L’autobiografia a-scientifica di lpp – seconda parte – puntate da 41 a 80

 

CONVEGNO INARCH GENNAIO 2000 (41): gli anni dal 1996 al 2000 furono di grande fermenti. A Roma era particolarmente attivo l ‘Inarch, l ‘istituto Nazionale di Architettura. Ricordo incontri con Zevi, con Fuksas e con altri protagonisti della scena architettonica. Ricordo una serata in cui si parlava del Guggenheim di Bilbao, di cui noi eravamo entusiasti, mentre per Purini non si trattava di architettura ma di una scenografia dove girare gli spot dei telefonini. E difatti in quel periodo il Guggeneheim era lo sfondo per degli spot della TIM con Megan Gale; d’altra parte era difficile pensare che la bella modella australiana potesse fare lo stesso spot sulla casa del Famacista di Gibellina. All’intervento di Purini, seguì un coretto irriverente di fischi e di scemo, scemo che ancora ricordo divertito. Motore dell ‘Inarch romano divenne presto Franco Zagari, che fu eletto presidente della sezione laziale. Zagari cercò noi giovani uno per uno e ci diede spazio. Io tenni diverse conferenze tra le quali una affollatissima, tanto che la sala dell ‘Acer quasi scoppiava. Era su Rem Koolhaas e qualche bontempone aveva sparso la voce che l ‘olandese sarebbe venuto.

L ‘Inarch sembrava aver ritrovato un ruolo. Il momento di apice fu al congresso nazionale del 2000 funestato, però, dalla scomparsa, qualche giorno prima, del professor Zevi. La sua relazione fu letta con commozione dei presenti e gli oratori si alternarono cercando, in sua memoria, di dare il meglio di se stessi. Da quel momento cominciò il declino dell ‘Istituto. Vinse la linea mediatrice e continuista che cercava di mettere insieme reazionari e sperimentatori, accademici e battitori liberi. Sino al punto di massima disfatta, quando uno sciagurato mise nella giuria dei premi Inarch ANCE Vittorio Gregotti. Una mossa che il professor Zevi avrebbe stigmatizzato con la massima severità. In assenza di una linea decisa e riconoscibile, l ‘Inarch sta ora vivacchiando attivando iniziative irrilevanti per la cultura architettonica. Come una associazione di reduci, sfrutta la memoria della passata grandezza, in cui però si faceva tuttaltro, tirando fuori, nelle occasioni ufficiali, i labari con le immagini del padre fondatore Zevi . Io per principio e per amore rimarrò sempre dell ‘Inarch. Ma vederlo oggi è per me una gran pena, se ricordo che, invece, verso la fine degli anni novanta proprio questo glorioso Istituto era stato uno dei motori del rinnovamento della cultura architettonica italiana. (continua)

 

DARC (42): nella relazione scritta prima di morire e poi da altri letta al congresso del 2000 dell ‘Inarch, Zevi aveva messo in guardia contro la Darc, la direzione per l ‘architettura contemporanea frutto della fervida fantasia ministeriale, prevedendo che sarebbe stata gestita da burocrati estratti dal mazzo (immagino delle carte) dei Sisinni, un alto burocrate del ministero oggi dimenticato. Infatti la Darc, a mio avviso, è stata una iattura che ha nuociuto alla cultura architettonica italiana. Le sue iniziative sono state costose e trascurabili e il progetto culturale, se così si poteva chiamare, pericoloso. Perche ammalato dei mali che minano la cultura architettonica italiana: mediazione, continuismo, mancanza di coraggio, accademismo. Contro la Darc ho attivato una polemica continua e costante. Per alcuni esagerata. E lo era, ma giustificata dal fatto che non c ‘è nulla che faccia più male a un sistema che l ‘illusione che il sistema stesso funzioni, sia curato, sia gestito quando invece non lo è affatto. Insomma: meglio non avere una istituzione che si occupi dell ‘architettura contemporanea che una che lo faccia male; almeno non si hanno alibi. Un unico merito bisogna riconosce al suo direttore Pio Baldi e ai suoi collaboratori: aver lottato per la realizzazione del Maxxi, scegliendo il progetto migliore redatto da Zaha Hadid, allora celebre ma non così come adesso. Che poi al Maxxi siano rifluiti molti dei personaggi che avevano fatto in modo che la Darc funzionasse come funzionava, è un ‘altra questione. Per fortuna le persone prima o poi passano, mentre le istituzioni, se non le si distrugge prima, restano. (continua)

 

LA RETE (43): nella seconda metà degli anni novanta ci fu l ‘esplosione dei siti di architettura: Arch ‘it, Channelbeta, Antithesi, Archphoto, Architecture e diversi altri. Furono i più importanti veicoli di diffusione della nuova cultura architettonica, insieme con i viaggi low cost che diedero modo ai ragazzi di vedere come si potessero costruire città e edifici non ingessati, con i volumi del El Croquis che presentarono i migliori architetti che si affacciavano sulla scena internazionale e non erano certo quelli di Casabella, e con il nascere della così detta generazione Erasmus. Oggi, uno dopo l ‘altro, questi siti gloriosi cambiano, chiudono o si ridimensionano. Sono, infatti, iniziative troppo poco remunerative e basate sul volontariato per resistere ai nuovi monopoli. Ma, ciò non può inficiarne il giudizio positivo, anzi.

Pippo Ciorra, in un recente libro dal titolo autobiografico (?), Senza Architettura, ha voluto invece vedere il fenomeno come una sorta di degenerazione disciplinare. Non ha avuto l ‘intelligenza critica per capire che queste riviste elettroniche hanno attuato una rivoluzione copernicana proprio nel modo di intendere e praticare la critica di architettura, non più intesa come territorio recintato da cancelli, ma come una rete punteggiata da nodi. Pensare il critico come un nodo e non come un cancello vuol dire credere nel dialogo e nel confronto. E nella generosità di chi moltiplica le occasioni e capta l ‘energia per restituirla centuplicata, diffidando invece della incresciosa stitichezza di chi si fa custode di una chiave, ed è sempre pronto a lesinarla a chi gliela chieda. (continua)

 

UNIVERSITA’ A ROMA (44): e cominciai a insegnare a Roma. Prima mi suggerirono di fare domanda per Storia dell ‘architettura contemporanea alla Ludovico Quaroni, dove ho tenuto il corso per numerosi anni. Subito dopo a Valle Giulia, sempre per Storia dell ‘architettura contemporanea. Si potrebbero raccontare due storie entrambe vere. La prima è che alla Quaroni c ‘erano Giuseppe Rebecchini, Antonino Terranova, Roberto Secchi, Antonella Greco e altri che avevano stima nei miei confronti, come io d ‘altronde nei loro ( non riesco ancora a capacitarmi della morte prematura di Tonino, persona bella, curiosa, acuta, colta). E che a Valle Giulia c ‘era Marco Petreschi che voleva rinnovare il corso di Architettura degli interni chiamando persone esterne e qualificate (infatti, con notevole apertura mentale chiamò giornalisti, professionisti giovani e meno giovani, direttori di riviste). La seconda storia è che era il tempo del proliferare delle lauree triennali per gestire le quali occorrevano quantità infinite di professori. Ed esauriti mariti, mogli, amanti, consanguinei, amici e amiche, portaborse pensarono a me. Infatti, cambiato clima e a seguito delle restrizioni imposte dalla Gelmini ( e anche per una storia che vi racconterò tra poco), sono stato uno dei primi a saltare.

Alla Quaroni organizzammo diversi incontri con giovani architetti romani emergenti, si chiamavano i The del Tac (TAC era in nome del corso di Laurea). A Valle Giulia dovevo fare i conti con un ‘aula magna straboccante perche i corsi di storia erano affollati. Ci voleva molta energia anche oratoria perche non tutti avevano preparazione adeguata e voglia di studiare. Credo che fu agli esami a Valle Giulia che mi accadde l ‘episodio del ragazzo che fece scena muta alla prima domanda, notoriamente sempre a piacere. E quando gli dissi di tornare un ‘altra volta mi chiese se avessi potuto fargli un ‘altra domanda più facile.

Forse ero troppo largo con i voti perche ricordavo il liceo dove avevo un professore di italiano generoso e una di chimica severa. Tutti, pur di prendere nove, studiavamo italiano mentre per la chimica ci accontentavamo della sufficienza. E oggi la chimica l ‘ho scordata mentre tutto quello che ho studiato di letteratura italiana lo ricordo a perfezione.

E ‘ interessante ricordare come finì il mio insegnamento . Scrissi per la presS/Tletter, la rivista elettronica di cui parlerò più diffusamente in un prossimo post, un ‘Opinione. Era una dell ‘ultimo minuto. Un pezzo tirato giù solo per rispettare l ‘impegno settimanale. Quindi senza troppo mordente, anzi aggiungerei: banale e sin troppo condivisibile. Dicevo che in Italia si era esaurita la tradizione dei grandi storici dell ‘arte e dell ‘architettura: per capirci, personaggi del calibro di Venturi, Argan, Brandi, Zevi, Bettini, De Fusco, de Seta eccÔǪ eccÔǪ E che oggi nelle facoltà insegnano queste materie spesso dei Signor Nessuno, a volte per meriti familiariÔǪ. Non l ‘avessi mai detto: un Signor Nessuno o forse un suo congiunto, che si reputava all’altezza di Argan, portò l ‘offensivo articolo al consiglio di facoltà dove pare non si parlò d’altro. Mi fecero successivamente capire che, a seguito delle note restrizioni, era difficile sperare nel rinnovo dell’incarico. Nello stesso periodo mi telefonarono da Firenze per un corso di storia. Mi avrebbe fatto piacere perche io adoro insegnare ed è forse l’unica cosa che so fare, ma era troppo lontano e poi, pensavo, ogni cosa nella vita deve avere un inizio e una fine. (continua)

 

TESTO & IMMAGINE E MARSILIO (45): avevamo deciso di scrivere con Nino Saggio, prima che i nostri rapporti si rompessero, una storia dell ‘architettura del 1900. Ne parlammo in un viaggio in aereo e buttammo giù uno schema per dividerla in libri ciascuno della durata di un decennio, ciascuno caratterizzato da una parola chiave. Ci fu anche il progetto di raccogliere i nostri scritti, specie quelli apparsi su Domus. Nino li collazionò in una bozza, ma la situazione precipitava. Avevamo litigato altre volte, e anche duramente, ma poi dopo qualche tempo i rapporti di amicizia e di collaborazione erano ripresi. Sapevamo del resto che eravamo come i ricci di Schopenhauer che quando stanno lontano si cercano e vicini si pungono. In questo caso giocava a sfavore il fatto che ambedue, non più in un gruppo ma individualmente, operavamo nello stesso campo: quello della critica. E quando il campo di azione si sovrappone il conflitto è inevitabile.

Inoltre, devo dire, tutti quelli che potevano fare qualcosa per metterci contro, volontariamente o involontariamente, lo fecero. Compreso l ‘editore della Testo & Immagine -la casa editrice dove la nostra responsabilità, alla morte di Zevi, si era accresciuta- il quale, sia pure a fin di bene perche in fondo era una brava persona, sfruttò la rivalità per cercare di meglio gestire le sue collane.

A distanza di tempo, non credo che questa rottura sia stata solo un male perche ha costretto ciascuno a mettere a punto un proprio percorso, anche se a me , e sono sicuro anche a Nino, ha pesato dal punto di vista umano.

Entrambi abbiamo proseguito, ognuno per conto suo, il progetto della storia dell ‘ architettura del novecento. La mia strategia consisteva nel considerare il volume This is Tomorrow come il primo di una trilogia che esaminava il secolo attraverso tre avanguardie: la prima dal 1905 al 1933, la seconda che, appunto, con This is Tomorrow andava dal 1956 al 1976 e la terza che copriva i nostri giorni. E difatti nel 2001 uscì Silenziose Avanguardie che si occupava del terzo periodo e due anni dopo, nel 2003, Forme e Ombre, che si occupava del primo. A questo punto occorreva solo inserire un raccordo, che copriva il periodo dal 1934 al 1955, e la storia del 1900 era fatta. E così feci con la rapidità che ha sempre contraddistinto il mio lavoro, ma la Marsilio, che intanto era subentrata alla Testo& Immagine, mi tenne il testo appeso per anni. Questa però è un’altra storia istruttiva che vi racconterò tra una decina di puntate. (continua)

 

TRE PAROLE E MELTEMI (46): nel 2001 avevo incontrato Marco Della Lena che, con Luisa Capelli, aveva dato vita alla casa editrice Meltemi. Mi propose di scrivere per loro un libro. Presi la palla al balzo perche avevo scritto un articolo lungo, pubblicato su Arch’It, dal titolo Tre parole per il prossimo futuro. Il libro, uscito nel 2002, ne diventò l’approfondimento. La riflessione era nata a seguito degli eventi di Ground Zero che, in un paese intimamente conservatore come l’Italia, avevano fatto risorgere i soliti infiniti dubbi contro ogni forma di progresso connesso con la tecnologia. In particolare, dopo l’ euforia alla fine degli anni novanta in cui sembrava che ci stessimo riallineando con il resto d’Europa, il dibattito architettonico preannunciava il ritorno al neo tradizionalismo che aveva funestato gli anni ottanta. Allo stesso tempo era da ingenui negare che un’epoca si stava concludendo e che la recente rivoluzione architettonica si era esaurita generando il fenomeno, per troppi versi deleterio, dello star system. Dal quale era opportuno prendere le distanze senza però cadere nell’errore dei reazionari che, attraverso la critica a quest’ultimo, volevano annullare tutto ciò che di buono e interessante era successo nell’architettura dell’ultimo decennio. Le tre parole scelte erano: “no logo” in omaggio a un libro di Naomi Klein che sembrava fatto apposta per riflettere sull’architettura griffata; “multiculturalismo” per affrontare il problema del rapporto tra globale e locale senza cadere nella trappola dei regionalismi critici e del genius loci; “ecologia” per affrontare un tema che cominciava a profilarsi in tutta la sua importanza e gravità ma che, personalmente, intendevo come sparizione del confine tra natura e architettura ( e quindi della fine dell’edificio inteso come oggetto in se, separato dal suo contesto ambientale). Per afferrare meglio le mie intenzioni occorrerebbe leggere la citazione a specchio posta all’inizio del libro: era tratta da uno scrittore da me molto amato, autore di una autobiografia – Il mondo di ieri-che mi aveva incantato, Stefan Zweig che citava Shakespeare: “andiamo incontro al tempo come esso ci cerca”.

Tre parole per il prossimo futuro fu scritto quasi 12 anni fa. Sarebbe interessante capire perche i miei detrattori non abbiano mai voluto capire il senso del mio sperimentalismo e lo abbiano sempre attribuito a un nuovismo che non mi appartiene. Ipotizzo che lo abbiano fatto perche hanno bisogno di costruirsi un nemico e, per poterlo combattere meglio, se lo immaginano superficiale e banale come forse sono loro stessi, ma di segno opposto.

