L’autobiografia a-scientifica di lpp – prime 40 puntate

VALLE GIULIA (1): Quando studiavo all’università di Roma, i miei assistenti di Composizione 3-4 e 5 erano Giangiacomo D’Ardia e Dario Passi che a quell’epoca erano più rossiani dei rossiani più incalliti. Predicavano la sofferenza e l’angolo retto che -dicevano- era didattico. Accusavano Gregotti di essere poco rigoroso. Dicevano di lui con un che di superiorità: un professionista colto ( nella seconda metà degli anni settanta la parola professionista nell’ambiente universitario era quasi un insulto). Ambedue erano bravi a loro modo e D’Ardia, passata la febbre della Tendenza, si è liberato assimilando, anche se in un modo personale, la moda decostruttivista. Devo a loro l’ossessione per la precisione del progetto ma anche la costruzione di un super-io rigorista che, assommato alla mia eccessiva propensione per l’aspetto logico delle cose, determina frigidità compositiva. Insomma da loro e -direi- nonostante loro ho capito ciò che un buon professore non deve mai in nessun caso essere: un controllore severo, un mortificatore della creatività. Quando mi son reso conto di ciò, sono scappato e l’esame di composizione 5 lo ho fatto in altro modo. (continua)

 

MELOGRANI E LA TESI (2): era il 1979. A un certo punto capii che con D’Ardia e Passi non ci saremmo laureati mai. Sembrava che godessero a farti stare sulla tesi per anni. Ho sempre pensato che lo facessero perche alla seduta di laurea non volevano sfigurare con gli altri professori e quindi se ne fregavano del tuo tempo e della tua fatica. Ma è un’ipotesi maliziosa: forse lo facevano perche avevano l’idea che uno per laurearsi dovesse arrivare a un livello elevato da loro deciso. Certo che in questo caso non si capisce che relazione ci possa essere tra la qualità della tua formazione e il disegnare per mesi puntinati a zero due o a zero uno. Comunque sia, il nostro gruppo di cinque ( gli altri erano Massimiliano Chialastri , Stefania Macori, Gelsina De Jacobis e Antonino Saggio ), con il quale avevamo fatto quasi tutti gli esami sin dal primo anno, si stava spaccando: oramai non avevamo più un collante. Parlai con Nino Saggio con il quale avevo maggiore affinità e gli dissi: Carlo Melograni mi sembra la persona migliore e comunque ci farà laureare in tempo. Nino ci pensò credo una sera e decise anche lui per Melograni. Al primo incontro gli portammo per farglielo vedere il progetto fatto per composizione 3 e 4: avevamo scelto credo i disegni meno duri e poi c’è da dire che nel seminario D’Ardia e Passi noi eravamo i più funzionalisti e meno ingessati. Ciononostante il nostro progetto era una stecca lunga diverse centinaia di metri e a notevole spessore che oggi rassomiglierebbe a un carcere. Un modello abitativo figlio del Corviale ma visto con la cattiveria di un rossiano. Non potrò mai dimenticare la faccia che fece il povero Melograni, appassionato del brutalismo soft e dell’edilizia residenziale olandese e inglese, quando vide i disegni. (continua)

 

IMPASSE (3): Quando andavamo da Carlo Melograni per le revisioni della tesi, c’era un unico copione. Entravamo nel suo studio e ci faceva accomodate in una stanzetta. Poi per venti minuti a me e Nino faceva domande. A me sul mio lavoro al liceo Assunzione , una scuola dei Parioli dove insegnavo storia dell’arte e disegno allo sperimentale. Probabilmente lo divertiva il fatto che ero giovane (23 anni) e avevo come alunne ragazze anche ventenni, notoriamente molto carine. Terminate le domande, gli facevamo vedere disegni e schizzi che avevamo preparato. A questo punto, il suo umore da allegro diventava plumbeo. Non spiccicava quasi parola per la nostra disperazione. Poi ci diceva che così ancora non andava e ci dava qualche suggerimento che però noi non riuscivamo mai a capire in che senso dovessimo applicarlo. Uscivamo dallo studio costernati e mortificati, accompagnati da un Melograni sempre più cupo e silenzioso. Dopo alcuni mesi di questo supplizio pensavamo che ci saremmo laureati ancora più tardi che con D’Ardia e Passi. Per fortuna, un giorno Melograni ebbe una intuizione e invece di seguirci lui- forse perche era oramai anche lui stremato- ci disse che era meglio se a seguirci fosse stato un suo assistente. E così ci assegnò a Paolo Meluzzi, una mossa che ci cambiò la vita. ( continua)

