A lui bisogna riconoscere un talento straordinario nel trovare giovani intelligenti, tra questi mi vengono in mente Grima e Gallanti, e ce ne sono altri. Ma tutti con una concezione dell ‘architettura come gioco snob e sofisticato, lontano dalla pratica sul campo. E difatti Grima, succeduto a Boeri nella conduzione di Domus, ha dato alla rivista il secondo colpo mortale. Preferendo l ‘inconsueto, il paradossale, l ‘irrealizzabile, lo strano alla migliore prassi architettonica. E’, non ci vuole molto a vederlo, il ritorno dell ‘Accademia con una formula aggiornata. Nel suo disprezzo del fare quotidiano e nella falsa credenza che sia buona architettura solo quella densa di contorcimenti mentali. Esattamente come quando io ero studente, e dominava la Tendenza, e si usava come massimo insulto la parola professionista. (continua)

 

SETTE SICILIANI (89): mentre organizzavamo il primo Architects meet in Selinunte, mi accorsi che il programma era squilibrato verso l ‘architettura straniera. Ricordo che ne parlai con Franco Porto con il quale da tempo si ragionava sull ‘importanza di valorizzare l ‘architettura in Sicilia, facendo emergere nomi che non fossero i soliti della facoltà di Siracusa e della facoltà di Palermo. Preparammo una lista di sette: La Monaca a Castelvetrano, Cusenza Salvo a Trapani, UFO a Pace del Mela, Arrigo a Messina, Scau ad Acireale, Iraci a Catania, Architrend a Ragusa. L ‘idea era allestire a Selinunte una mostra con i loro lavori e poi un libro, a pubblicare il quale sarebbe stato l ‘editore Mancosu (Mancosu è stato anche l ‘editore della selezione dei progetti migliori del presS/Tmagazine e dei progettisti della mostra, curata da Graziella Trovato, degli architetti italiani che lavorano in Spagna).
Sapevo quanto fosse difficile far convivere sette siciliani. Per evitare ogni possibile attrito, li incontrai uno per volta, senza convocare mai alcuna riunione comune. Le stesse mail le mandavo con gli indirizzi nascosti in modo tale che poi non comunicassero tra loro. La mostra andò bene, il libro pure. E nel tempo si sono consolidati rapporti di stima reciproca e di amicizia tra i sette. Credo che questa iniziativa abbia avuto il merito di mostrare quanto vitale fosse l ‘architettura siciliana, fuori dai circuiti ufficiali. E come, oltre alla Grasso Cannizzo che avevamo lanciato qualche anno prima, ci fossero in ogni città progettisti di valore. Il contrario di quanto le facoltà di architettura volevano far credere. (continua)

 

NEW DIRECTIONS (90): devo tornare indietro di un paio di anni, cioè al 2008 quando successero due eventi per me importanti. Uscì il libro New Directions in Contemporary Architecture. Evolutions and Revolutions in Building Design Since 1989, pubblicato dalla Wiley e fui nominato da Aaron Betsky membro della giuria per l ‘assegnazione dei Leoni della Biennale.
Era da tempo che cercavo di convincere Helen Castle, l ‘editor di AD e responsabile del settore architettura della Wiley, a commissionarmi un libro sull ‘architettura contemporanea. Lei era dubbiosa finche non le venne in mente l ‘idea di un testo in cui si raccontava cosa fosse successo nei venti anni seguiti alla mostra Deconstructivist Architecture, cioè dal 1989 al 2008 in cui ci trovavamo. Ci lavorai molto. Ci tenevo. Volevo fare una buona figura. Atteggiamento deleterio per la perfetta riuscita di un libro. Fui, infatti, attento come non mai a riscontri, citazioni, adeguato numero delle fonti, dimenticando che i libri si scrivono per appassionare il lettore e non per rimpinzarlo di dati. Il volume è andato bene, non meravigliosamente bene; ricevo ancora qualche royalty. E ‘ stato anche sfortunato perche ha venduto i diritti in lingua cinese e persiana ma poi non ne è seguito niente ( ricordo ancora l ‘entusiasmo con il quale mandai in Iran gli originali delle immagini all ‘editore, preoccupato che la censura avesse potuto trovare disdicevole la minigonna che a modo suo copriva il sedere di una signora in un render degli architetti Hariri & Hariri).
New Directions ha avuto positivi commenti alcuni dei quali si trovano oggi in quarta di copertina. E ricordo i complimenti di Charles Jencks quando ci siamo visti in un pranzo organizzato da Wiley e Arup in concomitanza della Biennale ( pensai: se è piaciuto a Jencks vuol dire che non era buono). Insomma, non era il libro in cui speravo, e questo è un male perche scrivere un testo del genere richiede una energia che francamente non ho più.
Tracce di quel libro si possono trovare su internet e sul mio sito personale,www.prestinenza.it, che realizzarono oramai una decina di anni fa Furio Barzon e il suo gruppo Collaboratorio e dove ho raccolto i miei scritti principali ( devo però aggiornarlo da quasi un anno).
La partecipazione alla giuria della biennale la devo a Francesco De Logu. Francesco, uno degli architetti romani che seguivo con interesse ( insieme a Giammetta & Giammetta, Labics, n!studio, Nemesi, Tstudio, King e Roselli tra i quali allora esistevano rapporti di collaborazione) ricordò a Betsky il mio nome. Nome che Aron già conosceva perche era venuto un paio di volte a Roma e poi perche avevamo avuto una breve corrispondenza a seguito di una mia lettera di presentazione per un posto al NAI di Emiliano Gandolfi, una delle persone più intelligenti che abbia incontrato nel mondo dell ‘architettura (Emiliano in quella biennale organizzò, sempre su incarico di Betsky, una bellissima mostra sull ‘architettura sperimentale). Devo dire che la giuria fu un ‘esperienza frustrante perche sul premio principale, che fu assegnato a Greg Lynn, ebbi la sensazione che ci fosse un accordo preventivo. Tutti da Kipnis alla Antonelli, da Max Hollein a Farshid Moussavi erano, a mio avviso, troppo compatti. Nonostante il lavoro presentato da Lynn fosse poco più che un giocattolone di gomma. Ricordo che alla riunione finale, che avvenne in un ristorante, battagliai per tutto il tempo, ricevendo i complimenti dell’umorale Kipnis per tanta passione ( o forse perche aveva capito di aver vinto). La mia tesi era che il lavoro presentato da Lynn fosse il canto del cigno di un metodo che non stava producendo granchè e non l ‘apertura a nuovi orizzonti. Votammo ed ero l ‘unico contrario. Pensai di dimettermi dalla giuria. Non lo feci e sbagliai. Fummo invece tutti d’accordo per gli altri premi che assegnammo ad Elemental e al Padiglione polacco (continua)