Pi├║ tardi, nel 2004, per la Meltemi uscì Introduzione all’architettura, raccoglieva, ampliandole, le dispense che avevo scritto per gli studenti di Siracusa e le mie principali recensioni. In questo modo, come ogni bravo scrittore di cose architettoniche, ho cercato di non buttar via niente. Più tardi, dopo aver fatto un’altra raccolta di pezzi per la casa editrice Prospettive, ho capito che era più semplice affidare i miei scritti ad internet: si trovano più facilmente, non si intasano gli scaffali delle librerie di casa e si evita agli amici l’imbarazzo di riceverli e di dover dire che li hanno letti. (continua)

 

PERSICO E DEL CAMPO (47): le riunioni alla Testo & Immagine , dove seguivo le sezioni “Scritti” e “Grandi Eventi” della Universale di Zevi, erano una tortura. Gli altri tre principali curatori ( nel senso che erano i più presenti alle riunioni) erano Nino con il quale i rapporti peggioravano a vista d’occhio, Adachiara Zevi che del padre aveva preso più il cattivo carattere che l’intelligenza e, per fortuna, l’ottimo Massimo Locci che cercava di mediare tra i tre intrattabili. Regola della collana, un po’ per serietà scientifica ma molto di più per controllarci a vicenda, era che i curatori non potessero scrivere libri nelle sezioni di loro competenza, il che voleva dire in nessuna parte della collana perche nessun curatore avrebbe mai fatto scrivere l’altro nella propria sezione.

Avevo appena scoperto che il mio critico più apprezzato, Edoardo Persico, per quelle strane coincidenze che hanno attraversato la mia vita, aveva commissionato a metà anni venti, da direttore della Fratelli Ribet di Torino, il primo libro di mio padre. Trovavo dunque doppiamente riprovevole che gli scritti di Persico non si trovassero in libreria ( in questi ultimi anni, invece, si trova qualcosa grazie anche ad un libro di Camilleri sul caso Persico). Dovevo, pensai, far pubblicare una raccolta dei principali suoi interventi critici e curarla io.

Come fare a superare i veti? In quel periodo collaboravo all’Arca con lo pseudonimo di Marcello Del Campo ( per capire il perche della scelta del nome: tradurre in francese) e quindi mi misi d’accordo con Roberto Marro e con Vittorio Viggiano di far curare la raccolta proprio a Del Campo. Loro erano contenti perche era un modo di rompere la monotonia della casa editrice e perche avrebbero risparmiato noie con un Autore che non si sarebbe mai presentato a riscuotere i diritti. La raccolta uscì nel 2004. Molto carina in quarta di copertina la bio di Del Campo: se vi capita, leggetela. Ci fu, sempre in quarta, un refuso di Marro nello scrivere la data di nascita di Persico che così fu fatto vivere solo sei anni. Io, che a tempo perso cerco significati in ogni evenienza insolita, ancora mi sto chiedendo se quest’errore non sia stato segno di qualcosa che ancora non ho afferrato. (continua)

 

MANSILLA E TUNON (48): per la Testo & Immagine, oltre alle due sezioni della Universale di Zevi, curavo due collane che, per la verità, ebbero scarso successo. Una era tecnica, di taglio manualistico, spiegata attraverso disegni preferibilmente a mano libera ( chissà perche alcuni mi reputano un detrattore delle tecniche tradizionali di rappresentazione e un maniaco del computer), l’altra destinata ai giovani architetti del panorama internazionale e ai professionisti italiani. Uscirono, se ben ricordo solo tre volumi, uno su Shuei Endo curato da Diego Caramma, uno su Mansilla e Tun├│n curato da Camillo Botticini e uno su Franco Zagari curato da Livio Sacchi. Ne avevamo messo in programma uno sulla bravissima, insopportabile e bellissima Carme Pin├│s praticamente già finito e impaginato secondo le sue tassative indicazioni e curato, sempre su tassativa indicazione, da Daniela Colafranceschi ma alla fine, per un ultimo capriccio non andò mai in stampa ( forse perche su un tavolo parallelo stava trattando con la Electa per una monografia che uscì da li a poco: questo per raccontare come molti incendiari poi preferiscano essere arruolati nel corpo dei Vigili del Fuoco).

Fu molto divertente l’incontro con Mansilla e Tun├│n organizzato a Brescia da Camillo Botticini e Giorgio Goffi. Era sera, stavamo al ristorante e conversavamo piacevolmente di architettura. Il discorso cadde su Rafael Moneo, architetto a mio giudizio mediocre. Avevo di recente visto quell’orrore della sua stazione ferroviaria di Madrid. Con la delicatezza che mi contraddistingue, lo dissi non lesinando particolari sui difetti del progetto. Non immaginavo che a quell’incarico avesse lavorato molto intensamente proprio il duo. Tun├│n abbozz├│ ma non aspettava ora di prendersi una rivalsa. Giunse non appena si parlò di Zevi e Tafuri. Il clima a tavola, nonostante il meraviglioso fair play di Mansilla, diventò arroventato. Alla fine, comunque, il libro si fece ed è uno dei primi sulla brava coppia. Quando ho saputo della prematura morte di Mansilla mi sono molto dispiaciuto e lo ricordo ancora con il suo piacevole sorriso in quella serata incandescente. (continua)

 

LA STORIA DEL NOVECENTO (49): quando seppi che la Testo & Immagine stava per essere assorbita dalla Marsilio fui contento e preoccupato. Contento perche avremmo fatto parte di una casa editrice più grande, più nota e con un mercato internazionale. Una portaerei, mentre la Testo & Immagine era solo una scialuppa da combattimento. Preoccupato perche la Marsilio non aveva fama di essere una casa editrice innovativa per l’architettura: come provava la gran parte del proprio catalogo con maggioranza di autori accademici, conservatori e ultra tradizionalisti. Inoltre non riuscivo a capacitarmi di come la Marsilio potesse essere interessata a una casa editrice a lei così dissimile e oltretutto in crisi come la nostra: che non riusciva più a pagare gli autori e, libro dopo libro, diminuiva qualità della stampa e numero delle tirature. Devo dire che in seguito, quando ho visto lo scarso interesse per le nostre collane, ho cominciato a pensare che ci dovessero essere ragioni altre rispetto all’architettura. Ad, ogni modo, ad aumentare allora le mie preoccupazioni era il fatto che i miei libri più importanti sarebbero passati ad un editore che non conoscevo e che avrebbe potuto bloccarmi. Oltretutto i file, in base ad un accordo verbale, erano distribuiti gratuitamente su internet e non tutti gli editori accettano che i loro testi si possano scaricare gratuitamente. Telefonai al Viggiano con il quale avevamo un ottimo rapporto. Gli dissi delle mie paure. Lui mi assicurò che, prima del passaggio di proprietà, mi avrebbe inviato una liberatoria, cosa che avvenne. Ero quindi sereno nonostante il lungo tempo che aspettammo prima che dalla Marsilio si facesse vivo qualcuno. Finalmente fummo contattati e sembrò che almeno la Universale riprendesse. Uscirono solo pochi volumi che hanno prolungato l’agonia di questa eccellente iniziativa, rendendola più dolorosa. Considerandoli a torto i miei nuovi editori, alla Marsilio proposi la mia storia del 900, che avevo da tempo terminato. Accettarono e mi fecero un contratto. Fu, da parte loro, solo un modo per perdere tempo, per farmi perdere tempo. Ma, oggi devo dire, una grande fortuna. Se l’avessi data a loro, di questa storia forse ne avrebbero stampate , e ponendomi mille difficoltà, mille copie. Invece cominciò a maturare in me l’idea di metterla direttamente su internet. Pochi professori di storia, pensavo, avrebbero adottato il testo. Attraverso il passa parola degli studenti, avrei avuto tutt’altro risultato. In realtà, per maturare questa semplice idea ho messo diversi anni: si richiedeva di fare tabula rasa di tanti preconcetti nei confronti dei libri, del web, del diritto d’autore… preconcetti non semplici da sradicare per uno che, figlio di giornalisti, ha sempre amato la carta stampata, a cominciare dal suo odore. E difatti questo avvenne solo nel 2013. Sto correndo troppo: per seguire la cronologia del racconto dobbiamo tornare indietro al 2003-2004 e al primo numero della presS/Tletter. (continua)

 

PRESS/TLETTER (50): non ricordo in che anno uscirono le prime presS/Tletter perche non le ho conservate: forse il 2003, quindi dieci anni fa ( a proposito: dovrò ricordarmi di organizzare qualche iniziativa per festeggiare il decennale). Ma prima di parlare della presS/Tletter devo introdurre Anna Baldini, la prima e per un certo tempo l’unica persona che ha creduto nel progetto culturale. Che e abbastanza semplice e si può riassumere così: se non hai gli strumenti dipendi sempre dalle dinamiche altrui, e queste sono mosse da altri progetti che non sono i tuoi. Inoltre gli altri possono offrirti o no ospitalità ma se non lo fanno, non ha senso lamentarsi, lo spazio bisogna costruirlo presso se stessi. E così sono nati la letter e il magazine, i corsi, i workshop, i video programmi, la Factory, l’AIAC, Selinunte, interno 14, il sito, anzi i siti, i premi di architettura e tutte le attività che oggi promuoviamo. Naturalmente, è stato necessario l’apporto di molte altre persone, brillanti, colte, generose e energiche e di loro parleremo in seguito, ma all’inizio eravamo io e Anna e basta. E Anna , oltre a seguire le iniziative da lei inventate, ha dovuto far fronte al mio carattere esigente e impaziente, all’eccesso di delega ( fai questo, fallo tu, fallo in fretta e non mi chiedere come), alla mia cronica mancanza di tempo e, in un periodo in cui sono stato molto male, prendere il mio posto senza che nessuno se ne accorgesse.

Torniamo alla presst. Il nome e un gioco di parole tra press e prest(inenza). Da qui il fatto che alcuni la storpino in pressletter e altri in prestiletter. All’inizio era un bollettino per avvertire gli amici di eventi che altri non segnalavano. Poi sono arrivati i primi articoli, le prime opinioni. A un certo punto si e configuarata quasi da sola, nel senso che ciò è avvento senza un progetto precostituito ma non poteva essere diversamente vista la mia formazione, come un giornale pieno di cose diverse. La presS/Tletter , infatti, proprio come i quotidiani che ti arrivano in abbonamento, la puoi aprire o cestinare, puoi sfogliarla distrattamente, puoi usarla come strumento di approfondimento: insomma puoi leggerla in un minuto, in mezz’ora, in un paio d’ore. A determinarne il successo io credo che siano state due idee: chiamare collaboratori di spessore, come Renato Nicolini, lanciare un celebre ciclo di interviste a tutti i protagonisti della cultura architettonica italiana( tutte le interviste sono state poi raccolte in un numero monografico della rivistaVentre, diretta da Diego Lama). A renderla simpatica: l’apertura al dialogo con chiunque ma all’interno di un contenitore che ha proprie e precise idee. A renderla antipatica, e quindi letta: l’estrema sincerità. Ma sempre firmata. Alcuni personaggi importanti nel nostro mondo ( quanto mi dispiace non poterne fare i nomi) mi hanno telefonato dicendomi: perche non pubblichi questa notizia contro il tale? La mia risposta immancabile e stata: mandami un pezzo a tua firma, ma mi raccomando senza cadere nel reato di diffamazione. A queste telefonate non e mai seguito un rigo. (continua)

 

PARTIRE E’ COME MORIRE (51): nel 2003 ho corso il rischio di morire, con mia moglie, Franco Porto, Diego Caramma, Cettina Lazzaro. Eravamo di ritorno dal ragusano dove avevamo tenuto un incontro per presentare Giuseppina Grasso Cannizzo. L’idea che avevamo io e Franco era mostrare che in Sicilia esistesse un’architettura qualitativamente migliore di quella generata dalle moribonde università di Palermo e Siracusa, che invece era quella conosciuta attraverso le riviste. E per questo ci serviva un simbolo. Giuseppina ci sembrò perfetta: brava, integra, fuori dai circuiti, legata al mondo dell’arte e alla migliore cultura del continente, e infine allieva di Minissi del cui capolavoro, la sistemazione della Villa del Casale di Piazza Armerina, si stava per perpetrare lo scempio. Devo dire che in seguito la scelta si rivelerà vincente solo a metà: troppo protagonista, Giuseppina si rifiuterà di fare squadra e quindi si rivelerà un personaggio difficile per fondarvi sopra un progetto culturale che coinvolgesse altri professionisti di valore della Regione.

Conclusasi la serata, Franco salì al volante, io mi sedetti accanto. Dietro Cettina, Diego, Antonella. Non fummo di grande compagnia al conducente: ci addormentammo tutti, anche perche era stata una giornata intensa. Mi svegliai in prossimità di Vaccarizzo in un punto tristemente famoso per gli incidenti. Si svegliò anche mia moglie che vedendo Franco sul punto di addormentarsi mi fece segno di dargli chiacchiera per tenerlo sveglio. Avevo appena cominciato a parlare che a Franco viene un colpo di sonno ( potenza soporifera della parola?), la macchina sbanda, oltrepassa l’altro senso di marcia, carambola su un paio di auto in sosta e ritorna alla corsia di provenienza non incontrando miracolosamente, e per la seconda volta, nessuna altra auto proveniente in senso inverso. Come vincere , nella disgrazia, un terno al lotto, anzi una cinquina. Ci fermiamo alla prima piazzola con l’auto distrutta. In frantumi tutti i vetri e la carrozzeria ridotta tanto male da rivelarsi poi non riparabile. Per fortuna tutti illesi. Una preoccupazione solo per Diego che ha frammenti di vetro agli occhi. Ma, visto all’ospedale, il danno si rivela del tutto superficiale. Pericolo scampato. Quando si dice correre il rischio di morire per l’architettura. (continua)

 

CASAMONTI (52): non sopporto un certo tipo di serietà di sinistra, di chi ti fa la lezioncina, di coloro che , pur avendo avuto spesso torto, si comportano come se avessero avuto sempre ragione, quella di chi ha avuto posizioni di potere ma dice che ha acchiappato la poltrona solo per il supremo interesse della collettività. Sono coloro che si sono seduti a tavola e non hanno mai lasciato una briciola, hanno lottizzato gli incarichi con metodo democristiano, hanno fatto lobby con musei e istituzioni, hanno scambiato concorsi di architettura con posti all’università e tutto, tutto, tutto sempre vantando la loro superiorità intellettuale, etica e morale.

Questa premessa per dire che ho simpatie mie proprie. Tra queste si annovera quella per Marco Casamonti con il quale andrei molto più volentieri a cena che con molti altri. La simpatia umana non toglie ovviamente che per lunghi anni, quando era all’apice del successo, gli abbia fatto la guerra reputandolo un personaggio esiziale per l’architettura italiana. E che continui a fargliela.

Premetto che le sue questioni giudiziarie non mi interessano. Per principio, per me, e innocente sino a sentenza definitiva. Non e compito di un critico entrare su un argomento di competenza dei magistrati. Mi interessa,invece, il sistema culturale che Marco Casamonti ha cercato di creare. Un sistema giocato sul conflitto di interessi tra quattro ruoli diversi: la critica attraverso le riviste di architettura di cui e stato direttore, l’università, la professione, la politica. Certo si dirà: il trucco e vecchio e in Italia e stato praticato, anche in modo pi├║ imbarazzante, da molti. E recentemente lo ha praticato anche Boeri e per un certo periodo anche in alleanza culturale con lo stesso Casamonti ( nel senso che l’uno pubblicava i progetti dell’altro, l’uno invitava l’altro ad eventi e manifestazioni ecc…). Ma il fatto che un male sia diffuso non lo trasforma in bene e non toglie che, praticandolo, non si renda ambiguo e torbido il panorama in cui si opera, perche non si capisce mai dove cominci l’interesse, anche legittimo, del singolo e dove finisca quello della cultura.