 

MELUZZI E LA SVOLTA (4): grazie a Paolo Meluzzi tutto divenne più facile. Era un docente di composizione nato: sapeva darti consigli e indirizzarti. Il tema era un quartiere residenziale di edilizia economica e popolare in una borgata di Acilia, nella zona delle ex casette Pater. Noi intervenivamo con case basse ad alta densità e , in particolare, con due tipologie molto care al gruppo Melograni: case a patio e case a percorso pensile ( sul tema delle case basse e delle case a percorso pensile Melograni avrebbe pubblicato più tardi un paio di numeri monografici della rivista Edilizia Popolare). Io avevo una spiccata preferenza per le case a patio. Le case a percorso pensile, pur essendo molto migliori della squallida edilizia residenziale a ballatoio che in quegli anni si progettava nelle ideologizzate facoltà di architettura, non le amavo particolarmente. Avrei quindi preferito dirigere la mia specifica ricerca di tesi proprio sulle prime. Ma, per evitare che ognuno tirasse acqua al proprio mulino, con Nino facemmo un patto: tutti e due avremmo lavorato su tutto. Alla fine avremmo estratto a sorte la parte di tesi da presentare come nostra: così a me sarebbero potute toccare indifferentemente o le case a patio o quelle a ballatoio. Mi sembra una bella idea che potrebbe essere attuata anche oggi. Infatti lavorammo con grande intensità e passione tutti e due a tutta la tesi, che anche oggi continuo a pensare nell’intero e nelle singole parti come di entrambi. Chissà se Nino, che conserva più di me le carte, ha ancora qualche immagine di quel progetto che ci costò sei mesi di intenso lavoro:prima con orari da ufficio e, alla fine, dalle 8 di mattina all’una di notte. Devo dire, con nessuna nottata senza dormire, una pratica di moda tra gli studenti di architettura ma che a me sembra solo il sintomo di una congenita incapacità di organizzazione del tempo. (continua)

 

HABRAKEN (5): Per la tesi, su suggerimento di Andrea Vidotto, che faceva anch’egli parte del gruppo degli assistenti di Melograni, avevamo deciso di adoperare il metodo SAR messo a punto da John Habraken. Era un metodo che permetteva di sostituire alcuni componenti dell’abitazione con altri in ragione delle richieste dell’utenza: per esempio la stessa abitazione poteva annettersi una camera da letto piccola o una grande o uno studiolo o altro senza per questo dover modificare la propria struttura di base. Ciò portava a prospetti non bloccati e a quella che, per certi versi, si poteva considerare una opera aperta e suscettibile di aprirsi al processo partecipativo degli utenti. In opposizione con l’idea allora dominante, tra gli adepti della Tendenza, che l’opera d’architettura fosse chiusa, data una volta per tutte e autonoma, nel senso di dipendere solo da leggi interne alla disciplina. L’attenzione a questa cultura aperta e democratica, che ha tra i suoi esponenti Aldo Van Eyck, Herman Hertzberger e altri olandesi, provocherà successivamente un violentissimo scontro tra me e Franco Purini, durante una conferenza, che credo minerà per sempre i nostri rapporti ( ma di questo parleremo a suo tempo). Con Nino, come dicevo, lavoravamo duro e su un principio insieme paritario e gerarchico. Nel senso che sin dai primi esami fatti insieme all’università ( li avevamo fatti quasi tutti insieme con il nostro gruppo di 5) vigeva la regola del: chi lavora comanda. E siccome ci sono giorni in cui si hanno più energie e altre in cui se ne hanno meno, si decideva giorno per giorno, in relazione allo stato di vigore giornaliero, chi comandasse per quel tratto di percorso. (continua)