 

RENZO PIANO (91): Renzo Piano lo conoscevo solo per telefono. Gli avevo fatto due interviste: una per la rivista Ulisse dell ‘Alitalia, per un certo tempo coordinata da Massimo Locci che mi chiamò a collaborare con pezzi di arte e architettura e interviste a personaggi celebri e una per Edilizia e Territorio. Di Piano avevamo inoltre pubblicato nel 2010 un progetto sul secondo volume di ItaliArchitettura che gli inviammo non appena stampato. Dopo poco tempo ricevetti un suo biglietto scritto a pennarello verde in cui, dopo alcune parole di circostanza, notava che dalla raccolta veniva fuori un quadro vitale e incoraggiante dell ‘architettura italiana individuando anche qualche progetto che gli sembrava più interessante e mi rinnovava l ‘invito di andare a trovarlo. Così feci qualche mese dopo, approfittando di un viaggio che dovevo fare a Parigi le cui date feci coincidere con l ‘appuntamento fattomi dare da Francesca Bianchi, la sua assistente personale. Credo che Renzo Piano sia una delle persone più affascinanti del mondo e un bravo critico dovrebbe stargli a distanza perche dopo trenta minuti perderà il distacco per poterlo correttamente giudicare. E ‘ un conversatore amabile, un uomo acuto ed ha il senso dell ‘umorismo che manca a troppi architetti. Inoltre riesce a convincerti che il tuo e il suo è un rapporto privilegiato e di questo me ne sono accorto perche tutti i giornalisti che lo hanno intervistato e con i quali ho scambiato quattro chiacchiere lo credono intensamente. Abbiamo parlato a lungo e a un certo punto, sbirciando l ‘orologio, ho visto che era passato troppo tempo: dovevo andare per non generare l ‘effetto ventosa, quell ‘effetto terribile che procurano gli scocciatori quando si attaccano a una persona importante. E qui contravvenni a una promessa solenne che mi ero fatto prima di entrare nel suo studio. Non cercare di coinvolgerlo in alcuna iniziativa: ci conoscevamo da troppo poco tempo e mi avrebbe detto di no. E invece fu più forte di me e gli chiesi cosa pensava di fare lui per i giovani. Lui stava a Parigi e aveva avuto tutto dalla vita. Compresa la fortuna di un incarico a trentaquattro anni di un edificio sul quale la Francia avrebbe scommesso il proprio primato culturale. Chi ha avuto deve restituire. E allora, cosa poteva fare concretamente Piano per aiutare i giovani talenti italiani? Lui ascoltò attentamente, tacque e sorrise. Io tra me e me pensai di aver fatto un ‘altra delle mie gaffe. Ci salutammo e mi accompagnò cortesemente alla porta.
E invece fui sorpreso quando due giorni dopo, tornato a Roma, ricevetti una telefonata. Era Piano che mi diceva che ci aveva pensato e che conveniva che bisognasse fare qualcosa per la giovane architettura italiana. Nasceva il Premio Fondazione Renzo Piano. Per scaramanzia non ne parlai con nessuno sino a quando non concordammo il progetto nei minimi particolari. Fu solo allora che in una riunione dell ‘associazione dissi: ragazzi facciamo un premio con Renzo Piano. Ricordo che dovetti ripeterlo quattro volte perche tutti pensarono che, come spesso avviene, scherzassi. E invece da lì a pochi mesi pubblicammo il primo bando. (continua)