Quando scrivevo pezzi contro Casamonti, Marco mi telefonava imbufalito con conversazioni che duravano ore. Io gli dicevo che era un corruttore. Per carità, nel senso di prima: di corruttore del costume culturale. Non certo nel senso rilevante penalmente che come critico di architettura non mi ha mai interessato. Quando ho scoperto che le sue telefonate erano intercettate, mi sono chiesto se questa sottile distinzione il maresciallo all’ascolto la abbia capita. Pare di si perche non mi hanno mai chiamato.

Oggi, mi sembra che Casamonti sia trattato come un capro espiatorio. Sembra che sia stato lui l’unico architetto italiano che abbia disatteso la legge. Mentre vedo tanti altri che stavano dentro o accanto il sistema culturale da lui creato che continuano a pontificare e a fare i moralisti, sempre, ovviamente, da posizioni di sinistra. (continua)

 

CASAMONTISMO E PURINISMO (53): la colpa più grave di Casamonti e a, mio avviso, l’aver aderito al purinismo, impegnandosi con tutta la propria straordinaria capacità organizzativa, gestita attraverso eventi, concorsi, riviste e relazioni personali . Cioè a quella idea, a mio avviso, nefasta secondo la quale tutto va bene: da Piacentini a Terragni, da Calza Bini a Libera, da Muratori a Piano. Una macedonia dove si perdono i valori e tutto e tutti, in nome di una malintesa disciplinariet├í dell’architettura, convivono acriticamente.

Il purinismo e una ricorrente malattia della cultura italiana. L’aveva anticipato Piacentini quando si trattò di liquidare i fermenti più vivi della giovane architettura italiana.

Ed e un male cronico nell’accademia. Ti interessa Koolhaas? Bene ma non dimenticare che anche Del Debbio può essere un modello. E Speer non era così male.

Il casamontismo, rispetto al purinismo, e più aggiornato, più evoluto e ha prodotto un eclettismo di qualità maggiore. Ma la radice e la stessa e l’obiettivo il medesimo: traghettare l’accademia verso una rispettabilità culturale che può riciclarla, salvarla e quindi riproporla come sempre nuova. Mentre loro, i grandi mediatori, incassano riconoscimenti dai colleghi reazionari e cinguettano con l’avanguardia.

Rispetto a questo progetto culturale, anche le posizioni di un Gregotti acquistano dignità. Perche, se non altro, con la sua pessima architettura, dichiara la propria estraneità all’intelligenza del nostro tempo. Mentre Purini e Casamonti appaiono come i capiscuola del possibilismo culturale. Una cosa che avrebbe fatto rivoltare nella tomba Persico: se infatti l’architettura e sostanza di cose sperate, secondo la sua insuperabile definizione, come si possono far convivere sogni tra loro opposti e contraddittori, abdicando alla scelta e al giudizio di valore?

Riprendendo il nostro racconto, con Purini non mi parlavo dallo scontro all’Inarch dove, sempre dandoci del lei, ci mandammo a quel paese. Devo dire che il litigio era, nella sua estrema violenza verbale, molto divertente e che diversi miei colleghi ci seguivano qualche passo indietro perche non volevano perderlo ma, nello stesso tempo, poiche erano sotto concorso, non volevano farsi vedere o, peggio, mostrarsi come miei amici.

Con il tempo i rapporti con Purini migliorarono tanto che a un certo punto si decise anche per un incontro-scontro pubblico sulle nostre rispettive posizioni ma su basi più civili. Quando arrivò il giorno, la sala dell’Acer era piena e c’erano molti curiosi per vedere quella partita di tennis giocata con palle di ferro.

Ci fu, in seguito, anche una presentazione di una mostra di Purini Thermes a Catania dove ero andato per curiosità e la Thermes mi chiamò sul palco per esprimere il mio parere sul loro lavoro. Sapendo che a un pranzo di nozze non si può parlare male degli sposi, dissi tre cose che mi interessavano della mostra, premettendo però la mia situazione di imbarazzo e il fatto che a quei tre punti non sarei riuscito, anche volendo, ad aggiungerne altri. Presenziava Dal Co che non ho mai capito se fosse convinto del suo precedente elogio all’architettura della coppia o avesse tenuto solo un discorso di circostanza, determinato dal comune schieramento nel panorama architettonico italiano. (continua)

 

PORTOGHESI (54): di Paolo Portoghesi ho pensato tutto il male possibile perche era l’architetto di Craxi, perche era l’autore di terribili opere postmoderne e perche Zevi lo considerava malissimo e certe antipatie si trasmettono per senso di appartenenza ( a proposito: mi sono sempre chiesto come mai Portoghesi non lo abbia mai denunciato per diffamazione, perche certi ultimi commenti zeviani apparsi su l’Architettura erano di una durezza inaudita). Lo avrei dovuto incontrare all’orale del concorso alle Ferrovie ma, come vi ho raccontato, mandò il suo sostituto.

La prima volta che lo incrociai per qualche minuto fu per caso a Grammichele, dove lui ancora scontava il passaggio dal circuito di serie A a quello di serie B a seguito di tangentopoli da cui però lui non fu toccato ( Portoghesi era stato l’architetto del principe per antonomasia, il nuovo Piacentini).

Avevo tra le mani HyperArchitettura e glielo diedi un po’ per il rispetto che si ha comunque verso l’autore di molti libri sui quali avevo studiato e un po’ ingenuamente come segno di sfida. Credo che il professore, come si fa con la maggior parte dei libri ricevuti da apprendisti scrittori, lo abbia lasciato nel cestino dell’albergo o riposto nello scaffale dei libri morti che, quando non si ha più spazio, li si regala.

Lo ho rivisto in altre poche occasioni e devo dire che sono sempre rimasto colpito per il suo garbo e la sua intelligenza curiale, abilissima nell’evitare ogni attrito. Come a una presentazione di una storia scritta da Mario Pisani in cui affermò che sarebbe stata utile un manuale in cui affiancare diversi punti di vista. Che ci fossero – disse citando noi relatori- insieme gli scritti di Pisani, di Purini, di Moschini e poi, con la fatica di chi stava ingoiando un rospo per non apparire scortese- di Presti … e non gli usciva…. di Presti… e infine gli uscì…. di Prestinenza. Io sorrisi, divertito.

Con il tempo ho imparato a riconoscere a Portoghesi due meriti. Il primo che fu abilissimo a costruire la summa di un movimento, il Postmodern, dirigendo una biennale che ancora ci ricordiamo ( io, almeno, ne ricordo due sole: la sua del 1980 e quella di Fuksas del 2000).

Il secondo che lanciò numerosi architetti, specie romani, con grande generosit├í. Diversamente da altri che hanno acquisito posizioni dominanti ma poi hanno cercato di prendere tutto loro, senza dare spazio ad altri. A Portoghesi sono numerosi coloro che devono molto.

Certo e che ogni volta che passo davanti alla Moschea di Roma, che non è nemmeno la sua opera peggiore, mi chiedo come l’orrendo edificio possa figurare nelle storie dell’architettura italiana. Mi dico: certi critici o non capiscono niente o mentono sapendo di mentire. (continua)

 

ALA COSENZA (55): ricordo però una volta in cui Paolo Portoghesi fu di una durezza estrema. Era il 2004 e si stava perpetrando lo scempio dell’abbattimento dell’ampliamento della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma disegnato da uno dei migliori progettisti italiani: Luigi Cosenza. Si era bandito un concorso per un nuovo edificio dove aveva vinto un irrispettoso blocchetto della coppia Diener & Diener, progettisti affetti da monumentalismo di scuola svizzero-alemanna.

In quel momento l’Inarch funzionava. Mi consultai con Massimo Locci per fare qualcosa. Organizzammo una serata alla Casa dell’Architettura in cui invitammo , tra gli altri, Giorgio Muratore e Paolo Portoghesi e, se ricordo bene, Maurizio Calvesi. A spiegarci la posizione della controparte che voleva la demolizione e la pessima costruzione di Diener & Diener, Francesco Garofalo che, non so perche, trovo sempre in tutte le operazioni che ritengo le più culturalmente discutibili.

Di Muratore si può dire tutto tranne che non sia una persona preparata e intelligente. Non e ipocrita e quello che pensa dice. Di Portoghesi non si possono mettere in dubbio l’oratoria e la cultura. Fatto sta che i due si schierarono come bombardieri e fecero un inferno di fuoco, demolendo le argomentazioni del povero Garofalo che credo che ancora si ricordi di quel per lui tragico momento.

La mobilitazione di tanto importanti personaggi smosse qualcosa e ad un certo momento sembrò che l’Ala Cosenza fosse salva. Poi si seppe la notizia deplorevole che era stato coinvolto Portoghesi per trovare, invece, un compromesso. Una ulteriore delusione da parte del personaggio ( non sar├í l’ultima: si pensi alla recente sistemazione, con progetto da lui regalato e quindi svincolato dalla logica del concorso pubblico, per piazza San Silvestro). Si sarebbe salvato solo un pezzo dell’Ala Cosenza per salvare la faccia. Alla fine non si fece neanche questo. A quanto ne so, il cantiere è ancora fermo e, come spesso accade a Roma, vincono insipienza, degrado e immobilismo. (continua)

 

CELLINI (56): nel 2001 fui chiamato per il premio Borromini, un premio che aveva ambizioni da Pritzker ma che finì alla prima edizione perche costava troppo. A gestirlo era una società a partecipazione comunale diretta da Luca Bergamo, un ragazzo molto intelligente e politicamente abile con il quale poi solidarizzammo perche scoprimmo che avevamo studiato al Mamiani, trovando amici e conoscenti in comune. Fui uno degli advisor e, visto che conoscevo il mondo dell’editoria di architettura, aiutai come consulente all’ufficio stampa. Dopo di che ( non ricordo se la stessa società o direttamente il Comune) mi proposero di aiutare pro bono ad organizzare un workshop per la riqualificazione della pelanda dei suini al mattatoio. In realtà era quello che in romanesco si chiama una sola perche il progetto del gruppo vincente non sarebbe stato realizzato, e già correva voce che l’incarico sarebbe stato affidato a Massimo Carmassi, come poi avvenne. Fu comunque un’occasione unica per selezionare e meglio conoscere alcuni brillanti giovani progettisti: tra questi Claudio Lucchesi di Ufo, Alvisi e Kirimoto, il gruppo di Andreoletti e altri tre che adesso non ricordo.

Ci fu una giuria finale per proclamare il vincitore alla quale partecipò Francesco Cellini. Ricordo ancora la discussione: sostenemmo due tesi opposte. Lui mi sembrò contrariato ma non ci feci troppo caso. Era prevedibile che non fossimo d’accordo, avendo due visioni dell’architettura molto diverse. La seconda occasione in cui incontrai Cellini fu alcuni anni dopo, all’Inarch.

Mi avevano chiesto se me la sentivo di appoggiare una iniziativa che mirava a evitare lo smantellamento del ponte pedonale realizzato proprio da Cellini in occasione del Giubileo, con il pretesto dell’opera provvisoria, di fronte al Colosseo.

Avevo visto il ponte e non mi sembrava affatto un capolavoro: attacchi a terra miseramente progettati e soprattutto un’idea strutturale banale: una trave rovescia che diventava una panchina. Un disegno che avrei bocciato all’esame di composizione 1 ( quando c’e una magagna non ricorrere- si dice agli studenti- ne alla fioriera ne alla panchina).

All’incontro esposi le mie perplessità. Aggiunsi che speravo di sbagliarmi ma che la mia proposta era di conservare il ponte per altri dieci anni. Il tempo avrebbe chiarito se i miei dubbi fossero o meno fondati. Conclusi dicendo che chi semina vento raccoglie tempesta: se nelle università si insegna ad aver paura del moderno, poi non ci si deve lamentare che le Soprintendenze colgano tutte le occasioni per demolirlo.

Mi aspettavo un ringraziamento. Cellini, invece, fece un discorso molto pesante nei miei confronti ricordando anche la giuria del mattatoio dove avevo compiuto delitto di lesa maestà. Io ero furioso. Per fortuna mi trattennero il mio carattere non violento, mia moglie e Maurizio Unali che vidi seriamente preoccupato che io potessi fare qualche sciocchezza.

Quel giorno cominciai a capire una rilevante verità: se vuoi essere considerato un grande critico devi dire ai progettisti, anche scarsi, che sono bravi. E più lo affermerai, più loro per ampliare l’importanza della tua affermazione, diranno che sei un critico di valore universale. Viceversa, guai a far veder le magagne delle loro opere. ├ê solo il segno che tu di architettura e, aggiungerei, di panche capisci poco. (continua)

 

L’INGLESE (57): se qualsiasi persona sulla faccia della terra avesse studiato l’inglese solo la metà di quanto l’ho studiato io, sarebbe un genio shakespeariano. Io invece sono un disastro. E dire che le ho proprio fatte tutte compreso i corsi su disco ( che, come la cyclette e le enciclopedie a puntate, tutti comprano come promessa di felicità), i viaggi in Inghilterra (in uno dei quali mi fidanzai con una sarda), l’abbonamento alle principali riviste e infine il metodo dei metodi, anch’esso fallito: fidanzarmi con la mia professoressa del British Institute prima in qualità di riserva e poi di titolare.

Non e che sia proprio a zero: leggo senza problemi, scrivo con difficoltà e errori tanto che per i pezzi da pubblicare ricorro a traduttori professionisti la cui traduzione riesco a controllare, seguo il senso di quello che si dice in una conversazione, mi faccio capire e, con una incredibile faccia tosta, sono riuscito a tenere qualche lecture di successo incurante della mia pronuncia e contando sulla comunicazione non verbale.

Considero quello dell’inglese il mio più grave handicap, che ha impedito scambi più intensi. Contatti ce ne sono stati numerosi, pubblicazioni in inglese diverse ma non tanti quanti avrei voluto.

Un cruccio per me che sempre di più sono convinto che la nostra cultura si riverserà in quella Europea. E questo spiega anche l’ossessione con la quale, quando parlo con mio nipote o con i miei studenti, torno sul tema linguistico dicendo loro che l’inglese dovrà diventare la loro prima lingua, se non vogliono fare come quelle persone che vivono in un paese diverso ma parlano solo il loro dialetto d’origine.

Detto questo, adesso vi racconterò di qualche incontro che ho avuto con critici, riviste e case editrici stranieri. A partire dalla mia prima collaborazione con una rivista, l’australiana Monument. (continua)

 

MONUMENT, MENKING, ARCHIGRAM (58): il contatto con Monument arrivò attraverso UDA un collettivo di giovani architetti torinesi che seguivo e ai quali si era presentata l’occasione di una pubblicazione su questa rivista. Serviva chi scrivesse il pezzo e io lo feci con piacere. A questo, una volta attivata la comunicazione con la direttrice Fleur Watson, seguirono altri articoli e così diventai il loro corrispondente.

Il mio obiettivo era promuovere i giovani architetti italiani: in quel momento ce ne erano diversi emergenti, ma la rivista era più interessata al design e al salone del mobile di Milano. Per diversi anni lo coprii io.

Fu una occasione per occuparmi di un campo che avevo trascurato e per vivere i giorni festaioli del fuori salone ( da quel momento, scherzando, se devo dire che una persona è modaiola, un po’ snob e un po’ radical chic dico che è milanese).