 

RIPASSARE A CHINA (6): lavoravamo in una cantina che noi aulicamente chiamavamo studio di una palazzina in via della stazione Tuscolana. Un giorno viene Nino e mi dice che aveva trovato un modo per farci imbucare a tutti e due in un viaggio di studio in Inghilterra di un altro corso, credo della Gatti e il cui giovane assistente era Marco Petreschi. Per me non era facile andare perche lavoravo anche come insegnante al liceo Assunzione e già mi facevo vedere il meno possibile per preparare la tesi. Ma comunque alla fine ebbi il permesso dalla preside. L’aereo non partì per un problema tecnico. E così il viaggio fu rimandato di qualche giorno. A questo punto decisi di non andare più perche non me la sentivo di chiedere un altro permesso a scuola e anche perchè il giorno della discussione si avvicinava. Andò solo Nino. Questo viaggio fu importante perche a me permise di risolvere con Meluzzi alcuni piccoli problemi della tesi sui quali però ci stavamo impantanando ( lavorare da solo è più facile, in certi momenti che in due) e fece conoscere a Nino un gruppo di persone che furono decisamente importanti per la sua vita , e cioè la sua futura moglie, ma anche influirono sulla mia e cioè l’amicizia con Luigi Franciosini. Nel 1979 disegnare una tesi non era una cosa semplice. Serviva una quantità di tempo infinita per passare a china. Come era usanza, allora ci aiutarono molti amici e conoscenti. Ricordo ancora con nostalgia quelle serate passate ad annerire i muri, fare i puntinati e a parlare della nostra vita e del senso dell’esistenza sia con persone con le quali si era già in grande confidenza sia con altre che le si conosceva appena. Non so perche ma il disegno stimola le confessioni dell’anima. (continua)

 

QUARONI, LAUREA (7). E giunse il momento della laurea. Era dicembre del 1979. Avevamo deciso, senza tirare a sorte e di comune accordo, che io avrei portato le case basse e Nino quelle a ballatoio. Da un paio di settimane eravamo rintanati a lavorare; io da una ventina di giorni dormivo da una mia zia che abitava vicino allo studio per non perdere il tempo degli spostamenti da casa, che non si trovava proprio vicino. Melograni sembrava soddisfatto anche se ricordo che nell’ultima revisione ci tenne, senza che noi glielo avessimo chiesto, a precisare che lui la lode non ce la poteva garantire. Affermazione questa che a pensarci oggi non faceva una grinza perche sarebbe bastata l’opposizione di un membro della commissione che ce l’avesse avuta con Melograni per perderla, ma che a me sembrò un prendere le distanze perche il lavoro era buono e oltretutto arrivavamo alla tesi con una media degli esami precedenti già vicina al 110 ( tutti trenta e trenta e lode, un ventinove, un ventotto, due ventisette e un ventiquattro, se ricordo bene; Nino l’aveva leggermente più alta non avendo preso il 24 a materie giuridiche, un esame che ancora mi brucia e che se fosse possibile, e avesse un senso, ripeterei, per quanto mi sentii mortificato: ma quel giorno dell’esame la mia testa era altrove perche moriva mia nonna la quale è stata la penultima della mia famiglia in ordine di sparizione). Ricordo il terrore con il quale rifilammo le tavole della tesi, con la paura che si potessero strappare. Il giorno dopo, tutti e due, in giacca e cravatta, andammo a Valle Giulia. Presidente della commissione era Ludovico Quaroni, un personaggio che in facoltà aveva un che di leggendario. Ci aspettavamo critiche al nostro approccio non proprio in linea con le mode della facoltà, e in particolare del postmoderno triste che allora andava. Invece l’unica obiezione – giusta- fu riguardo alla non collocazione di un piccolo parcheggio vicino a un gruppo di case. Era un difetto che speravamo passasse in cavalleria e di cui nessuno, tranne io e Nino, si era mai accorto. Ma non sfuggì all’occhio attento di Quaroni. Ci fecero i complimenti e ci diedero la lode. Ce la avevamo fatta a laurearci nei cinque anni previsti. Io avevo 23 anni , Nino 24. (continua)