 

AIAC STORY (92): per seguire il premio Fondazione Renzo Piano, per conto dell ‘AIAC, mi affiancò Diego Barbarelli. Diego è la persona più affidabile al mondo. Lo conosco dai tempi in cui lanciammo la presS/Tletter, è colui che ha mandato avanti i sette volumi di ItaliArchitettura interfacciandosi con architetti, grafici e redattori ed è uno dei punti di riferimento dell ‘AIAC: a lui si devono molte iniziative quali la ricognizione degli architetti italiani che lavorano all ‘estero e la splendida mostra delle valigie sulla quale ritornerò tra poco.
Inoltre è un data base vivente sull ‘architettura italiana: se volete sapere chi ha realizzato la tale scuola nella tale città potete chiederlo a lui. Probabilmente vi saprà dire anche le date di nascita di almeno 4 su 5 dei partecipanti al gruppo di progettazione ( un altro data base vivente è Paola Pierotti di Edilizia e territorio). Con lui potevo stare tranquillo anche per i minimi dettagli. Ricordo per esempio quando mi telefonò preoccupato perche nel sito avevamo affiancato i due loghi, della Fondazione Piano e il nostro, nonostante le misure fossero identiche, sembrava più grande, trattandosi di un disegno graficamente più aggressivo. Passò una giornata a diminuirlo leggermente sino a che non si trovò il punto esatto in cui tale effetto ottico veniva a cessare.
Nel frattempo fervevano altre attività. A cominciare dalla Summer School di Selinunte. Era cambiato il direttore del Parco e subentrata Caterina Greco, una donna intelligente, energica e fattiva con la quale i rapporti di collaborazione si sono intensificati tanto che abbiamo firmato un protocollo di collaborazione a tre tra Parco, Comune e AIAC. Con l ‘appoggio della struttura del Parco oltre che del Comune, le Summer School sono andate benissimo. Compresa quella in cui doveva venire Italo Rota che, invece, diede forfait. Non sapevamo come fare perche numerosi ragazzi erano venuti proprio per lui. Noi eravamo in grande imbarazzo. Decisi di fare come se nulla fosse e far servire la cena. Chiesi a Orazio Torrente, il nostro partecipe albergatore, di far anticipare la torta che in genere ci serviva l ‘ultimo giorno. Dopodiche feci il discorso di benvenuto e raccontai di Rota che non sarebbe venuto. Aggiunsi: state per un altro giorno e poi se ve ne volete andare vi rimborseremo: no questions asked. Dissi questo sapendo che, se così fosse successo, per le casse dell ‘associazione sarebbe stata una tragedia. Tutto andò invece benissimo. Nessuno ci lasciò e molti si ricordano ancora di quella settimana memorabile.
Le Summer School sono state un ottimo veicolo per acquisire nuove energie. Come Nicolò che, preso sia dalle frecce di Cupido per Federica sia dal nostro progetto culturale, è diventato uno dei punti di riferimento della seconda edizione di Backstage.
Un ‘altra iniziativa preziosa per l ‘Associazione è stata il ciclo di trasmissioni televisive su SKY inventato e realizzato da Marco Sambo. E ‘ incredibile come con pochi mezzi sia stato capace di trasformarci tutti in attori. Alcune ragazze, quali Giulia, Valentina, Ilenia, Laura si sono rivelate interpreti consumate: bucano il video e sono riuscite , sotto la guida sua e di Luca Marinelli che lo affiancava, a mostrare che si possa parlare di architettura al grosso pubblico senza annoiare con un architettese incomprensibile. L ‘esperienza mi ha fatto capire l ‘importanza dei brevi video. Ho provato a lanciarli al di fuori da questo progetto televisivo, con videorecensioni di cui una su un libro di Gregotti che ha avuto un certo successo, forse perche alla fine conservavo solo una pagina del suo libro, noioso e ripetitivo, mentre il resto lo buttavo nel cestino (continua).

 