Con Fleur ci incontrammo finalmente a una Biennale di Venezia. C’eravamo dati appuntamento davanti al padiglione australiano, uno dei più belli ma anche dei meno funzionali dei Giardini. Avevamo i rispettivi numeri di telefono e all’ora convenuta le telefonai. Lei era di fronte. Non potei non pensare che, per poterci riconoscere, la telefonata aveva fatto centinaia di migliaia di chilometri, da Venezia a Sidney e ritorno, e lei era a trenta metri.

Un’altra fonte di contatti internazionali fu Bill Menking, grande conoscitore degli anni sessanta e settanta e esperto degli Archigram. Me lo aveva presentato a New York, Alicia Imperiale, poi una delle autrici della serie della Rivoluzione Informatica, quando stavo scrivendo il libro This is Tomorrow e cercavo testimonianze ( Alicia mi presentò anche John Johansen con cui però ebbi solo una conversazione telefonica; Nancy Goldring una delle fondatrici di Site; Zuliani che lavorava con Eisenman; Lorenzo Fiorenzuoli uno dei radical italiani e Bill Katavolos, genio delle strutture pneumatiche, che merita un ricordo a parte).

Bill Menking è una persona splendida, aperta e generosa, e un pasticcione con tempi e orari. Un paradosso se consideriamo che agli appuntamenti è lui, newyorkese, che arriva sempre in ritardo e io meridionale, puntualissimo anzi sempre in anticipo, che aspetto.

Fu Bill che, quando ci fu la mostra degli Archigram a Milano, mi presentò uno di loro, David Greene, che aveva letto il mio HyperArchitettura. Questo incontro fu per me importante perche nel 2007 fu Greene che mi fece invitare a Londra per Supercrit. Un format interessante in cui alcuni critici esaminavano, come se fossero in una jury, il lavoro celebre di un gruppo di architetti che dovevano raccontarlo. A noi toccava il Centro Pompidou a Parigi con la cui immagine ( ecco perche forse Greene mi fece chiamare) avevo fatto cominciare il mio libro HyperArchitettura. Sarebbero stati presenti Renzo Piano, che poi non venne, Richard Rogers e Gianfranco Franchini. (continua)

 

PIANO, ROGERS, FRANCHINI (59): la partecipazione a Supercrit non sarebbe stata pagata, così mi misi d’accordo con gli organizzatori che avrei fatto il giorno prima alla Westminster University una lecture sul Pompidou per guadagnare un compenso che avrebbe coperto le spese di viaggio.

Tenevo a quella lezione, anche perche non e che mi invitano all’estero tutti i giorni. E così preparai con cura un powerpoint dal titolo: Pompidou Center, 10 Questions, 9 Answers. Domande e risposte mi avrebbero aiutato a tenere il filo e ad affrontare un tema che mi stava e mi sta a cuore: i perdenti dell’architettura. Infatti la domanda senza risposta era: che fine aveva fatto Gianfranco Franchini?

Non immaginavo che il giorno dopo Franchini sarebbe venuto e il suo caso mi aveva appassionato. Infatti, come alcuni sanno, a vincere il concorso per il Pompidou non furono solo Piano e Rogers, ma ci fu un terzo architetto che poi scomparve. Un mistero. Tanto più che, guardando su internet, non c’era praticamente alcuna opera successiva a suo nome, solo una sistemazione di interni di una piccola biblioteca a Genova. Mentre se su Google cerchi Piano o Rogers escono migliaia di link e centinaia di edifici, uno pi├║ importante dell’altro.

La presentazione andò benissimo tanto che gli organizzatori mi chiesero se avessi avuto piacere che il giorno dopo all’evento più importante, il Supercrit, fosse proiettata. Io risposi di si, non pensando -ripeto- che ci sarebbe potuto essere proprio Gianfranco Franchini.

Quando l’indomani me lo presentarono, mentre implacabili scorrevano le diapositive, non mi sono mai sentito tanto in imbarazzo. A rendere la gaffe più drammatica era che le diapositive erano organizzate in loop, susseguendosi così in sequenza infinita.

Per fortuna Franchini non conosceva l’inglese e mi chiese cosa volesse dire una slide con la sua immagine in cui si affermava che alcuni prendono e altri perdono l’aereo ( usai l’immagine dell’aereo perche ne avevo trovato uno che trasportava una cupola di Fuller e perche mi sembrava più efficace di quella del treno). Mi arrampicai sugli specchi trovandogli la spiegazione che alcuni puntavano al successo a tutti i costi, altri, come lui, alla vita. Finalmente la tortura finì e andammo a un pub per bere qualcosa. Franchini mi raccontò la sua storia: erano amici con Piano tanto da dividere la casa quando erano studenti, e lo divenne con Rogers, avevano insieme vinto il concorso, ma a causa delle polemiche seguite per la costruzione di un’opera così insolita, aveva avuto paura di rischiare del suo. E così preferì farsi assumere da Piano e Rogers perdendo parte della paternità del capolavoro. Nessun risentimento, aggiunse, non era una persona tagliata per affrontare i rischi e il successo. Credo che sia morto alcuni anni fa: una bella persona. Nel meridione si direbbe: un signore. (continua)

 

KATAVOLOS (60): di Bill Katavolos me ne aveva parlato a Firenze, dove più volte andai a trovarlo, Gianni Pettena, che scoprii essere una fonte insostituibile per conoscere le avventure dell’architettura radicale. Quando, nel mio viaggio a New York in cui conobbi Bill Menking, Alicia Imperiale mi chiese se avessi voluto conoscere proprio Katavolos, fui felice. Con lui ci incontrammo di fronte a una libreria di architettura. Era una persona semplice, acuta, affascinante. Mi fece vedere alcuni disegni bellissimi di strutture pneumatiche. Credo che alcune le avesse pure sperimentate a Pratt dove insegnava. Si fece ora di pranzo. C’era un ristorante vicino e lo invitai. Sembrava un posto come tanti. Aperto il listino, scoprii che invece era caro. Molto caro. Ma oramai eravamo seduti, e così gli chiesi cosa desiderasse. Lui, capendo l’equivoco in cui eravamo caduti e per non mettermi in imbarazzo, aspettò che fossi io a ordinare. Con mia moglie scegliemmo degli hamburger: costavano uno sproposito ma non tanto quanto altri piatti. Lui volle a tutti i costi un brodo di pomodoro, che era in assoluto la portata meno costosa. Insistetti ma fu irremovibile. Gli chiesi notizie di Vittorio Giorgini un architetto che avevo conosciuto consultando le riviste dell’epoca e che sapevo insegnasse anch’egli alla Pratt. Era andato in pensione. Con Giorgini ci incontreremo dopo la pubblicazione di This is Tomorrow. Fu Marco del Francia, suo amico e biografo, ad accorgersi del mio scritto in cui lo citavo e a parlarne con lui, oramai quasi completamente cieco. Si era trasferito a Firenze. Attraverso Marco, Vittorio mi contattò e mi invitò ad andare a trovarlo. (continua)

 

IBELINGS E A10 (61): Hans Ibelings è una delle belle persone che ho incontrato nel corso della mia vita. Avevo letto con grande piacere e interesse il suo libro Supermodernism, uscito nel 1998. Ed ero stato contento di incontrarlo di persona per presentare proprio questo libro a Roma nel 2002 in occasione della traduzione in Italiano avvenuta per interessamento di Michele Costanzo, uno dei critici più informati, più prolifici, più generosi e meno conosciuti che io conosca.

Da quel giorno con Hans e iniziata una sincera amicizia. Fui felice quando fui da lui chiamato come uno dei corrispondenti italiani della nuova rivista A10 che con il socio Arjan Groot aveva inventato nel 2004.

Mi entusiasmava il progetto culturale: una redazione transnazionale che si occupava dell’architettura della nuova Europa che si stava formando attraverso la rottura delle frontiere, i programmi Erasmus, la libera circolazione delle merci e delle idee. Con Hans eravamo e siamo in disaccordo su molti punti: a lui interessa l’architettura tradizionalista; ha un giudizio tranciante sul decostruttivismo, come degenerazione del postmodernismo; ama l’edilizia rigorosa anche se banale.

Ma le sue posizioni sono sempre razionali, lucide e oneste e i suoi anticorpi olandesi gli impediscono di cadere nella retorica italiota. Inoltre, come una volta mi ha confessato, noi due siamo uniti dal destino di essere considerati dagli accademici come giornalisti, quindi come persone non scientificamente attendibili e questo a priori, indipendentemente dai ragionamenti che facciamo.

Hans, con molta generosità, mi ha aiutato a cercare un editore per tradurre in inglese This is Tomorrow, progetto che però non è andato in porto. E quando ci incontriamo facciamo lunghe conversazioni di architettura con lui che parla nel suo inglese limpido e io che gli rispondo in italiano, una lingua che capisce ma non parla.

Il suo ultimo e impegnativo testo, una storia dell’architettura europea del 900, lo abbiamo presentato a Roma e in Sicilia e abbiamo a lungo discusso dei punti che non mi convincevano.

Questo libro ha anche un risvolto umano. ├ë la conclusione della sua ricerca europea. Dopo la morte del socio Arjan Groot , a cui era molto legato, Hans ha dato le dimissioni da A10 e ha deciso con la moglie di emigrare in Canada. Probabilmente alla ricerca di nuova occupazione in una nazione non segnata dalla devastante crisi che invece sta compromettendo la sua idea di Europa. il Canada non è vicino e sarà quindi difficile vederlo quelle tre o quattro volte l’anno in cui avevo modo di incontrarmi con un amico, conversando su argomenti che attingevano a una passione comune. (continua)

 

ITALY: A NEW ARCHITECTURAL LANDSCAPE (62): Helen Castle mi fu presentata da Bill Menking durante una Biennale di Venezia, credo del 2004. Stavamo nel giardino del Guggenheim in occasione del party che puntualmente organizza la comunità americana per celebrare il proprio padiglione. Mi disse che era l’editor della rivista inglese AD, scambiammo qualche parola e i biglietti da visita e finì lì.

Mi ero quasi dimenticato dell’incontro quando, a distanza di un anno, mi arrivò una sua mail in cui mi preannunciava che sarebbe venuta a Roma per un congresso. Le risposi che mi avrebbe fatto piacere se fosse venuta da me per una serata in cui le avrei presentato alcuni progettisti italiani interessanti per la sua rivista.

Helen accettò l’invito, venne accompagnata da un collega e da un magnifico dolce ( segno di buona educazione in un mondo dalle abitudini scroccone), e si passò una serata piacevole. C’erano, se ricordo bene, tra gli altri, Claudia Clemente e Antonello Stella.

Nelle settimane successive raccolsi i curriculum e glieli mandai. Helen era però interessata a Metrogramma e mi chiese un articolo su di loro. Cosa che feci con piacere essendo pure io interessato al loro lavoro anche se lo trovavo a tratti modaiolo, nello stile alla Koolhaas che in quegli anni andava molto e che, comunque, bisogna riconoscere, loro interpretavano, almeno in Italia, nella maniera più convincente.

A questo articolo seguì un numero monografico dedicato all’Italia. Uscì nel 2007 con il titolo Italy, a New Architectural Landscape che riprendeva quello della celebre mostra del Moma che fu, a mio avviso, l’ultimo canto del cigno dell’architettura italiana all’estero.

In copertina mettemmo una immagine delle Gocce di Mario Cucinella con lo sfondo del fasullo Palazzo di Re Enzo. Le Gocce, un’opera dignitosamente contemporanea, erano state abbattute da una giunta di sinistra e il Palazzo di Re Enzo esprimeva bene il peso della storia anche quando, come nel caso specifico, ricostruita e fasulla.

Lavorare con Helen era un piacere: un editor rigoroso e attento che non lasciava passare il minimo errore e valutava razionalmente ogni singola scelta, ma anche una persona generosa e sempre disponibile a mettere in gioco tutte le proprie energie e le proprie conoscenze perche il risultato fosse il migliore. Una esperienza di lavoro, per questo come per altri prodotti che abbiamo fatto insieme, magnifica.

Il numero fu stroncato da Luca Molinari in un articolo apparso su Edilizia e Territorio. La ragione era probabilmente da attribuirsi al fatto che poco tempo prima Molinari aveva curato un altro numero, sempre dedicato all’Italia, su una rivista giapponese. E in effetti le differenze erano notevoli: nel numero di AD mancava l’accademia, non c’era Gregotti e non c’erano alcuni soliti.

Risfogliando entrambe le riviste a distanza di tempo non posso, allo stesso tempo, non notare alcune somiglianze. Determinate dal fatto che la buona parte degli architetti scelti coincidevano. E coincidevano anche in altre ricognizioni che venivano tentate da altri critici in quegli anni.

Eppure ognuna di queste sintesi esprimeva un modo diverso di vedere l’architettura italiana. Come due macedonie, una servita in un ristorante e una in un altro, in cui la frutta è più o meno la stessa ma la cultura culinaria diversa. A volte ho pensato a un’altra immagine: alle cronache riportate dai giornali. Parlano dell’identico fatto ma fanno riferimento a mondi e a giudizi di valore diversi. Forse tra trent’anni sarà difficile capire, di fronte alla pubblicazione di numeri in cui il 70% degli architetti e a volte dei progetti coincideva, quanto questi mondi fossero effettivamente distanti. Ma vi assicuro che lo sono.

Decidemmo di presentare il numero in Italia. Lo facemmo in uno spazio messo a disposizione da quello che sarebbe stato il futuro Maxxi. Chiamammo diversi relatori: da Muratore a Terranova, da Savi a Garofalo, da Desideri a Mastrigli, e poi c’era Anna Baldini, che mi aveva dato una grossa mano a fare il numero. Moderatrice la giornalista Diana Alessandrini che non fece molta fatica ad animare un incontro tra posizioni inconciliabili.

Con Helen, dopo il buon esito del numero sull’Italia, decidemmo di prepararne uno dedicato alla crisi della teoria. Uscì con il titolo Theoretical Meltdown. E poi lavorammo a una storia dell’architettura degli ultimi venti anni ( dal 1988 al 2008) edita dalla Wiley. Ci ritorneremo. Dopo aver parlato di un altro personaggio importante nella mia vita -il critico William Curtis- e di altri eventi che si svolsero prima. (continua)

 

CURTIS (63): incontrai casualmente William J.R. Curtis a Barcellona diversi anni fa. Eravamo in viaggio con mia moglie e quella volta le avevo giurato sul mio onore che avremmo bandito ogni scarpinata architettonica per goderci finalmente la città come turisti comuni. Ma, passeggiando, avevo visto il centro per l’architettura con la grande libreria e avevo chiesto una dispensa di trenta minuti dall’obbligo di normalità.

Dentro la libreria scoprimmo che di li a qualche minuto ci sarebbe stata una lecture di Curtis su Kahn. E così chiesi a mia moglie , che mi avrebbe ucciso, un ampliamento della dispensa. La lecture fu splendida. E, per fortuna, entusiasmò anche Antonella.

Non amo particolarmente Kahn, ma Curtis lo presentò in una maniera così dettagliata, acuta e convincente che affascinò tutta la sala, che lo ringraziò con un lungo applauso. Alla fine mi sentii in dovere di andare dall’oratore, di complimentarmi e di chiedergli un biglietto da visita. Lo utilizzai qualche mese dopo quando Amedeo Schiattarella, il presidente dell’Ordine degli architetti di Roma, mi finanziò un ciclo di incontri.