 

ARGAN (8): qualcuno pensa che io sia uno zeviano, il che è in parte falso. Se c’è un critico al quale devo la mia formazione è Giulio Carlo Argan. Avevo divorato la sua Storia dell’arte italiana quando studiavo al liceo Mamiani e in seguito ogni giorno mi confrontavo con le sue tesi perche utilizzavo proprio il suo testo al liceo Assunzione dove insegnavo la storia dell’arte già da quando avevo 19 anni. Ricordo che ero andato a sentire qualche sua lezione a Lettere pensando di fare l’esame con lui. Ma poi lasciai perdere perche non aveva senso dare un esame su una materia che già pensavo di conoscere. La mia passione era l’arte. Grazie ad Argan mi sono avvicinato alla scuola iconologica e a Panofsky. E attraverso lui a Cassirer che è uno dei miei riferimenti. Quelli erano gli anni in cui gli intellettuali e gli pseudotali non facevano che citare Marx e la dialettica. Io, invece, non riuscivo a vedere che la filosofia della scienza e quindi Kant. E Cassirer dei kantiani è il più chiaro e il più brillante. (continua)

 

MADRE ROSA (9): All’Assunzione la preside era una suora di nome Madre Rosa, che pesava meno di quaranta chili e si nutriva con un the al giorno. Era un personaggio eccezionale di immensa cultura, apertura e curiosità e di non semplice approccio che aveva inventato uno dei licei pi├║ innovativi d’Italia. Quando mi presentai a lei per delle supplenze, me ne offrì, per provarmi, una lunga e insieme l’incarico per aprire e chiudere il cancello della scuola alla fine delle lezioni. Io accettai, con grande curiosità delle allieve, alcune molto graziose, che poco capivano chi fosse questo professore con incarico di portineria. Il lavoro all’Assunzione fu importante in un momento difficile. Dopo otto anni dalla scomparsa di mio padre, stavo perdendo mia madre e poter contare su un lavoro e su un ambiente ricco di rapporti umani -molti studenti erano quasi coetanei- mi diede sufficiente energia e apertura alla vita per non chiudermi e non fare la fine del piccolo Leopardi. Dopo qualche anno, grazie al fatto che la titolare di arte diede le dimissioni, ebbi a tempo indeterminato il corso e lasciai, con un certo rammarico quel posto di portiere che mi faceva vedere la scuola anche da una prospettiva insolita. (continua)

 