PARTIRE, TORNARE, RESTARE (93): dovevamo preparare il nuovo Architects meet in Selinunte e mi era venuta l ‘idea, poi rivelatasi di successo ma faticosissima, di inondare Castevetrano di mostre. Una in ogni importante palazzo pubblico. La mostra principale sarebbe stata quella delle valigie. L ‘idea era nata a seguito di una iniziativa che avevamo messo in piedi con Graziella Trovato, da tempo trasferitasi a Madrid, di fare la ricognizione degli studi italiani con sede in Spagna. Eravamo preoccupati di non riuscire a trovare più di cinque o sei studi significativi, mentre poi ci siamo accorti di avere toccato la ventina e che , se avessimo continuato, non avremmo avuto pagine a sufficienza nel catalogo per dare spazio a tutti. D ‘altra parte, da diversi anni, in tutta Europa e in Spagna in particolare, era in atto un fenomeno di emigrazione intellettuale che stava assumendo proporzioni sempre più preoccupanti. Dico questo anche con spirito polemico perche, nonostante la rilevanza del tema, non abbiamo trovato il benche minimo supporto dalle istituzioni italiane. E la mostra italo-spagnola è stata ospitata a Madrid e a Roma dall ‘Istituto Cervantes che, a rigore, doveva essere interessata meno di noi al fenomeno ( pare che, con il solito ritardo, il Maxxi dedicherà tra qualche tempo una mostra al tema. Bene: meglio tardi e a rimorchio che mai).
L ‘argomento era insomma importante. Così decidemmo di intitolare la seconda edizione di Architects meet in Selinunte: Partire, Tornare, Restare. Avremmo invitato una cinquantina di studi, emigrati in tutta Europa e qualcuno anche oltreoceano, per raccontarci la loro esperienza ( Diego Barbarelli, che ha curato l’intera iniziativa,ne aveva addirittura censiti oltre un centinaio). E avremmo allestito una mostra mettendo insieme le valigie da loro inviate. In ognuna delle quali avrebbero dovuto inserire il proprio portfolio e tre o quattro oggetti a piacere che ne raccontassero la storia, con particolare riferimento alla scelta di andare a lavorare all ‘estero. (continua)

 

FUKSAS (94): chi poteva essere il personaggio migliore da invitare per Partire, Tornare, Restare? E per ricevere il Premio Internazionale Selinunte per quale il Sindaco aveva messo a disposizione 10.000 euro? Massimiliano Fuksas.
Con Fuksas ci conoscevamo da tempo per esserci incrociati negli eventi romani e un paio di volte ero andato a trovarlo a studio. Ma si trattava di una conoscenza superficiale.
Mi rivolsi quindi a Giovanni Bellaviti che con Fuksas aveva rapporti di lunga data, avendo lavorato con lui prima a Roma e, poi, a Parigi. Giovanni sondò la disponibilità: che appurò positiva. A questo punto mandai una lettera, alla quale mi fece rispondere dalla sua assistente, confermando che sarebbe venuto. Non restava che incontrarlo: andare nella tana del lupo.
Telefonai. L ‘appuntamento fu fissato in un giorno successivo per le undici e trenta. Poco prima dell’ora convenuta, mi arrivò una telefonata della segretaria che mi chiedeva di spostarlo di un ‘ora. Se non mi fosse dispiaciuto, saremmo andati a fare un sopralluogo alla Nuvola e poi a pranzo. Naturalmente accettai. Fu una piacevole esperienza sia per avermi dato la possibilità di visitare il cantiere, dove già si apprezzavano alcune soluzioni particolarmente brillanti come la grande struttura interna sospesa su soli tre appoggi, sia perche potei vedere quanto Fuksas fosse attento a ogni particolare e inflessibile nel difenderlo, anche a costo di scontrarsi con il mondo intero: e difatti credo che con l’impresa Condotte i rapporti di collaborazione per realizzare quest ‘opera non siano stati idilliaci ( è una forma di integrità questa del personaggio Fuksas che sfugge a coloro che non esitano a criticarlo). Si era fatto tardi e tutti i ristoranti erano oramai chiusi. Ripiegammo su un bar a Ostiense. Fuksas fu gentilissimo e mi disse parole che mi hanno toccato su quanto apprezzasse la mia attività svolta al di fuori dei circuiti ufficiali. Aggiunse che avrebbe rinunciato al premio in denaro, perche quella somma ci sarebbe servita per l ‘iniziativa ( e in effetti così era, visto il nostro budget ridotto all ‘osso; se avessimo pagato il premio non avremmo saputo come ospitare gli invitati). Insomma non potevo sperare di meglio. A un certo punto si alzò per pagare. Lo intercettò una anziana signora vestita in modo pittoresco e con ombrellino. Chi chiese a bruciapelo: “Lei è Fuksas?” Alla risposta positiva di Fuksas, la signora continuò: “E’ lei che ha costruito la chiesa a Foligno?” A quel punto mi preoccupai. Ero stato a vedere quella chiesa con Teresa Sapey e Giuliano Fausti, di ritorno dal seminario di Camerino, e avevamo appurato che non ci fosse uno a Foligno che non la detestasse a causa di un impatto urbano decisamente aggressivo. Temetti seriamente che la vecchietta, facendosi cogliere da un raptus italianostrista, potesse rivolgere il suo ombrello contro l ‘architetto, mettendolo di malumore e facendogli cambiare opinione sulla sua visita a Selinunte. E invece la arzilla signora aggiunse: Un capolavoro, un capolavoro. Di chiese così belle ho visto solo Ronchamp. La faccia di Fuksas divenne radiosa. E così pure la mia per il pericolo scampato. (continua)

 