Gli scrissi e gli chiesi di replicarci la conferenza. Così fece e fu una bellissima serata. Diventammo amici, si informò della presS/Tletter e divenne uno dei suoi lettori più attenti (Curtis legge e capisce perfettamente l’italiano anche se non lo parla), tanto da mandarmi ogni tanto dei commenti. Ne ricordo uno di fuoco contro la gestione di Mendrisio, attribuita alla regia di Mario Botta, dove ha avuto una esperienza non piacevole, come poi è avvenuto a Kurt Forster e poi ancora a Stefano Boeri.

In tempi più recenti Curtis lo abbiamo invitato per una delle lecture organizzate dall’AIAC, nella cornice magnifica di Palazzo Baldassini a Roma, ed è stato all’altezza delle aspettative con una lezione su Le Corbusier e il Mediterraneo.

Di Curtis non apprezzo il lato nostalgico, l’amore eccessivo per il trattamento delle grane e dei materiali, l’ansia di ordine e di classicità. Ma raramente ho trovato un critico così aderente all’oggetto. Se leggete i pezzi che girano nelle riviste di architettura non potrete fare a meno di chiedervi se lo stesso articolo, cambiate una o due parole, non si sarebbe potuto utilizzare per descrivere qualsiasi altra opera. Con Curtis mai. La sua analisi e precisa, chiara, mai generica. E così e la sua prosa: ampia e millimetrica. Una disperazione per chi gli prepara i comunicati stampa o gli pubblica una traduzione. Che lui controlla con una pignoleria da esaurimento nervoso. La dimostrazione di come la semplicità e la chiarezza richiedano lavoro e attenzione superiori a quelli richiesti dalla prosa roboante, parolaia o barocca. (continua)

 

IN OLANDA E A BASILEA (64): una delle esperienze più piacevoli e il viaggio di architettura con amici architetti. Perche si e tra maniaci monotematici e ci si capisce al volo.

Nessuno si lamenta della fatica e ci si diverte a girare da una periferia all’altra, da un quartiere degradato all’altro cercando di condividere la propria gioia con abitanti che sembrano del tutto incapaci di apprezzare la fortuna loro capitata di convivere con il capolavoro.

Di viaggi in gruppo ne ho fatti due, entrambi indimenticabili. Uno organizzato da Franco Porto con gli amici dell’Inarch Sicilia in Olanda e un altro da Furio Barzon a Basilea e dintorni. In Olanda successe di tutto: litigammo con l’autista dell’autobus e a me toccò fare da interprete degli insulti (qualcuno lo censurai, per impedire la strage), fummo cazziati dagli albergatori per prepararci di nascosto durante la colazione i panini per il pranzo, fummo inseguiti a male parole dagli abitanti di una abitazione perche violavamo la loro intimità ( che però a noi interessava meno della conformazione spaziale degli ambienti), ci siamo commossi quando abbiamo visto uno dei più anziani di noi baciare di nascosto il muro di casa Schroeder. Purtroppo ero troppo stanco e andai a letto con mia moglie perdendomi una serata scatenata in cui pare che Franco Porto si tolse la camicia e insegnò a un gruppo di valchirie come si dovesse ballare, in risposta al fatto che un vichingo avesse coinvolto una delle siciliane in un ballo in pista. In quel viaggio ricordo che c’erano le tre figlie di Gigi Longhitano ( in realtà la figlia era una sola, ma tutte e tre erano sotto la sua custodia) che non vollero capire che era meglio lasciar perdere con questo strano mestiere e , negli anni seguenti, si iscrissero ad Architettura.

Anche il viaggio a Basilea, dove tra gli altri conobbi Manganello e Tumino di Architrend e Giovanni Panico, fu indimenticabile. Un’occasione per apprezzare le prime opere di Herzog & de Meuron la cui intelligenza non avevo capito dalle immagini che circolavano sulle riviste, anche se devo dire che il mio giudizio sulla coppia mutò radicalmente quando ho visitato lo splendido Laban a Londra, sempre con un gruppo di amici.

Ma per quanto piacevole fosse il viaggio, ero molto preoccupato. Non mi sentivo bene e notavo alcuni sintomi che ben conoscevo e che erano stati responsabili prima della morte di mia madre e poi di mia zia Letizia. Sintomi che diventarono ancora più evidenti quando, prima di tornare a Roma, passai a Torino per una conferenza. Cercai di essere divertente ridicolizzando l’architettura di Gregotti e ci riuscii. Ma dentro ero a pezzi. Dovevo farmi vedere prima possibile da un medico. (continua)

 

SCEGLIERE IL CHIRURGO (65): il medico mi disse di non preoccuparmi, era sicuramente una sciocchezza; per appurarlo mi avrebbero fatto una indagine sotto sedazione. Fui svegliato dopo neanche mezz’ora e vidi subito, dietro quella tesa del dottore, la faccia tesissima di mia moglie. Bisognava fare di corsa una tac per vedere se ci fossero metastasi. Che per fortuna non c’erano, anche se il tumore era sviluppato e bisognava operare d’urgenza.

Tra i numerosi chirurghi che prendemmo in considerazione, uno sembrava il migliore. Me lo aveva suggerito mio cognato, medico e con parenti medici che avevano operato con lui e avevano trovato bravissimo. Luisa Fontana, amica e architetto, mi aveva messo inoltre in contatto con un luminare milanese. Con mia moglie, come succede in questi casi, eravamo molto incerti. Alla fine optammo per il primo, perche utilizzava un metodo per operare in laparoscopia più avanzato e meno cruento.

Nonostante fosse estate riuscimmo ad avere l’appuntamento di lì a poco. Ma il giorno prima a mia moglie viene l’idea di cercare notizie su questo medico via internet.

Mi chiama allarmata e mi fa vedere che su di lui pendono diverse denunce penali per omicidio a seguito di interventi operatori. Potete immaginarvi lo stato d’animo. Bisognava informarsi e saperne di più. Alla fine viene fuori la storia: Husher, questo è il nome, da medico coraggioso e innovativo operava anche gli inoperabili. Un uomo tutto d’un pezzo ma con la lingua lunga che gli ha provocato guai a non finire per l’invidia e la maldicenza dei colleghi. Che lo hanno aspettato al varco per liquidarlo.

Una bella storia. Ma decisamente troppo poco per fugare ogni dubbio e affidargli la pelle. Ricordo che abbiamo passato tutta la notte con mia moglie a chiederci se non fosse stato meglio affidarsi a un medico più normale, meno chiacchierato. Una cosa è infatti scrivere un pezzo giornalistico in cui si esalta il genio che lotta contro l’accademia, un’altra cosa mettersi nelle sue mani, soprattutto se ha denunce penali in corso.

No, non sapevamo cosa fare. Il luminare di Milano però mi sembrava un tipo triste. E allora ho detto a me stesso: ma, se fosse un medico, ti affideresti mai a Gregotti? Certo che no, ho risposto. E allora domani si va all’appuntamento con Husher, si vede come sembra e se ci fa simpatia gli affidiamo la vita. E così ho fatto, e sono ancora qui. Ecco, forse è stata proprio la critica di architettura che mi ha salvato la vita. (continua)

 

MORIRE E’ COME DORMIRE (66): i personaggi dei romanzi prima di morire dicono una frase celebre o pensano a una cosa grandiosa; l’ultimo pensiero che ebbi in barella prima di addormentarmi fu che gli spazi di rotazione per la lettiga in quella clinica erano stati progettati proprio da uno sprovveduto. Mi risvegliai dall’anestesia dopo alcune ore per avere in futuro una seconda chance di morire dicendo qualcosa di più decisivo per la storia della critica. Era il 2005.

Mi aspettavano una radio e due chemio. Che presi con una certa allegria perche il primo ciclo lo feci a Milano e da tempo non avevo mai avuto un mese di vacanza, io è mia moglie da soli, in una citt├í che d’estate era così piacevole, soprattutto se vissuta nel piccolo residence che avevamo affittato ai Navigli.

Nessuno, se si escludono mia moglie e Anna sapeva della malattia, e questa e la prima volta che ne parlo. Anna e stata bravissima a sostituirmi per tutte le attività che non richiedevano la mia immediata presenza fisica. Io d’altra parte mostravo di volermi riprendere velocemente nonostante il secondo ciclo di chemio fosse molto duro.

Lo feci a Roma in day hospital e durò diversi mesi per dodici cicli.

I primi tre giorni di ogni ciclo ti sentivi male, nauseato sino allo sfinimento. Gradatamente la situazione migliorava sino al dodicesimo giorno, poi due o tre giorni benino e, appena ti sentivi quasi normale, iniziava l’altro ciclo. A complicarti la vita un apparecchio attaccato al torace per avere diretto l’accesso in vena. Una volta caddi come una pera per le scale per il senso di prostrazione. Ma, in genere, rispondevo bene. Ricordo che portai un panino con la mortadella nella sala del day hospital il cui odore – e ancora me ne dispiaccio- provocò la nausea di diversi altri pazienti che invece non riuscivano a toccare cibo. E con la boccetta della chemio in tasca feci un paio di conferenze di cui una a Firenze dove tirai fuori un’energia inaspettata, tanto che un ragazzo mi disse che avrebbe voluto avere la mia vitalità e probabilmente non capì perche gli risposi che non glielo auguravo affatto.

Con pochi capelli andai anche a un incontro a Napoli. Ci recammo in macchina con Anna e Valerio Mosco. I rituali di questa cerimonia napoletana, come di tante altre a cui ero andato in precedenza, adesso mi disgustarono. Ecco tutto ciò che non volevo essere. E poi pensai: basta ipocrisie, mezze parole, mezze affermazioni, se vuoi fare il critico devi farlo veramente. Nella vita, che è tutto quello che hai, bisogna togliersi il gusto di poter dire ciò che si pensa, che e ciò che da senso a quello che hai. (continua)

 

PIO BALDI CHIAMA (67): la biennale di Venezia del 2006, curata da Richard Burdett e avente per tema il destino delle città, era un disastro e mostrava quanto inutile fosse confondere una mostra di architettura con una di sociologia urbana. Tanto più che ci si trovava di fronte a sequenze di numeri, dati e foto che, raccolti in un volume, si sarebbero potuti studiare più comodamente a casa propria. Io mi trovavo nella camera dell’albergo per scrivere la recensione per Edilizia e Territorio, quando squilla il telefono. Con stupore sentii la voce di Pio Baldi. Dopo avermi chiesto come stavo, mi disse che avrebbe avuto piacere di affidarmi la curatela di una mostra e mi invitava ad andarlo a trovare a Trastevere nella sede della Darc.

Gli risposi che ero a Venezia ma non appena tornato a Roma sarei andato. Erano mesi che li attaccavo su presS/Tletter per il loro immobilismo e conformismo culturale e per scegliere sempre le stesse persone per le loro iniziative e invece di reagire, adesso quelli della Darc tentavano di coinvolgermi.

Pensai che non bisognava perdere l’occasione ma senza cadere nella trappola . Così quando ci siamo visti gli proposi tre condizioni: di non essere pagato se non per le eventuali spese vive da me documentate, di concordare il tema della mostra, di non avere intromissioni nella scelta dei progettisti che sarebbero stati chiamati ad esporre. Le condizioni vennero accettate senza problemi e si partì di gran fretta perche già eravamo in ritardo e i fondi a disposizione per allestirla erano limitati.

Il tema era Contemporary Ecologies, al plurale per indicare che non si trattava solo di risparmiare sulla bolletta energetica ma di sperimentare nuovi modelli di vita, portatori appunto di nuove ecologie, riprendendo una accezione del termine che fu di Reyner Banham.

La mostra andò prima in Brasile e poi in Vietnam. Mi accompagnava un funzionario della Darc, Erminia Sciacchitano e Alessandro D’Onofrio con il gruppo degli allestitori di stalkagency. E poi mia moglie che naturalmente pagò da se i biglietti.

Erminia si aspettava un mostro, perche così più o meno ero stato dipinto. Passammo invece dei giorni gradevoli e di condivisa tensione perche a Brasilia montammo il padiglione in uno spazio vuoto che si riempì dei lavori degli altri espositori solo negli ultimi giorni. Solo noi, infatti, avevamo allestito un padiglione in piena regola che volle un paio di settimane di lavoro frenetico. Ricordo che all’inaugurazione venne il ministro Fassino, in Brasile di passaggio. Mostrando l’interesse che hanno i politici nelle cose di architettura, non degnò i lavori di uno sguardo e noi, che avevamo lavorato ad allestire il padiglione, di una parola.

In Vietnam l’allestimento era fatto con televisori all’interno delle capanne su palafitta di un museo-parco antropologico. Quando la mostra fu inaugurata salirono centinaia di persone. Temevo che le strutture di bambù cedessero, invece resistettero perfettamente.

Feci una conferenza alla locale facoltà di architettura. Mostrai le immagini. Un professore mi interruppe e fece un sermone. L’interprete stava per tradurmi. Io gli feci segno di tacere. L’uditorio si stupì del fatto che, senza traduzione alcuna, risposi a tono alle sue obiezioni. Aveva funzionato: mi ero immaginato che le obiezioni fossero quelle di un qualunque professore della facoltà di architettura di Roma, tanto tutti gli accademici dicono le stesse cose. La sera replicammo al Goethe Institute per dar modo agli studenti di venire senza professori: fu un incontro molto più piacevole e interessante. Si respirava una sottile aria di fronda, tra questi ragazzi desiderosi di capire.

Fummo pure invitati da un pezzo grosso del ministero dei lavori pubblici locale che sperava di farci fare qualche concorso che ci avrebbe fatto vincere in cambio di un suo coinvolgimento. Gli dissi che io non esercitavo ma che a Roma gli avrei trovato qualcuno. Trovammo, con Erminia e Alessandro che mi accompagnarono, una scusa per non restare a cena. Poi a Roma non feci nulla.

Il lavoro per la Darc a questo punto era finito. Con molta sorpresa di Pio Baldi, dopo qualche mese, vedendo che l’andazzo era sempre lo stesso, ricominciai la mia battaglia contro di loro. (continua)

 

DIECI ANNI DI ARCHITETTURA (68): nel 2006, Claudio Presta, direttore di Prospettive, la casa editrice dell’Ordine degli architetti di Roma, mi propose fare per loro un libro.

Accettai volentieri a patto che fosse una raccolta degli articoli che avevo già scritto dal 1996 e cioè dal momento in cui avevo deciso di fare il critico. E difatti il libro uscirà con il titolo: Dieci anni di architettura:1996-2006.

I motivi erano due: uno prosaico e uno nobile. Quello prosaico è che chiunque scriva pezzi per giornali e riviste ha paura che vengano persi. Il libro, non so per quale motivo (perche poi si perde traccia pure di quello, soprattutto se è una raccolta di articoli), da l’impressione di un medium più duraturo.

Il motivo nobile e che sentivo il bisogno di mettere ordine a ragionamenti sullo stato dell’architettura in Italia che avevo buttato giù nel corso di dieci anni. E fare il punto su questioni che apparivano contingenti, ma in realtà non lo erano affatto, come per esempio il ritorno dell’Accademia, attraverso il lavoro che in quegli anni stavano facendo Purini e Casamonti, dopo che questa appariva sconfitta alla fine degli anni novanta.

Riguardando a distanza di tempo l’introduzione al libro, credo che c’era da parte mia troppa apertura di credito sul lavoro di figure come Alessi e Molinari, che praticheranno una strategia culturale continuista non dissimile da quella di Purini e Casamonti. Ma di questo ho già accennato.Una cosa comunque emergeva incontrovertibile: l’architettura italiana, nonostante tutto e tutti, si stava svegliando. Era uscita dalla palude e finalmente cominciava a competere con quella Europea.