NICOLINI (10): Renato Nicolini e stato probabilmente il docente più carismatico che ho incontrato nella facolt├í di architettura. Forse perche lo ebbi come assistente al corso di composizione 1 di Fiorentino. Rimasi affascinato dal modo in cui riusciva a collegare architettura, arte, letteratura, cinema, teatro. E quando non lo capivo perche dava per scontati concetti architettonici che non lo erano affatto al primo anno di universit├í, avevo sempre la sensazione che quello che dicesse meritasse attenzione e approfondimento. Nicolini ci insegnò a detestare le tesi di Benevolo e ad apprezzare il noiosissimo libro di Samon├í sull’urbanistica e l’avvenire della citt├í e il libro haussmaniano di Carlo Aymonino sullo sviluppo e l’origine della citt├í moderna. Era uomo di spirito e la leggerezza contribuiva al suo fascino come quando lo sentii parlare in aula magna citando frasi mai dette da uno scrittore latino americano mai esistito. Grazie a lui probabilmente rimasi qualche altro mese in pi├║ nella cellula del PCI della facolt├í di architettura dove mi ero iscritto provenendo dalla FGCI del Mamiani e dove non sopportavo il segretario Sergio Petruccioli, che vedevo come l’anello di congiunzione tra un burocrate e un despota ( nella stessa sezione c’era il giovane Francesco Garofalo che già faceva prevedere il suo percorso). Fui felice quando, finito il corso, Renato chiese a me e Nino Saggio di dargli una mano, cosa che però non si concretizzò. Presto si sarebbe dedicato a tempo pieno alla politica inventando quello straordinario modo di vivere la citt├í che fu l’Estate Romana. Ci siamo persi di vista e, successivamente, passato io al campo liberale non l’ho pi├║ cercato. Lo rincontrai una decina di anni fa per chiedergli di collaborare alla presS/Tletter. Mi sembrava l’intelligenza giusta per esprimere posizioni diverse da quelle del resto della testata. Gli proposi per la sua rubrica il titolo Le cartoline di Renato Nicolini che a lui piacque molto. Da quel momento ogni settimana, sino alla morte me ne ha mandate settimanalmente quando una, quando un paio, quando addirittura dieci. Le abbiamo raccolte in un libro che e l’unico omaggio che ho potuto rendere a un professore e poi amico tanto speciale. (continua)

 

MENNA (11): Un altro docente della facolt├í di architettura di Roma che ha dato un apporto decisivo alla mia formazione e stato Filiberto Menna. Furono fondamentali la lettura del suo libro la Linea analitica dell’arte moderna e gli scritti di Jan Mukarovsky che ci aveva consigliato per l’esame. La linea analitica mi introdusse allo spirito autoriflessivo dell’arte di quegli anni che, guardandosi allo specchio, meglio si capiva, ma allo stesso tempo, come Narciso guardando la propria immagine, annegava ( inutile dire che gli artisti lavoravano su questi temi con maggiore tempismo e intelligenza degli architetti postmoderni). Mukarovsky la differenza tra funzione estetica e funzioni teorica e pratica: nella linea kantiana che e poi quella che, come dicevo, ha segnato il mio percorso filosofico ( fui felice quando scoprii che su questa tripartizione si muoveva un altro dei miei filosofi preferiti: Ortega y Gasset). Con Nino Saggio seguimmo tutte le lezioni del corso di Menna e andavamo alle serate che lui organizzava presso uno spazio detto il Lavatoio nel quartiere Flaminio. La sua prematura morte ha sottratto alla critica una delle menti pi├║ lucide. (continua)

 

ZEVI (12): avevo letto i principali libri di Bruno Zevi appena entrato all’università e divorata la sua storia dell’architettura credo in un paio di giorni durante un viaggio, restandone affascinato. Il percorso universitario che avevo scelto mi aveva però portato lontano dalle sue tesi. Bisogna considerare che in quegli anni, presso gli intellettuali politically e architecturally correct, vigeva nei suoi confronti un sordo ostracismo. Che ricorreva a qualsiasi giustificazione pur di emarginarlo dal dibattito architettonico, prendendo a pretesto il suo carattere irriverente e paradossale. Zevi? Intelligente ma pazzo. Questa era l’idea che girava. Anche perche Tafuri, in quegli anni sugli altari, appariva più serio, più colto, pi├║ intellettuale. ├ê così leggevamo i libri indigeribili di quest’ultimo, compravamo Casabella o Controspazio, i cui numeri arretrati si trovavano da Dedalo in viale Rossini a pochi passi dalla facoltà, e schifavamo l’Architettura cronache e storia. Pur avendo un piano di studi con numerosi esami di storia dell’arte e dell’architettura, mi rifiutai di fare l’esame di storia dell’architettura contemporanea con lui. Tolta qualche rara lezione che frequentai per curiosità, Zevi lo vidi solo all’Inarch dove con Nino andavamo quasi ogni lunedì. A testimoniare la sua crescente emarginazione dal contesto universitario vennero le sue dimissioni dal l’insegnamento nel 1979. Molto più tardi, quando lo invitai a una conferenza in cui presentavo un mio libro a Valle Giulia nella aula magna a lui dedicata, Zevi mi ringraziò ma mi disse che aveva giurato che in quella Universit├í non avrebbe mai messo più piede. (continua)