PELLEGRIN (95): Fuksas è architetto vero. Ha sensibilità per le percorrenze, per le materia, per i colori e per le trasparenze; padroneggia lo spazio, e, cosa molto difficile, la grande dimensione. Poi si può dire tutto: che la Nuvola costruita non rassomiglia al progetto di concorso, che l ‘idea del parallelepipedo con dentro un blob era di John Johansen, che è costata più di quanto ci si sarebbe aspettato, che l ‘edificio è troppo scultoreo, ammesso e non concesso che sia una colpa. Mentre con lui facevamo insieme il giro del cantiere portai la conversazione, forse perche il suo carattere un po’ me lo ricorda, su Gigi Pellegrin. Un personaggio oggi colpevolmente dimenticato. Convenimmo che il nostro è un Paese ben strano che dedica spazio all ‘Aulenti, a Gregotti, a Botta e non si ricorda di celebrare figure fuori dal comune come appunto Gigi Pellegrin, o come Leonardo Ricci, o come Vittorio Giorgini, o come Oreste Martelli Castaldi. Non andai oltre perche sapevo che tra Fuksas e Pellegrin c ‘era stato rapporto di amore e odio: tutti e due troppo protagonisti, tutti e due bravi e egualmente convinti di essere i più bravi. E poi mi venne in mente che Pellegrin c ‘era rimasto male che Fuksas nel 2000 alla biennale di Venezia non lo avesse invitato e poi non si fosse adoperato per la mostra e il libro che aveva intenzione di fare proprio in quegli anni quando lui era nel dimenticatoio e, invece, Fuksas in auge.
Avevo vissuto quei momenti in diretta dal suo studio. A Pellegrin mi aveva presentato Giovanni D ‘Ambrosio un designer di grande talento e di altrettante grandi miserie, con il quale dopo un po ‘ di tempo entrammo in rotta. E stavo scrivendo proprio quel libro su di lui che uscì nel 2001 per i tipi di Prospettive (con la grafica di D ‘Ambrosio e una introduzione di Luca Zevi). Pellegrin non era persona facile: aveva pregi e difetti straordinari. Ricordo che era capace di infliggere umiliazioni insopportabili ai ragazzi dello studio: una volta, costringendoli a stare immobili, fece tenere loro e per oltre mezz ‘ora, per farmelo meglio vedere, un enorme plastico che avrebbero potuto benissimo fare appoggiare sul tavolo. I ragazzi però lo adoravano perche, oltre ad essere un maestro in tutti i sensi della parola, era ugualmente capace di atti di grande generosità umana. Una volta ricordo che, per meglio spiegarmi la propria filosofia, mi fece vedere un video di National Geographic che parlava delle forme organiche scaturite per necessità dall ‘evoluzione naturale e dell’habitat degli uomini preistorici. Criticava però duramente le forme bloboidali, in quegli anni di moda, perche non seguivano le regole della natura ma erano puro artificio estetico. Mi fece vedere fotografie bellissime che da giovane aveva scattato alle opere di Sullivan negli Stati Uniti. E gli sono grato per una stupenda lezione per farmi capire o anche se poi ho troppa ammirazione per Wright per condividerla- che sia stato Sullivan più che Wright il genio dell ‘architettura americana.
Ogni tanto mi imponeva da leggere i suoi scritti che risentivano della prosa involuta degli anni settanta. Uno su una colonna del tempio di Siracusa, il cui manoscritto regalò ad Antonella, ancora oggi lo commentiamo ogni volta che ce la troviamo di fronte, cercando di comprendere cosa esattamente Gigi avesse voluto dire.
Stare con lui era difficile. A un certo punto non vedevi l ‘ora di andartene. Troppo coinvolgente, troppo dominante. Infatti, se mai vi capitasse tra le mani, il libro che ho scritto su di lui è diviso in quattro capitoli, con il primo decisamente lungo e poi gli altri sempre più brevi. Ma che fosse bravo, anzi bravissimo era fuori discussione.
Architetti come Pellegrin ce ne sono stati pochi. Eppure lui, che aveva il dono della bellezza e dello spazio, a un certo punto decise di mortificarsi, per proporre un habitat meno piacevole ma a suo giudizio più economico e più intelligente. Che però lo rifletteva: generoso, impositivo e, alla fine, poco democratico. Ma questa è una malattia dell ‘epoca se pensiamo alle megastrutture dagli Archigram o di Soleri, dove non vorrebbe vivere alcuno, tanto che sono diventate gli scenari per i film di una certa tragica fantascienza. Ancora oggi non posso che stupirmi davanti ai suoi meravigliosi disegni di grandi strutture che volano nell ‘aria o e presto alcuni li esporremo nella galleria dell ‘AIAC, interno 14- ma poi preferirei abitare nelle case a patio progettate per la mia tesi di laurea ad Acilia, sicuramente più brutte ma abbastanza basse da non oscurare la vista del cielo e tanto accoglienti da ospitare un ulivo al loro interno. (continua)

 