Ecco l’introduzione al libro:

Intorno al 1996 si consuma una repentina ma significativa rivoluzione nell ‘architettura italiana. Protagonista una generazione di progettisti trentenni e quarantenni

insofferenti del tradizionalismo delle università e della gran parte delle riviste nostrane. A infiammare gli animi provvede una stagione di capolavori che si progettano e si costruiscono dappertutto, tranne che in Italia. Solo per citare alcune delle opere più importanti: nel 1996 Koolhaas lavora ad Euralille, nel 1997 Gehry inaugura il Museo Guggenheim di Bilbao, nel 1998 e’ il turno del centro culturale di Jean Nouvel a Lucerna, nel 1999 si inaugura il museo ebraico di Libeskind a Berlino. Messi in crisi nel loro provincialismo, i giovani architetti italiani capiscono che, se non vogliono essere definitivamente emarginati all ‘interno di un buco nero senza uscite, devono respirare aria nuova. Con la conseguenza che diventano sempre più numerosi i neolaureati che, dopo essersi recati all ‘estero grazie ai programmi Erasmus, frequentano i master dell ‘Architectural Association di Londra, del Berlage a Rotterdam o della Columbia di New York. E invece della sempre più asfittica Casabella ( che, in crisi di vendite, nel 1996 cambierà direttore ma senza grande rinnovamento: da Vittorio Gregotti a Francesco Dal Co) leggono El Croquis o altre riviste straniere che, insieme a internet, li aggiornano in tempo reale dei mutamenti in corso. Allo strappo, l ‘accademia italiana reagisce all ‘inizio con una quasi totale chiusura che e’ tanto più sorda e fastidiosa quanto più il movimento di fronda e di protesta cresce: ancora ricordo un incontro all ‘InArch di Roma sul Guggenheim di Bilbao in cui i tradizionalisti, che accusano l ‘edificio di essere senza forma e un prodotto della società delle immagini, vengono accolti da bordate di fischi e impertinenti coretti di scemo, scemo provenienti dal giovane pubblico giustamente indignato. E, per contro, ricordo ancora il successo o con vendite prossime alle 10.000 copie- delle monografie sulla Hadid, Koolhaas, Gehry, Eisenman, Libeskind della agile ed economica collana della Universale di architettura, rilanciata con grande tempismo Bruno Zevi, il quale capisce che attraverso il decostruttivismo può riaffermare la propria leadership culturale e uscire da un sordo ostracismo che, almeno dal 1978, lo ha relegato ai margini del dibattito culturale a favore di figure di ben più modesta levatura quali Gregotti o Portoghesi.

Nel luglio del 1997 esce il primo numero della rivista, Il Progetto, con una redazione composta, tra gli altri, da Maurizio Bradaschia, Livio Sacchi, Maurizio Unali e il sottoscritto. In copertina la redazione decide di mettere Peter Eisenman che, pur con le sue ambiguità, da sempre è uno dei portavoce della sperimentazione in architettura e che, in proprio in quegli anni, sta vivendo una nuova stagione creativa. Il numero sarà distribuito anche nel convegno, Paesaggistica e linguaggio grado zero dell ‘architettura, organizzato nel settembre del 1997 da Bruno Zevi a Modena, un evento che si deve leggere come il rilancio delle ragioni della sperimentazione in Italia. Nel secondo numero della rivista, uscito nel gennaio del 1998, la redazione stabilisce, dopo non poche discussioni, di dare la copertina a Massimiliano Fuksas, un personaggio ancora poco apprezzato perchè ostracizzato dalla cultura accademica ma che di lì a poco diventerà uno dei maggiori protagonisti dell ‘architettura italiana.

E ‘ proprio in questi anni, aiutata sicuramente dalla funzione catalizzatrice dei libri della Universale di architettura nonche dai siti di architettura, tra i quali il frequentatissimo Arch ‘it, nato nel marzo del 1995 e diretto da Marco Brizzi, che nasce una nuova critica che anche generazionalmente si differenzia da quella che sinora aveva dominato il panorama nazionale, orientandolo in senso tradizionalista.

Nel 1998 esce il libro HyperArchitettura in una nuova sezione della Universale, dal titolo emblematico di La rivoluzione informatica, coordinata da Antonino Saggio ( la collana, che oggi vanta una quarantina di titoli tradotti in più lingue, e’ tuttora operativa).

Si delinea un nuovo atteggiamento che cerca nella rivoluzione digitale in atto nuovi strumenti per confrontarsi con una realtà in continua trasformazione: anche a costo di perdersi nei blob e in complesse geometrie dominabili solo attraverso l ‘aiuto del computer e dell ‘algebra booleiana ( a fare il punto sullo stato dell ‘arte provvederà nel 2003 il libro Architettura e cultura digitale curato da Livio Sacchi e Maurizio Unali, edito da Skira) Il taglio con il passato deve essere netto. Ad una presunta continuità della tradizione italiana – rilanciata, più tardi, dai reazionari con inquietanti convegni sull ‘identità della nostra storia- occorre contrapporre la discontinuità. All ‘autonomia di un linguaggio autoreferenziale sostituire l ‘eteronomia, lo sporcarsi le mani con la realtà circostante e con i suoi portati tecnologici.

E se c ‘e’ da recuperare una tradizione non e’ certamente il Postmoderno, la cosiddetta Tendenza o l ‘architettura disegnata, ma quella degli allora disconosciuti movimenti radicali degli anni Sessanta e Settanta e degli architetti creativi che la precedente storiografia tafuriana aveva di fatto cancellato, da Leonardo Ricci a Vittorio Giorgini, da Luigi Pellegrin a Maurizio Sacripanti, senza dimenticare alcuni protagonisti, meno ostracizzati dalle accademie, ma ora letti in una luce completamente diversa: Franco Albini, Luigi Moretti, Carlo Mollino.

Vi e’ poi, da segnalare, la funzione innovatrice di Domus, dal febbraio 1996 guidata da Francois Burkhardt, un direttore come pochi attento all ‘innovazione, che sul finire del secolo lancia alcuni numeri memorabili dedicati al rapporto tra nuove tecnologie e forme architettoniche.

A segnare la definitiva vittoria del fronte innovatore e sperimentale e’ la settima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, del 2000, diretta da Massimiliano Fuksas che inventa l ‘accattivante ma ambiguo titolo Less Aestethics, More Ethics.

Pur con tutti i pasticci, anche concettuali, che derivano da un approccio genialmente intuitivo ma culturalmente poco mediato, oltre che dal prorompente ego del curatore- il quale, per ragioni altrimenti incomprensibili, non esita a mettere in secondo piano ricerche e temi anche importanti e gran parte degli architetti innovativi italiani- l ‘evento del 2000 segna un momento di non ritorno, come testimoniano i commenti disturbati dei numerosi detrattori di matrice tradizionalista.

Come succede con tutte le piccole rivoluzioni, sia pure sovrastrutturali, a un certo punto l ‘ondata si arresta. Lo annuncia il cambiamento di direzione di Domus che nel settembre del 2000 passa a Deyan Sudjic, che trasformerà la testata in un bellissimo ma patinato magazine. La data che, tuttavia, simbolicamente segna un momento di stallo nella sperimentazione coincide con l ‘abbattimento delle Twin Towers, il 9 settembre del 2001. Lo Star System, consolidatosi durante gli anni Novanta, sembra ogni giorno di più girare a vuoto rincorrendo un modello globalizzante sui quali i più cominciano a nutrirsi seri dubbi ( un modello che, sia detto per inciso, emerge con tutta la sua debolezza negli stessi progetti di ricostruzione di Ground Zero).

Anche i giovani architetti italiani sentono che qualcosa è cambiato, che un ciclo si e’ chiuso. Fin qui non ci sarebbe nulla di male: da sempre ad una fase espansiva della ricerca architettonica ne subentra una di riflessione e riassestamento; e la crisi dello Star System può diventare l ‘occasione per passare ad altre sperimentazioni, per esempio sul delicato tema del landscape, della consapevolezza ambientale ed energetica, del low tech.

Ed invece, ecco che l ‘Accademia sembra riprendere il sopravvento. Lo fa con una strategia a tenaglia: da un lato recupera il linguaggio e lo stile -ma non le istanze rinnovatrici- degli architetti dello Star System sdoganando i vari Koolhaas, Hadid, Gehry; dall ‘altro ripropone una versione continuista dell ‘architettura italiana. Ne viene fuori una pasticciata maionese eclettica in cui tutto è lecito: ispirarsi a Morphosis e insieme a Gregotti, copiare Coop Himmelb(l)au e fare il verso a Portoghesi, ammirare Libeskind e poi fare il postmodern alla Derossi. In questa operazione vediamo impegnate la rivista Casabella e la Darc, la Direzione generale per l ‘architettura e l ‘arte contemporanee, istituita nel maggio del 2001 e diretta dalla debole figura di Pio Baldi, che non esita a proporre iniziative dove compaiono, senza sviscerarli criticamente, personaggi così diversi come Giancarlo De Carlo, Aldo Rossi, Sandro Anselmi.

E, infine, vediamo coinvolti in prima persona Marco Casamonti e Franco Purini, sia pure da posizioni intellettuali diverse. Il primo, attraverso le riviste Area e D ‘A e la propria produzione architettonica si sta facendo promotore di un eclettismo stilistico, sperimentalmente disimpegnato, dove in nome della buona qualità dell ‘immagine ogni formula è buona ( da qui progetti che oscillano tra Koolhaas e gli anni Sessanta, da Siza a Gigon & Guyer). Il secondo, anche con elaborate riflessione su temi generazionali o suo e’ per esempio un recente scritto su Generazioni e progetti culturali che ha suscitato una vasta eco di interventi- cerca di trovare un filo comune che unisca vecchia e nuova guardia. I risultati sono, tuttavia, fallimentari come dimostra la recente mostra del 2003 Dal Futurismo al futuro possibile dove sono messi insieme architetti tra loro molto diversi, alcuni o e mi riferisco soprattutto al versante tradizionalista e reazionario- anche di qualità molto modesta.

Cosa succederà all ‘architettura italiana nel prossimo futuro? Vincerà la linea continuista ed eclettica della DARC, di Casamonti e di Purini oppure ci sarà ancora spazio per la ricerca, la creatività, la sperimentazione? A questa domanda francamente non saprei rispondere perche il futuro è sempre imprevedibile e non e’ dato ai critici conoscerlo. Certo, dopo dieci anni di rivolgimenti, anche radicali, l ‘architettura italiana mostra una maggiore vitalità e anche un minore provincialismo che fanno ben sperare. Prova ne sia che sta ricominciando a captare l ‘interesse della stampa straniera. Per esempio sono stati pubblicati nel 2005 un numero monografico della rivista giapponese A+U a cura di Luca Molinari e due della rivista cinese World Architecture a cura di Alberto Alessi, e se ne prevede nel 2007 uno della rivista inglese AD. Insomma, le energie e i talenti ci sono e non è detto che, terminato questo ciclo di involuzione e di assestamento ma anche di riflessione e di metabolizzazione, non possa iniziare una nuova stagione intensa e brillante come quella degli anni a cavallo tra il 1996 e il 2001. (continua)

 

SANTILLI, EDILIZIA E TERRITORIO (69): il primo a capire che l’architettura italiana stava finalmente uscendo dal buco nero nel quale si era cacciata, e ha dato il più importante contributo affinche questo percorso avvenisse in forma definitiva e non reversibile, è stato un giornalista: Giorgio Santilli del Sole 24 ore. Santilli ha molti crediti nei confronti dell’architettura: è lui che ha inventato Edilizia e Territorio, il settimanale che esamina in chiave giornalistica l’edilizia come realtà insieme tecnica ed economica ed è stato lui che nella metà degli anni duemila ha inventato Progetti e Concorsi un inserto di Edilizia e Territorio specificatamente dedicato all’architettura e agli architetti italiani, dando una volta per tutte dignità ad una parola “professionista” che nelle università di architettura italiane era schifata ( e ci sono tuttora oggi preoccupanti recrudescenze in questo senso).

Ho conosciuto Giorgio in un convegno dei giovani costruttori a Positano nel 2003 dove Giuseppe Nannerini (un altro personaggio a cui devo molto per avermi fatto pubblicare i miei primi articoli e libri) mi aveva chiesto di moderare una tavola rotonda. Vi partecipavano, tra gli altri, Franco Purini, Paolo Desideri e Claudio De Albertis , che da presidente dell’ANCE è stato una figura chiave nella promozione della qualità architettonica presso i costruttori.

Giorgio, mi invitò a Roma, una settimana più tardi, a prenderci un caffè. Ci incontrammo in un bar di Piazza San Lorenzo in Lucina e mi raccontò del suo progetto di aprire il giornale ai giovani architetti, che in quegli anni emergevano in Italia e ottenevano anche buoni risultati all’estero: da Cucinella a n! Studio, da Ti studio a Più Arch, da Nemesi a Iotti e Pavarani. Mi propose di scrivergli degli articoli. In uno dei quali presentammo i migliori under 40 in una classifica redatta da me e una, se ben ricordo, da Molinari. Fare una classifica mi provocò un certo imbarazzo. Ma valeva la pena per dare mordente giornalistico ai pezzi che difatti furono letti e commentati. Nel corso degli anni successivi e sino a oggi su Progetti e Concorsi abbiamo continuato a illustrare quanto di meglio l’architettura italiana abbia prodotto. A dare un contributo fondamentale all’impresa editoriale sono stati all’interno Mauro Salerno e Paola Pierotti la quale, infaticabile, e diventata una delle maggiori esperte dell’argomento; all’esterno diversi collaboratori che, come me, hanno cercato di raccontare cosa di meglio si producesse nel nostro Paese. La vera storia dell’architettura italiana, qualunque cosa ne pensino coloro che tanto predicano ma poi poco e nulla fanno per l’ identità della stessa, è stata scritta sulle pagine di questo agile settimanale e grazie all’intuizione di un giornalista. (continua)

 

CASABELLA (70): non amo Casabella nella versione Dal Co pur trovandola una rivista discreta, migliore della sua versione precedente diretta da Gregotti e con qualche numero fatto bene. A risultarmi fastidioso del mensile, della sua direzione e dei suoi pezzi, è l’alone di elite. Perche le elite puzzano sempre, se non altro di lobby. Trovo inoltre vergognosa l’apertura della rivista -immagino per solidarietà accademica- all’ala più retriva dell’architettura italiana, quella dei convegni sull’identità.

Per la diffusione dell’architettura italiana, Casabella ha svolto un ruolo ambivalente. Meritorio perche i suoi almanacchi sono stati un veicolo di diffusione e di promozione. Deludente perche ad essere veicolato e stato solo un certo tipo di gusto, quello appunto casabelliano: dove abbondano le rivisitazioni del movimento moderno in salsa mediterranea meglio se spagnola o portoghese.