 

ZIA LETIZIA (13): avendo perso mio padre a 11 anni, fu la sorella di mia madre, zia Letizia, che svolse la funzione paterna, teleguidandola da Roma dove abitava. Fu sua l’idea di mandarmi prima a studiare dai Gesuiti ad Acireale, un posto abbastanza lontano da Catania per non stare a contatto con il dolore di mia madre. E poi, visto che mi madre non voleva uscire dal lutto, di farci trasferire a Roma per vivere in un ambiente pi├║ stimolante e per seguirmi pi├║ da vicino. A Roma, nonostante mi avessero iscritto al V ginnasio del Mamiani, continuavo a frequentare i Gesuiti e Sauro De Luca al quale devo un insegnamento prezioso: che l’intelligenza e la cultura sono i nostri beni pi├║ preziosi ma che comunque non bastano a salvarti. Fu Sauro De Luca, quando vide che mia madre stava andandosene, a parlare con Franco Romanelli, per chiedergli di coinvolgermi nel suo corso di materiali da costruzione artificiali alla facolt├í di architettura e di parlare con madre Rosa per farmi avere una supplenza all’Assunzione. Zia Letizia era un personaggio straordinario nei suoi pregi e nelle sue paure. Enfant prodige si era laureata in storia e filosofia a 20 anni e, nonostante la guerra, saltando tre anni. Giornalista al giornale La Sicilia era stata l’inconsapevole tramite perche mio padre, che ne era il direttore, e mia madre si conoscessero. Aveva una conoscenza storica enciclopedica, una infinita passione per la cultura laica e liberale nonostante fosse molto religiosa, parlava e scriveva di getto, senza correzioni. Sarebbe potuta, se solo fosse stata pi├║ arrivista, diventare la numero uno del giornalismo. Si era trasferita a Roma alla morte del padre al quale era legatissima per lavorare alla Rai dove diventò dirigente. Ma là, in quel carrozzone politicizzato e bruciacervelli, era un talento sprecato. ├ê stata lei che mi ha insegnato a scrivere spiegandomi con infinita pazienza che una cosa e pensare di avere le idee, un’altra esprimerle. Anzi che se non sai esprimerle vuol dire che le avevi confuse. Un’idea di Croce? Certamente, in biblioteca aveva tutti i suoi scritti, regalatigli da mio nonno, massone e liberale, nella edizione della Laterza. (continua)

 

POSITANO E TAORMINA (14): quando ti laurei, dopo la prima esplosione di felicità, il giorno dopo sei disperato perche non sai che fare. Io però un lavoro di insegnante che mi appassionava lo avevo. Inoltre, con Nino avevamo altre due cose da fare. Iscriverci di corsa a una scuola di specializzazione per non perdere le pensioni che entrambi percepivamo, e che avremmo continuato a percepire per qualche anno, e fare un concorso con il gruppo Melograni che così ci avrebbe testato forse per una pi├║ duratura collaborazione. Il concorso era per una piazza a Positano. Ci lavorammo intensamente anche se non tanto quanto Melograni aveva ipotizzato, e questo fu un motivo per il quale credo che la collaborazione con il suo studio non and├│ avanti ( l’altro fu legato a una ricerca universitaria nella quale ci aveva coinvolti e in cui credo che lo sorprendemmo chiedendo un rimborso economico). Vincemmo il concorso a Positano nel senso che arrivammo secondi a pari merito, mentre il primo premio non fu assegnato. Naturalmente, come quasi sempre accade in Italia, non seguì alcuna realizzazione. Ma se mi dite: “ecco questa e la prova che i concorsi in Italia non servono a niente”, vi risponderò che non è vero. Essere vincitore a quel concorso mi servì l’estate successiva per attaccare discorso con una ragazza sulla spiaggia di Taormina. Era Antonella, che sarebbe diventata mia moglie. Segno che a qualcosa i concorsi in Italia possono ancora servire. (continua)