MARTELLI CASTALDI (96): nel post precedente vi ho accennato di Oreste Martelli Castaldi. E ‘ un personaggio a cui devo un ricordo più approfondito. Perche se lo meritava come uomo e perche il suo caso è particolarmente emblematico dello stato di confusione in cui versa la nostra critica. Che per inseguire il fumo spacciato per rigore teorico, si dimentica di alcuni straordinari professionisti distanti dai circuiti ufficiali.
Sentii per la prima volta parlare di Martelli Castaldi a studio da Pellegrin. Rimasi colpito dal fatto che era uno dei pochi architetti viventi di cui Gigi parlasse bene. Un giorno venne a studio l ‘editore Massimo Riposati e i due mi chiesero se fossi stato disposto a scrivere un libro sulla produzione di questo architetto. Mi fecero vedere delle fotografie di ville bellissime. Una la riconobbi subito, anche se ero stato là forse più di dieci anni prima e solo per poche ore. Era la villa di Angiolino Becherini, un dirigente della federazione degli anziani del commercio che mi aveva commissionato il mio primo libro sulle case per anziani e a cui feci la ristrutturazione di un ‘altra sua casa a Roma. La villa la ricordavo chiaramente perche era una delle poche, che io abbia mai visto in Italia, che aveva una spazialità travolgente, insieme centripeda e centrifuga. Caratterizzata da un cortile centrale attorno al quale si organizzavano gli ambienti e proiettata verso la natura circostante. Opera di un architetto che aveva capito intimamente la lezione di Wright e non lo scimmiottava da debole imitatore ( mi chiesi anche perche Becherini, che aveva a disposizione un così bravo architetto, per il suo appartamento a Roma avesse scelto me. Poi capii che era perche ero giovane e sperava di manovrarmi con più facilità)
Girare con Martelli Castaldi e la moglie per le sue ville all ‘Argentario o dove ne aveva costruite numerose e spesso per una clientela molto facoltosa- fu una indimenticabile lezione di architettura. A distanza di anni i clienti gli erano rimasti affezionati e riconoscenti. Nonostante, come dicesse lui scherzando, i tempi fossero raddoppiati rispetto alle previsioni e i costi decuplicati. Martelli aveva realizzato moltissimo e spesso come imprenditore. Ma, come si intuiva, era rimasto senza il becco di una lira. Presto capii il perche: un imprenditore non può amare troppo l ‘architettura che costruisce, se no perde i conti. L ‘unico che aveva, come critico, notato Martelli Castaldi era stato Bruno Zevi ma, al di fuori di qualche articolo su L ‘Architettura, non era apparso nulla. Purtroppo le fotografie che Castaldi aveva fatto fare a suo tempo non erano granche. E per molte case era troppo tardi per un nuovo servizio fotografico. Lui, forse presagendo la fine, volle mettere tutti i propri progetti e non accettò il mio consiglio di tralasciare i meno riusciti. L ‘editore infine non fece un eccellente lavoro di impaginazione e stampa e, come quasi sempre capita, non distribuì. Con il risultato che il libro non riuscì a promuovere Martelli Castaldi per quanto meritasse. Morì poco dopo. E ‘ lui, subito dopo Gianfranco Franchini, il secondo eroe del mio immaginario libro dei grandi sconfitti. In questo caso con un grave cruccio: lui era veramente un architetto fuoriclasse. Quando penso a tante mezze calzette che, invece, sono promosse dalla critica come maestri, non posso che schiumare di rabbia. (continua)

 