Gli almanacchi hanno così contribuito a generare l’idea errata che l’architettura italiana avesse poco e nulla di interessante e di originale e che nel nostro Paese da un lato ci fosse una minoranza che edificava opere degne in gran parte coincidenti con la scarsa ed estetizzante produzione dei docenti delle facoltà di architettura e dall’altra ci fosse il vuoto. Contro questo progetto ho pensato bisognava darsi da fare, aderendo al programma di Edilizia e territorio ma anche a quello di The Plan di cui parleremo nel post seguente. E infine promuovendo la pubblicazione di Italia Architettura. (continua)

 

THE PLAN (71): quando mi chiedono se tra le riviste italiane preferisco Area o Casabella, io rispondo The Plan. Perche da anni ci collaboro e un po’ di spirito di corpo non guasta. Ma, il vero motivo e che mi piace il progetto editoriale, che consiste nello spiegare in dettaglio come sono fatti gli edifici. Come vi ho raccontato, le mie prime esperienze editoriali sono legate alla pubblicistica tecnica e anche per la Testo & Immagine avevo diretto una collana di manuali. Sono convinto che la più grave carenza nella formazione di un progettista sia tecnologica. Penso che si debba studiare molta matematica, fisica tecnica, strutture, processi costruttivi. E dico da sempre che un laureato nelle nostre facolt├í non avrebbe inventato mai le lenti a contatto o l’operazione per rimuovere la miopia ma si sarebbe messo a realizzare occhiali sempre più disegnati, sempre più pesanti in stile classico, assiro babilonese o magari futurista.

The Plan, come Detail, ha compreso che l’aspetto manualistico non si può delegare e che i progettisti per essere innovativi i problemi li devono risolvere e non soltanto rappresentare. E difatti il direttore ed editore Nicola Leonardi è, per fortuna, un ingegnere ( un’altra cosa che sostengo è che bisognerebbe abolire le facolt├í di architettura e farle confluire all’interno di quelle di ingegneria, ma questo solo quando non ne posso più di vedere pubblicati disegni senza senso, estetizzanti e irrealizzabili o peggio edifici che, letteralmente, fanno acqua da tutte le parti).

Con Leonardi abbiamo deciso che i miei articoli sarebbero stati i pezzi di una rubrica dal titolo Made in Italy. Avrei affrontato il lavoro di architetti scelti tra pi├║ noti come Cino Zucchi o ABDR o tra gli emergenti o tra le promesse.

Devo dire che l’idea di presentare in dettaglio la migliore produzione italiana mi è stata utile per impostare, in seguito, il piano di lavoro di Italia Architettura, la serie di volumi dedicati all’architettura italiana che a partire dal 2009 sono usciti per la UTET. L’idea, forse troppo ambiziosa che avevamo con Diego Barbarelli, il quale e con me il motore di questi volumi, era di selezionare quanto di meglio si realizzasse in Italia, per costruire una raccolta affidabile e completa. Il progetto però pare che si sia arenato, almeno per adesso, al settimo volume, a causa della crisi economica che sta decurtando le vendite e quindi la pubblicazione di nuovi libri. (continua)

 

UNA CASA CHE GUARDA IL MARE (72): Antonella aveva preso male la mia malattia e non accettava l’idea che ci potesse essere una ricaduta. Così, mentre facevo le ultime cure, mi propose di comprare una casa al mare. Era un modo per ripartire, dire basta agli ospedali e sancire che la guarigione fosse definitiva e di li non si sarebbe tornati indietro.

Ne trovò via internet una meravigliosa sulla baia di Cefalù. Prendemmo l’appuntamento approfittando del fatto che saremmo scesi in Sicilia per un incontro a Riesi organizzato da Emanuele Tuccio. Il tema della conferenza era come trasformare il centro valdese progettato da Leonardo Ricci facendolo diventare un hub della cultura architettonica siciliana ( come l’ottanta per cento delle iniziative isolane non se ne fece nulla). A causa della chemio soffrivo il freddo e ricordo che mi portai una grande sciarpa blu per proteggermi. Da Riesi, dove era intervenuto, ci accompagnò sino a Cefalù Marcello Panzarella che credo abitasse da quelle parti.

Ci prese in consegna il venditore che ci portò a vedere la casa. Era in un posto meraviglioso. Guardava il mare, anzi quasi stava sul mare. Io però ero preoccupato e non me la sentivo di scommettere: era troppo presto per fare previsioni. E pensavo che se ci fosse stata una ricaduta ci saremmo trovati con un altro problema da affrontare. Anche Antonella lo dovette pensare vedendo che faticavo a salire e scendere per i gradoni del giardino. Ci aiutò un alibi: metà costruzione era abusiva e insanabile e la parte regolare troppo piccola. Insomma, se avessimo voluto regolarizzare, avremmo comprato un bel lotto ma non una casa di dimensioni soddisfacenti, oppure, se avessimo voluto conservare tutta la cubatura edificata, ci saremmo messi in mezzo a rogne. Evitammo così di affrontare la vera questione: la paura che l’esorcismo non avrebbe potuto funzionare. Chiusi la questione affermando che era destino che un catanese non comprasse casa vicino a Palermo.

L’estate, quando già stavo meglio, fummo invitati da Gabriella Giuntoli a Pantelleria. A organizzare il viaggio era stato Luigi Filetici che pensava di realizzare un libro su questo architetto poco pubblicato ma molto bravo, lui avrebbe fatto le foto, io avrei scritto il testo. Girammo per dammusi da lei ristrutturati, uno più bello dell’altro, e un paio di volte per spezzare andammo a mare. Era tanto tempo che non facevo un bagno perche ero diventato un attaccapanni di presidi medici e paramedici. Riscoprendo il piacere dell’acqua, mi convinsi che mia moglie aveva ragione. Dovevamo comprare una casa che guardava il mare e basta, senza fare calcoli o previsioni. Avremmo provato a cercarne una a Catania o a Taormina dove ci eravamo conosciuti. (continua)

 

A SIRACUSA (73): in realtà non volevamo solo una casa che guardasse il mare ma che avesse anche un giardino con un grande albero. Trovarne una con queste caratteristiche nel catanese, per chi non ha disponibilità economiche illimitate, non e facile. Lo stesso a Taormina. Antonella è però caparbia e non demorde. Alla fine, avevamo trovato due ipotesi su cui muoverci anche se, come spesso accade, distanti da quello che ci prefiggevamo. Una nel centro storico di Catania: una abitazione gigantesca e bellissima con soffitti a volta in una delle aree più degradate, oggi soggetta a fenomeni di timida trasformazione. Aveva una bella terrazza e il venditore, che non vedeva l’ora di levarsela magari a fronte di un po’ di pagamento in nero, ci avrebbe dato anche delle ex aree condominiali, tanto la proprietà era tutta sua. Mi piaceva molto ma poi mi accorsi che il tetto del palazzo aveva brutte curve e l’idea di rifare le travi con relativo cantiere mi fece desistere. La casa di Taormina era invece un buco, con potenzialità se avessi fatto degli innocui abusi. Arrivammo vicini al compromesso e ci eravamo messi pure d’accordo per il prezzo ma non me la sentivo di passare una parte della mia vita in una specie di camper in muratura organizzato al millimetro e con uno spazio all’aperto raggiungibile con una scala alla marinara, così approfittammo di un problema sorto dalla lettura delle carte per dare forfait.

Restavano due case da vedere, una in una località balneare a trenta chilometri da Catania e una villetta a Siracusa. La prima era perfetta, ristrutturata con gusto. Bastava entrare. Il proprietario ci avrebbe dato, oltre la casa, gli arredi, un posto barca e un gommone a motore e pensammo che ci avrebbe lasciato volentieri anche moglie e figli. Contrattammo il prezzo per la sola casa che oramai pensavo seriamente stesse per diventare nostra. La villetta a Siracusa era infatti bruttissima. Dentro e fuori. Questo aspetto deprimente non mi fece notare che stava a pochi metri dal mare, aveva soffitti alti e un bel giardino dove avremmo potuto piantare l’albero. Cosa che non sfuggì a mia moglie che disse: voglio questa, incurante dei tempi e costi per renderla un minimo decente e della mia fatica nel dover gestire un cantiere a distanza di 1.000 chilometri. Ma le donne si sa come sono. E mia moglie e peggio. Dopo una trattativa durata mesi e con un prezzo d’acquisto che, a mio parere ancora ci ridono dietro ma che comunque è stato più che ragionevole rispetto ai prezzi di altre località marine, comprammo la casa che guardava il mare in un’area naturalistica incantevole. Della casa non riuscimmo a salvare una mattonella sia perche cadevano da sole sia perche le poche che rimanevano non furono giudicate da Antonella degne di una vita nova. Una fatica spaventosa su tutti i fronti. Ma sinora non me ne sono pentito perche ho venti metri di vista libera sull’orizzonte, e una distesa marina sulla quale non si possono costruire case di sorta. E per un critico, il diritto di non vedere architetture, quando riposa, dovrebbe essere sancito per legge. (continua)

 

NON ESSERE PIANO (74): mia moglie ha sempre avuto il mal di mattone e credo che il fatto che io fossi un architetto contribuì molto a farmi prendere da lei in considerazione. Rimase da subito delusa vista la mia scarsa propensione a buttarmi nella professione.

Il suo eroe è da sempre Renzo Piano che incontrammo per la prima volta a Matera quando Nannerini, il direttore de l’Industria delle Costruzioni, mi mandò per fare un pezzo sul suo progetto di sistemazione dei Sassi. Renzo Piano, ricordo, era allora un cinquantenne arrivato e, con quel suo impermeabilino bianco di taglio francese che svolazzava nel vento mentre spiegava il progetto, era già un mito.

Da quel giorno e diventato il metro con cui confrontarmi per uscire inevitabilmente amato e sconfitto, con un cortocircuito che sanno fare solo le donne. Ecco, sembra dirmi, io ti amo e ti ho scelto nonostante tu non sia Renzo Piano.

Settaria sino all’inverosimile, non c’è stato progetto dell’architetto, anche il meno riuscito, che mia moglie non abbia trovato stupendo. E io mi diverto ogni tanto a mostrale la sua malafede, che lei senza battere ciglio riconosce. Come quando le ho fatto vedere una copertina con il museo Klee dicendo le che si trattava di un’opera di un architetto italiano che io apprezzo ma lei no. Che schifo, mi ha detto. Salvo cambiare parere quando ha saputo che si trattava di Piano.

Oramai per noi è un gioco. Che può portare a tragici misunderstanding come quando, dopo una serata Inarch, ci trovammo con i costruttori dell’auditorim. Antonella non lo sapeva e pensava che si trattasse di semplici appassionati di architettura. La conversazione ovviamente cadde sulle difficoltà a realizzare questa unica opera dell’architetto genovese nella capitale. I due signori dissero che il progetto aveva subito un fermo per carenze progettuali. A quel punto Antonella, che con me era reduce da un viaggio a Berlino, dove avevamo appena visto il suo intervento a Potsdamer, fece notare che Piano costruiva in tutto il mondo e solo a Roma, dove i costruttori sono ladri e sprovveduti, succedevano questi problemi. Io, imbarazzato, le diedi un calcio sotto il tavolo. Lei, pensando che per gioco volessi censurarla, rincarò la dose. E così pure fecero i costruttori per raccontare le loro ragioni. Altro calcio, in una spirale alla fine incandescente. Conclusa la cena le chiesi: ma lo sai chi erano gli interlocutori? No, rispose. I costruttori dell’auditorium. E lei con il suo sguardo angelico: e perche non me lo hai detto prima?

Bene, tutto questo discorso per dire che Antonella ha il mal di mattone e che quindi, dopo cliniche e ospedali, si rilassò organizzando la casa di Siracusa dove riuscimmo a fare un piccolo capolavoro rendendo accettabili i prima inguardabili spazi interni. Per migliorare l’esterno ci sarebbe voluta la bacchetta magica, soprattutto per togliere due archi, che oramai mi sono rassegnato a considerare come la maledizione dell’Accademia che mi perseguita. Difatti li chiamo Vittorio e Mario. Servono però a ricordarmi sulla pelle quanto sia stupida la teoria della tettonica. Se, infatti, il progettista fosse stato Wright con uno dei suoi tetti rischiosamente aggettanti questa terrazza che guarda il mare sarebbe stata la più bella del mondo.

Terminati i lavori, nei quali ci aiutarono due amici architetti siciliani, organizzammo il trasloco dei mobili, da Roma. A Roma, infatti, avevamo comprato la cucina da Ikea che in quegli anni non aveva ancora il suo negozio a Catania. Anna e il marito, ricordo, ci aiutarono nei trasporti di notte dentro la cittá con la loro multipla.

Qualche giorno dopo, trovai nella cassetta delle poste un avviso di raccomandata. Vado alla posta ed è un assegno dell’ufficio imposte di rimborso delle tasse di zia Letizia scomparsa da quasi un decennio. Corrisponde esattamente all’importo del costo della cucina. Non posso fare a meno di ricordare che quando ci sposammo fu proprio zia Letizia che volle regalarci quella della casa di Roma. (continua)

 

PIDA E ALTRI PREMI (75): ero stato a Ischia da ragazzo con i miei amici di allora, divertendoci moltissimo a favoleggiare sulle bellissime figlie di Don Pedro, l’albergatore, e sulla Mummia, una distinta ma non particolarmente attraente signora che gestiva il ristorante. Quindi, quando mi arrivò un invito di Giovannangelo De Angelis a dargli una mano a mettere su proprio ad Ischia il premio PIDA per la migliore architettura degli alberghi accettai con entusiasmo, per il luogo e per i ricordi che mi suscitava. L’iniziativa credo sia stata un successo e siamo arrivati alla quinta edizione. Un evento che richiede a Giovannangelo uno sforzo organizzativo notevole, anche perche al premio si affiancano workshop e altre iniziative.

Io da parte mia sono entusiasta dei premi di architettura e non li reputo dei semplici eventi mondani o una forma di gratificazione di cui si potrebbe fare a meno, come vorrebbero coloro che non vi partecipano ( alcuni perche non sono mai invitati?). Per tre ragioni: la prima è perche forniscono preziose informazioni sugli architetti che operano nel territorio. la seconda perche aiutano a tessere contatti e relazioni con le tante figure che gravitano nel mondo dell’architettura attraverso ordini professionali, associazioni, riviste e imprese. La terza perche danno forza ai premiati. Ricordo sempre l’orgoglio con il quale un architetto americano, Robert Quigley, che da ragazzo andai a trovare nel suo studio di San Diego, mostrava i suoi riconoscimenti. E so quanto questi riconoscimenti possano aiutare i progettisti a farsi rispettare, specie in provincia, da uffici tecnici di enti e ministeri sempre più vessatori e aggressivi.Se sei Fuksas o Piano nessuno osa mettere la penna sul tuo progetto, ma, se non lo sei, tutti sono pronti a farti l’esamino e a insegnarti quello che avresti dovuto fare.

Oltre al premio PIDA sono stato chiamato in quegli anni a partecipare a altri due: Quadranti di architettura e il premio per l’architettura siciliana organizzato dall’associazione costruttori di Catania. Ho imparato che queste iniziative possono nascere e possono prosperare solo se dietro c’è una persona che le vuole fortemente e ci lavora sodo. E difatti da quando è morto Gaetano Pappalardo che era il motore del primo, di Quadranti non se ne sono fatti più, nonostante dichiarazioni di interesse del sindaco, degli ordini, delle associazioni. Idem per l’altro trainato dalla figura carismatica di Andrea Vecchio, ed esauritosi quando è scaduto il suo mandato di presidente dell’associazione.