 

CONCORSI E APPRENDISTATO (15): non pensate che a Taormina fu facile attaccare discorso con la mia futura moglie. Antonella non era una che dava confidenza a tutti e fu provvidenziale il fatto che la sua famiglia provenisse dalla costiera amalfitana e che io avessi vinto il concorso proprio a Positano ( tralascio tutta la restante strategia perche questa e una autobiografia intellettuale, ma fu più difficile che ideare un quartiere con il metodo SAR). Del resto quello era per me un periodo fortunato. Con Nino preparammo altri due concorsi, questa volta per conto nostro e coinvolgendo Donatella, la futura moglie di Nino, e li vincemmo. Uno a Napoli, un altro a Roma organizzato dai costruttori romani. Il tema era lo stesso della tesi: tipologie abitative e loro capacità di trasformarsi in relazione alle esigenze dell’utenza. Ma sto correndo troppo. La cosa pi├║ importante che, in effetti, feci subito dopo la laurea fu, con il senno del poi, un errore. Andai infatti a lavorare quasi tutti i pomeriggi nello studio di Paolo Meluzzi per fare un po’ di tirocinio. Mi ero laureato brillantemente ma conoscenze pratiche ne avevo poche. Non sapevo come si disegnasse un planovolumetrico o un esecutivo e non avrei saputo distinguere la calce dal cemento. Lo studio di Meluzzi era piccolo -in pratica io e lui- e si faceva un po’ di tutto. Là ho scoperto come organizzare un piano particolareggiato, un esecutivo di un carcere, un progetto per abitazioni di cooperativa e altro. Da questo punto di vista l’esperienza e stata utile: ho imparato il mestiere. Ma il punto e che stava cambiando proprio il mestiere. Il percorso giusto da fare sarebbe dovuto essere un altro: andare in un grosso studio con relazioni internazionali, magari all’estero, fare un po’ come Mario Cucinella che e andato da Renzo Piano. La figura del professionista legato all’incarico trovato tramite piccola clientela privata o agganci nel settore pubblico stava infatti scomparendo. Stava nascendo l’architettura senza frontiere come oggi la conosciamo. ├ê questo il motivo per il quale quando qualche ragazzo mi chiede un consiglio gli dico subito: impara l’inglese e scappa all’estero. Gli do cioè l’ avvertimento che non avuto da nessuno e che ho pagato sulla mia pelle. Un consiglio che se valeva quando la situazione in Italia non era ancora così drammatica, vale a maggior ragione oggi quando anche gli avanzi e le briciole che la mia generazione ha trovato sulla tavola sono stati spazzolati via. (continua)

 

VENDICARE SE STESSI (16): quando mi sono laureato pensavo che avrei trovato tutte le porte aperte. Che si poteva volere di pi├║? Ero un ragazzo brillante, che aveva fatto bene e presto l’universit├í, che non si tirava indietro, che lavorava anche 16 ore al giorno, con una buona educazione. Invece, ogni giorno di pi├║, mi sono accorto che tutto questo non bastava. Un po’ per mia carenza: non avevo doti imprenditoriali e non sapevo gestire il denaro. Nessuno all’universit├í mi aveva insegnato come fare funzionare uno studio, come organizzare una piccola impresa. Un po’ per un atteggiamento familistico tipico italiano: se non hai le giuste connessioni a poco serve il tuo valore. Credo che questo sia uno dei motivi per il quale quando vedo figli di pap├í che si credono bravi solo perche sono stati spinti dai loro genitori mi imbufalisco. E credo che questo sia il motivo per il quale oggi cerco di organizzare iniziative che premiano il talento e che promuovono i giovani. Sono convinto che ragazzi di valore, bravi tanto quanto lo ero io quando mi sono laureato, ce ne siano centinaia ma che questo Paese sciupone e dilapidatore fa di tutto per mortificarli e non valorizzarli. Promuovendo loro, in un certo senso, vendico me stesso. (continua)