NIEMEYER E SGARBI (97): tra il 2010 e il 2011 due eventi segnano il dibattito sull ‘architettura in Italia: la inaugurazione dell ‘auditorium di Ravello progettato da Oscar Niemeyer e la cancellazione della sistemazione museale di Minissi a Piazza Armerina per fare posto a un progetto postmodern disgustoso, voluto da Vittorio Sgarbi.
Per quanto riguarda la prima notizia non si poteva essere che felici. Finalmente un edificio schiettamente contemporaneo in un territorio, quale quello della costiera amalfitana, mummificato per i suoi troppi vincoli e, nello stesso tempo, sottoposto a un continuo degrado da abusivismo, tanto più pervicace e aggressivo quanto più il territorio è, sulla carta, tutelato. L’auditorium , nel corso di una via crucis durata oltre dieci anni, è stato oggetto del fuoco incrociato di ambientalisti, soprintendenze, partiti politici, anche con interrogazioni parlamentari. E si è potuto realizzare solo grazie alla volontà ostinata del sociologo e uomo di cultura Domenico De Masi e all ‘appoggio di pochi, tra i quali , per interessamento mio e di Massimo Locci, l ‘Inarch e, ovviamente, presS/Tletter. La cerimonia di inaugurazione alla quale fui cortesemente invitato da De Masi fu memorabile, con eventi a ripetizione per mostrare la versatilità della nuova struttura. Struttura che poi, nei mesi successivi, per le solite miserevoli lotte di fazione e per fare un torto a de Masi che l ‘aveva imposta a una parte della classe politica locale gretta e recalcitrante, fu lasciata al suo destino e quindi al degrado. Perche gli edifici contemporanei non basta farli, occorre gestirli con un adeguato programma e curarli con la manutenzione che richiedono. Ricordo che durante il dibattito, senza volerlo, sollevai un piccolo incidente diplomatico. Gli oratori si susseguivano vantando per l’opera la paternità dell ‘opera di Niemeyer e sottolineando il fatto che l ‘edificio fosse un capolavoro del grande vecchio. La mia tesi, che cercai di sostenere nei quindici minuti assegnatimi, era diversa: l ‘opera solo in parte rifletteva il progetto dell ‘architetto brasiliano ( alcune libere interpretazioni sono, a mio avviso, evidenti) e , comunque, non era una delle sue migliori. Ciononostante era un dono per Ravello e per l ‘Italia. Se noi accettassimo l ‘ipotesi che si debbano costruire edifici contemporanei solo se oltre il livello di eccellenza, mentre per il resto va bene la pessima edilizia in stile , faremmo un pessimo servizio a noi stessi e all ‘architettura. Evviva quindi l ‘auditorium. Di edifici che parlano con freschezza e intelligenza del nostro tempo costruiamone altri cinquanta, anzi cinquecento e forse ci scapperanno anche un paio di capolavori.
Piazza Armerina è stata invece un disastro, da tutti i punti di vista. Un progetto disgustoso che vanificava gli sforzi fatti, anche dall ‘Inarch Sicilia, per arrivare a una soluzione soddisfacente. La mia posizione, che avevo sostenuto in più incontri sia a Piazza Armerina che a Roma, era chiara: salviamo il capolavoro di Minissi se riusciamo a renderlo efficiente dal punto di vista della climatizzazione ( così come era, era indifendibile perche d ‘estate, per l ‘effetto serra, diventava un forno), oppure abbattiamolo senza nostalgie e realizziamo un ‘opera nuova ma adeguata al valore dei mosaici da valorizzare. In pratica: occorreva bandire un concorso internazionale, attirando i migliori perche Piazza Armerina non poteva essere disegnata dal primo venuto. E invece, come spesso accade, con la scusa della fretta e dei finanziamenti che scadevano ( dopo che si era perso tempo e tempo) si è scelta la soluzione di un progetto fatto in casa. Ho conosciuto i progettisti della nuova sistemazione: persone amabili e umanamente squisite, e per questo motivo mi dispiace molto attaccare la loro opera. Ma il nuovo complesso è veramente un disastro. Andammo con Franco Porto, Filippo Nasca, Gaetano Manganello, Maria Grazia Leonardi, Graziella Trovato, Luis Moya e altri a vederla. Ci fece da guida il gentilissimo Guido Meli, uno dei progettisti dell ‘operazione. Ci guardavamo attoniti. Sgarbi ne aveva fatta una delle sue. E delle peggiori. Sia dannato in eterno. (continua)

 

EXIBART E ARTRIBUNE (98): il guaio di noi architetti è che la cantiamo e ce la suoniamo ma difficilmente raggiungiamo i canali di comunicazione frequentati da un più vasto pubblico. Per questa ragione sono felice della collaborazione che mi ha offerto Massimiliano Tonelli prima con Exibart e, adesso, con Artribune. Ricordo che Massimiliano mi inviò nel 2004 una mail in cui mi invitava a scrivere pezzi coraggiosi e non reticenti. In cambio mi offriva uno spazio sulla sua rivista molto diffusa nel mondo dell ‘arte. Rivista che, proprio perche era distribuita gratuitamente, incarnava al meglio il mio ideale di cultura accessibile a tutti. La rubrica si chiamava www.prestinenza.it con la speranza di attirare attenzione anche al sito web omonimo dove raccolgo i miei principali scritti, e che in quel periodo Furio Barzon e Collaboratorio stavano mettendo a punto. Devo dire che attraverso l’appuntamento fisso di Exibart sono riuscito a condurre numerose battaglie: per esempio quelle per sostenere l’auditorium di Ravello e per contrastare i progetti di Sgarbi a Piazza Armerina, delle quali ho appena parlato. Nel 2011 seppi che Tonelli era entrato in rotta di collisione con i proprietari della testata, e aveva deciso di fondarne una nuova: Artribune. Non ci ho pensato un attimo a seguirlo. Lo avrei fatto anche se il nuovo progetto si fosse rivelato un flop. Invece, grazie all ‘intelligenza giornalistica e alla sovraumana capacità di lavoro del suo direttore, Artribune è diventata in breve tempo un punto di riferimento. Tonelli agli inizi della nuova avventura mi chiese di presentargli un giovane architetto che lo avesse potuto aiutare a potenziare la sezione architettura. Gli feci il nome di Zaira Magliozzi, una delle macchine da guerra prima della presS/Tletter e poi dell ‘AIAC. Credo che grazie alla sua collaborazione, attraverso gli articoli da lei scritti e la gestione di un nucleo di collaboratori sempre più ampio, Artribune oggi copra esaurientemente il mondo dell ‘architettura. (continua)

 