Dicevo che i premi sono utilissimi per conoscere gli architetti che lavorano in provincia. E infatti in uno, anzi in due di questi, ho incontrato Orazio La Monaca, un progettista di Castelvetrano la cui conoscenza ha contribuito a cambiare il corso della mia vita di critico. Lo avevo notato nel premio Quadranti e poi lo avevamo premiato per i suoi progetti di alberghi proprio al PIDA, dove ci siamo incontrati e mi disse: devi venire a tutti i costi a Selinunte. Sto correndo troppo, ho bisogno di fare un passo indietro e ritornare da Anna Baldini. (continua)

 

ANNA E IL PROGETTO DI PRESS/TLETTER e PRESS/TMAGAZINE (76): con Anna – e all’inizio c’era solo Anna- abbiamo messo in piedi un ‘impresa pazzesca, qualunque sia il giudizio voi vogliate dare: che abbiamo aggiunto rumore a una cultura fatta di chiacchiere come vorrebbero i detrattori; che abbiamo innovato il modo di fare critica architettonica come mi piace credere.

Ecco alcuni dati: tra presS/Tletter e presS/Tmagazine in dieci anni abbiamo fatto oltre dieci milioni di invii, raggiungendo una media di ventimila architetti e fornendo contenuti per oltre ventimila pagine pari a circa un centinaio di volumi di medie dimensioni ( uno di questi, nel senso che poi è diventato effettivamente un volume perche lo ha editato Prospettive, è il libro delle cartoline di Renato Nicolini, che credo da solo conti più di trecento pagine. Un altro è la selezione dei progetti migliori del magazine che ha editato Mancosu editore).

Su presS/Tletter e presS/Tmagazine hanno scritto personaggi conosciuti e importanti per la critica architettonica e non meno numerosi giovani talenti, alcuni che si sono fatti conoscere attraverso di noi.

Ma, l ‘aspetto importante è stato un altro, anzi sono stati due.

Il primo è che ci ha permesso di entrare in contatto con chi, anche molto bravo, non trovava spazio sui canali ufficiali. Scrittori, vignettisti, artisti, designer e progettisti. Con molti si sono attivati progetti comuni. Penso alle numerose iniziative partite dalla base e che hanno trovato in noi una sponda. Mi piace ricordare Rizomi, una rassegna destinata ai giovani architetti, e stroncata da Francesco Garofalo, che sul Giornale dell ‘Architettura la ha giudicata la peggiore di quell ‘anno. Probabilmente perche era male informato e perche da cattedratico non ha quella sensibilità che gli permette di capire che le migliori iniziative si caratterizzano sempre per una energia che le rende non proprio ineccepibili dal punto di vista di un certo formalismo, ma che se fosse altrimenti sarebbero dei mortori accademici.

Ma soprattutto, attraverso presS/Tletter e presS/Tmagazine, abbiamo capito che, oltre a generare dibattito e incoraggiare le iniziative di altri, dovevamo noi stessi farci promotori di concorsi ed eventi.

L ‘Italia, dal punto di vista della valorizzazione del talento, è credo la peggiore nazione del mondo ( forse esagero, magari c ‘è qualche paese del centro Africa che ci batte), e non fare nulla, poi lamentandosi che tutto va male perche siamo senza architettura, è colpevole. Ho un ‘educazione cattolica, anzi gesuitica che è peggio che cattolica, e penso che il peccato di omissione sia ancora più grave del peccato di chi ci prova e non riesce. Bisognava inventare delle formule. Possibilmente a costo zero utilizzando la stessa astuzia con la quale in dieci anni abbiamo spammato 10 milioni di mail ricevendo incoraggianti apprezzamenti, invece che insulti e improperi come accade quando ti arriva la pubblicità del viagra. (continua)

 

CANCELLI E NODI (77): c ‘è una storiella ebraica che racconta che , come capita con le ciambelle, alcuni individui sono venuti male, rivelandosi dei perfetti rompicoglioni, e allora, accortosi dell ‘errore, nella sua infinta bontà, il Padreterno ha deciso di minimizzarne l ‘impatto, mettendone uno per condominio.

Io questa storiella la interpreto anche nell ‘altro senso e cioè che la maggior parte delle persone ha potenzialità compresse da un numero in fondo limitato di personaggi negativi e meschini. Che invece di dare spazio cercano di toglierlo.

Divisi in ogni condominio, li troviamo pure in quelli dell ‘architettura e della critica, spesso come amministratori: sono coloro che hanno la chiave che chiude il cancello senza la quale non si riesce a passare. Giustificano il loro comportamento con le ragioni dell ‘alta cultura, che loro spesso non hanno, perche alla guardiania di questi cancelli sono arrivati per eredità, per servilismo, per scaltrezza, per aver coltivato le giuste relazioni e non le giuste letture. Nulla quindi a che vedere con la vera conoscenza che vuole partecipazione, apertura mentale, scambio continuo di informazioni.

Per non rimanere succubi del loro gioco occorre, a questo punto, una diversa concezione della critica che, come ho già avuto modo di accennare, rifiuta l ‘idea del territorio chiuso da cancelli e opta per il modello della rete, i cui nodi assorbono energia e la restituiscono incrementata. A moltiplicare le occasioni di confronto dovrebbero essere i concorsi.

Con la presS/Tletter ci siamo battuti sino allo spasimo per attivarli e farli puliti, tirando fuori un decalogo molto apprezzato ma poco adottato. E così a un certo punto abbiamo deciso di farli noi. Non potendo mettere in palio la realizzazione dell ‘opera, abbiamo organizzato premi per giovani architetti e per giovani critici limitando il giudizio ai lavori già fatti e comunque non necessariamente inediti.

Ne abbiamo però organizzato uno con idee ad hoc per la ricostruzione, a seguito del terremoto in Abruzzo. Le istituzioni se ne sono fregate: “grazie, lodevole, non abbiamo tempo, abbiamo cose più urgenti” e intanto si costruivano case in località poi giudicate non appropriate a circa 3 mila euro al metro quadrato.

Se non potevamo dare soldi, con i nostri premi potevamo offrire visibilità. E il buon esempio introducendo, come regola, la valutazione con due giurie diverse e con punteggi separati (ogni giurato vota senza conoscere le valutazioni degli altri e vince chi ha più punti) per evitare che, con un paio di amici in giuria, ci potessero essere vincitori in pectore.

Inutile dire che quello dei premi è un lavoro faticoso che comincia a richiedere una organizzazione. Per fortuna grazie alla presS/Tletter e al presS/Tmagazine stavano gravitando intorno a noi un numero crescente di energie. E così è bastato fare uno più uno ed è nata la Factory. (continua)

PRESS/TFACTORY (78): la storia andò più o meno così: Anna, con la tecnica della goccia cinese, sosteneva che dovevamo costituire una associazione. Io nicchiavo perche ho una doppia natura: una innovativa e frettolosa, e una immobilista e abitudinaria. E la pratica costituzione dell ‘associazione la avevo assegnata proprio alla parte immobilista. Alla fine decisi che la proposta si poteva archiviare e pensai a una struttura più agile che non avesse ne statuto, ne vincoli di alcuna natura. Un laboratorio. Certo, mettere il nome di presS/Tfactory, ricordando la Factory di Warhol, non è stata una trovata particolarmente originale. Però vi assicuro che ci abbiamo pensato a lungo e abbiamo trovato che proprio la parola Factory rendesse bene l ‘idea di una struttura operosa, innovativa e in continuo divenire (e se credete che sia facile, provate voi a trovare un nome migliore).

I primi a partecipare erano collaboratori della presS/Tletter: Diego Barbarelli, Zaira Magliozzi, Giulia Mura, Santi Musmeci, Ilenia Pizzico, Federica Russo, Marco Sambo. Poi si sono aggiunti Claudia Alessandro, Valentina Buzzone, Laura Corvino, Luca Marinelli, e Giovanna Solito. Sono loro dodici (solo una coincidenza casuale con altri gruppi formati da dodici persone) il nucleo storico, la prima ondata.

Erano ragazzi e trovarono tutto vecchio, a partire dal logo, per il quale abbiamo subito bandito un concorso e, siccome non sapevamo che premio dare, avevamo promesso, se ben ricordo, di regalare al vincitore la partecipazione al primo corso o al primo workshop che avremmo organizzato. Parteciparono una quarantina da tutta Italia e fu scelta la grafica, che trovo molto riuscita, di una ragazza che non ha mai ritirato il premio e ci ha chiesto di non essere citata.

A questo punto dobbiamo tornare alla storia che abbiamo lasciato qualche post fa e cioè al mio invito a Selinunte da parte di Orazio La Monaca. Invito che, devo dire, non pensavo di accettare sino al giorno in cui ricevetti una sua telefonata. In cui mi diceva che sarei dovuto andare assolutamente e di corsa per parlare con il Sindaco che e ci teneva a conoscermi e aveva in mente grandi progetti. Era stato colpito favorevolmente da un articolo sul nuovo municipio di Castelvetrano (Castelvetrano e Selinunte hanno lo stesso sindaco) realizzato dallo stesso La Monaca, che io avevo scritto per Edilizia e Territorio. Orazio mi anticipa che, tra le altre cose, il Sindaco avrebbe voluto che io gli presentassi una star per il progetto del nuovo porto.

Per principio ho in gran sospetto i politici, soprattutto se affetti dall ‘effetto Bilbao. Quando credono che basti una star per sistemare tutto, dimenticando che a fare il successo della città basca sono stati, oltre Gehry, un ‘amministrazione che ha lavorato e investito sodo nel rinnovamento della città e il coinvolgimento della fondazione Guggenheim che non è esattamente una pro-loco con a capo il cugino dell ‘assessore. Per di più la sera stessa della telefonata vedo alla televisione un servizio su Castelvetrano che dipinge la cittadina come la tana di un noto boss mafioso. Penso ai guai che mi ha provocato a suo tempo la partecipazione alla commissione urbanistica del comune di Roma e mi chiedo se vale la pena farsi coinvolgere di nuovo da una realtà comunale. Sono in dubbio. Andare o trovare una scusa? Alla fine, la curiosità vince. Oltretutto, mi dico ad alta voce per convincermi, il nuovo municipio questo Sindaco lo ha costruito su un terreno confiscato alla mafia. Può darsi, che possa essere una persona pulita. (continua)

 

POMPEO, DECQ, CONCORSO (79): fu subito amore. Gianni Pompeo era il miglior sindaco in cui Comune avesse potuto sperare: un medico con la passione per la politica; un uomo di straordinaria umanità e di polso; visionario, tanto da non farsi assorbire dalla routine, prammatico tanto da aggiustare il bilancio comunale e riuscire a portare in porto i propri progetti; un uomo, oltretutto, con una passione profonda per l ‘architettura. Aveva chiuso i lavori della sistemazione delle piazze di Castelvetrano progettate dallo studio Culotta e Leone. Aveva bandito e realizzato il concorso per il nuovo Municipio per utilizzare i terreni confiscati alla mafia e così risparmiare sui canoni degli affitti degli uffici esistenti. Aveva affidato a Giuseppe Guerrera una nuova entrata del parco archeologico collocata di fronte alla borgata abusiva di Triscina.

Unico problema: era oramai al suo secondo mandato, quindi con davanti una vita da sindaco breve per portare a buon fine progetti troppo impegnativi, come si rivelerà il porto turistico.

Gli spiegai subito che l ‘idea di coinvolgere una star non mi convinceva. Sarebbe stato più utile pensare agli spazi pubblici di Marinella di Selinunte coinvolgendo giovani architetti e artisti. Lui ascoltò e rilanciò. Bene- disse- facciamo tutti e due. Lei mi trova la star. Io le faccio i concorsi. Lanciò uno sguardo perentorio al capo del suo ufficio tecnico, l ‘ingegnere Giuseppe Taddeo il quale, annuendo appena con la testa e mostrando un mezzo sorriso, fece capire che non ci sarebbe stato alcun problema a bandirli in tempi brevi. Taddeo, dirigente appassionato ed efficientissimo, è oggi uno dei motori degli eventi di Selinunte.

Dovevo trovargli una star. Mi venne in mente Odile Decq. La conoscevo ed era la meno star tra le possibili. Una persona solida, concreta, fattiva. A gestirne l ‘immagine in Italia era una cara amica, Paola Maugini alla quale telefonai, per sapere dopo qualche giorno che Odile era disponibile, e poi sul tema dei porti stava lavorando in altre località.

Per il concorso dovevamo costruire il bando. Ci venne in mente una formula di cui siamo ancora orgogliosi. Un concorso in due fasi di cui la prima su curriculum per evitare ai progettisti lavoro inutile e non pagato. I sei gruppi selezionati avrebbero invece avuto la certezza di un incarico che sarebbe potuto essere più o meno rilevante e comunque retribuito. Prima avrebbero dovuto partecipare a un workshop di tre giorni. Durante il quale sarebbero stati edotti sui problemi del luogo e si sarebbero confrontati tra loro. Il workshop sarebbe stato aperto agli studenti di architettura o ai neolaureati che avessero voluto aggregarsi ai sei gruppi. In questo modo raggiungevamo due obiettivi: evitare che il gruppo di progettazione lavorasse su una realtà urbana conosciuta solo sulla carta e coinvolgere in un processo di crescita anche i giovanissimi. Alla fine del workshop, in cui ogni gruppo avrebbe lavorato su tutte le sei aree che avevamo individuato, nuova valutazione in cui sarebbero stati assegnati gli incarichi: il progetto per l ‘area più importante sarebbe andato ai vincitori, ai secondi classificati sarebbe andato quello di consistenza appena minore e così via. E questo con l ‘obiettivo di alimentare un po ‘ di sana concorrenza tra i sei gruppi. Infine, sarebbe stato concesso ai sei un certo periodo di tempo per elaborare i loro progetti che sarebbero stati appaltati ricorrendo ai fondi europei.

L ‘idea sembrava funzionare e ha funzionato almeno sino al conferimento degli incarichi, meno per il resto a causa delle lungaggini che ammazzano ogni progetto pubblico che oggi si tenta di realizzare in Italia. Mancava solo da predisporre una giuria sulla quale nessuno avesse potuto obiettare nulla. La organizzammo mettendo insieme critici, direttori di riviste, e qualche professore per non farci sparare addosso dall ‘università. Andò tutto bene, anzi benissimo anche se giuro che nelle prossime giurie non metterò mai più un cattedratico. Vivono, e voglio essere generoso, proprio in un altro mondo. (continua)

 

SELINUNTE (80): con Orazio La Monaca diventammo amici. Il concorso era andato bene, Odile stava lavorando al progetto del porto, e c ‘era tra noi un fraterno affiatamento. Un giorno, prima di tornare a Roma, gli chiesi di portarmi in macchina nella vicina Gibellina. Quando posso, ci vado sempre con piacere per capire cosa un urbanista e un architetto non dovrebbero mai fare e non dimenticare quanto possano essere infausti il culto del disegno e della teoria. E poi ci recammo al Cretto di Burri, un ‘opera meravigliosa nella sua durezza, nella sua commossa inumanità. Per strada Orazio mi raccontava dei seminari di Gibilmanna organizzati da Alberto Samonà quando lui era ragazzo. Gli dissi a bruciapelo. A Selinunte faremo di meglio. Selinunte diventerà la capitale dell ‘architettura italiana. Ho abbastanza senso dell ‘ironia per capire che l ‘avevo sparata grossa. Nello stesso tempo so che se non ci poniamo obiettivi smisurati rispetto alle nostre forze non riusciremmo a percorrere neanche i pochi passi che riusciamo a fare. E infine vedevo che Orazio non mi considerava affatto pazzo, come sarebbe stato ragionevole fare, anzi stava già pensando a come organizzarci. A Roma c ‘erano Anna e la Factory che ancora non si immaginavano dello scherzetto che, in termini di impegno e lavoro, stavamo preparando loro. (continua)

 

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