SATURNO (99): Ho sempre sognato di scrivere per un quotidiano. Quella del giornale, che deve uscire ogni giorno, è una mitologia che sento nel sangue.
Per qualche tempo collaborai con La Sicilia che era il quotidiano che per vent ‘anni aveva diretto mio padre. L ‘occasione mi fu offerta dal proprietario e nuovo direttore, Mario Ciancio Sanfilippo, che avevo incontrato per caso all ‘aeroporto. Se avesse bisogno di me, mi disse con straordinaria cortesia, non si dimentichi di essere un Prestinenza, alludendo al fatto che molti della mia famiglia, oltre a mio padre, hanno scritto per la testata. E io, qualche mese dopo, lo andai a trovare chiedendogli spazio per qualche articolo in terza. Collaborazione che senza problemi mi fu concessa, ma che dopo una decina di pezzi abbandonai perche non mi riconoscevo in una linea culturale che non riuscivo a vedere e la cui assenza suscitava in me grande pena, se si considera che proprio il giornale La Sicilia era stato la palestra per la migliore cultura letteraria siciliana. Qualche articolo è uscito poi su altri quotidiani anche importanti, ma con carattere episodico. Pensai che fosse un sogno quindi quando Riccardo Chiaberge, che per me era un mito perche aveva diretto sul Sole 24 ore un domenicale che passerà alla storia del giornalismo, mi cercò. Gli serviva un critico di architettura per Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano che si accingeva a fondare e a dirigere, dopo l’estromissione dal Sole. Ricordo che, per conoscermi, venne a trovarmi a casa, dove gli raccontai con molta franchezza che non vedevo l ‘ora di scrivere per lui anche se non mi riconoscevo nella linea del Fatto. O meglio ne capivo l ‘istanza morale ma meno la giustizialista. Io ero e resto liberale, repubblicano, radicale come sarebbe dovuto essere il partito laico in cui credevo e che, come ho già avuto modo di accennare, durò il tempo di una sola competizione elettorale. Presto scoprii che Chiaberge era più liberale di me e il suo supplemento, al quale cominciai a collaborare dai primi numeri, lo rifletteva in pieno. Lavorare con Chiaberge, oltre ad essere un onore, era un piacere. Un regista attento ma non ossessivo che sa delegare. Vedevo inoltre che gli articoli erano letti e finalmente da un pubblico di non addetti ai lavori. Tra questi ne ricordo uno sul tema architettura e potere, una recensione di un fortunato libro di Deyan Sudjic in cui si mostrava la pericolosa inclinazione degli architetti, sedicenti di sinistra, di cedere alle lusinghe dei ricchi, dei dittatori, dei potenti. Troppo bello, per durare. E infatti, dopo un paio di anni, la direzione del Fatto, comportandosi esattamente come i rozzi protagonisti della vita italiana che non perdeva occasione di stigmatizzare, chiuse il supplemento, pensandolo un inutile spreco di denaro. (continua)

 

INCIPIT VITA NOVA (100): ho scritto questa puntata n.100 alle 11.30 del 15 agosto. La pubblico solo ora alle 12.30 e, se mi seguirete sino alla fine, capirete il perche.
Questa ultima puntata mi serve per ricordare due lavori ai quali tengo particolarmente. Uno chiude e uno apre.
A chiudere è la recente pubblicazione, finalmente su internet, della storia del 900, un progetto che mi ha impegnato a lungo, destinato a coloro che con me vogliono credere che l ‘architettura contemporanea non sia solo un susseguirsi di canoni e regole. Dove ho cercato di mostrare che le opere migliori nascono a volte per caso e a volte dall ‘unione di principi tra loro apparentemente incompatibili. Come quando si incontrano due tipi di sangue diverso e non come quando si creano ebeti a furia di accoppiare consanguinei.
Ho già parlato delle difficoltà di trovare, a suo tempo, un editore e della sorpresa, una volta che ho maturato l ‘idea che la storia dovesse essere messa in rete, dei numerosi download. Siamo già a 7500 con, in piena estate, venti, trenta, quaranta volumi scaricati al giorno. Un risultato insperabile con la carta stampata.
Ad aprire al futuro sarà interno 14, la spazio dell ‘AIAC che abbiamo di recente inaugurato e con il quale proporremo mostre e non solo di architettura. Sarà il primo passo per cambiare la mia vita reindirizzandola verso la prima passione: l ‘arte.
E adesso vi spiego perche il post lo ho pubblicato alle 12.30. Per scaramanzia. Secondo una profezia, sarei dovuto morire alle ore 12 del 15 agosto 2013. E quindi, come è mio carattere, volevo arrivarci puntuale e lasciare tutto a posto: chiudendo l ‘autobiografia esattamente alle 11.30. Nello stesso tempo, sapendo che per fortuna le profezie raramente si avverano, volevo preannunciare o adesso, alle 12,30, a pericolo scampato- il mio nuovo progetto di vita.
(fine)

copyright Luigi Prestinenza Puglisi
licenza creative commons ( bisogna citare l ‘autore, non opere commerciali, non opere derivate)

Scrivi un commento