 

ESAME DI STATO (17): con Nino decidemmo di fare l’esame di stato alla prima sessione utile per poi iscriverci all’Ordine. Allo scritto trovammo anche Filippo Raimondo, che già dai tempi dell’università era in gruppo con Desideri, Beccu e la Arlotti. Loro erano più grandi di noi ma avevano deciso di laurearsi con D’Ardia e Passi e avevano perso tempo. Durante l’ex tempore mi accorsi che venivano fuori i rispettivi caratteri. Filippo mise ore per fare la pi├║ bella cornice a matita che io avessi mai visto. Poi disegnò qualcosa che si vede era tanto buono da meritare il massimo, ma io sono ancora convinto che il massimo glielo diedero per la cornice a doppio tratto che aveva così artisticamente creato. Nino, che nel disegno era un po’ pasticcione, scriveva e scriveva, poi aggiungeva schizzi a mano libera, poi altre cose ancora. Sono convinto, ma non può essere vero, che a un certo punto usò la pennellessa. Anche lui andò molto bene. Io avevo un ottimo rapporto velocità precisione, non disegnavo ne bene ne male ma ero una macchina: in otto ore feci piante, sezioni, prospetti, prospettiva. Andai bene, credo la stessa valutazione di Nino, ma inferiore a Filippo. All’orale avrebbero potuto innalzare il voto, ma mi scontrai con il commissario. Sosteneva che le case basse ad alta densità, con le quali oltretutto mi ero laureato, non andavano bene per l’edilizia popolare. Io, che allora ero di un’arroganza infinita, molto peggio di oggi, me lo mangiai vivo. Il commissario avrebbe potuto bocciarmi, ma si mostrò tollerante e mi confermò il voto dello scritto. Per colpa di questo carattere da li a qualche mese perderò un concorso, già quasi vinto, per entrare come architetto nelle ferrovie. In giuria c’era il meno sportivo D’Amato Guerrieri, allora portoghesiano di ferro con fazzoletto nel taschino e cappello bianco in testa. Oggi scherzosamente gli dico che se critico la sua cricca e perche e lui che mi ha fatto perdere il treno per andarmene altrove. (continua)

 

CORSO DI PIANIFICAZIONE URBANA(18): il corso di specializzazione in pianificazione urbana applicata alle aree metropolitane era noioso come il titolo che lo annunciava. Era diretto da Gorio, già anziano, e da Imbesi. Per fortuna che a tirare la carretta fu Nino con il quale facemmo una tesi sull’agriturismo che in quegli anni non era diffuso come oggi e in molte regioni sembrava una pratica stranissima, tanto che quando un paio di anni dopo, durante il servizio militare, scrissi un articolo sull’argomento per il quotidiano La nuova Sardegna, me lo pubblicarono solo perche ero stato presentato da una persona a cui il direttore non poteva dire di no. L’unico episodio divertente che ricordo fu quando il professore di demografia ( o statistica?) che era molto ridicolo ci parlò dell’incredibile tasso di natalità del Messico. A quel punto io scrissi un bigliettino a Nino: “scopano molto i messicani”. A lui venne da ridere. Il professore lo guard├│ mentre si tratteneva. Così venne da ridere a me. Questo indusse Nino ancora di pi├║ a ridere mentre si tratteneva con sforzo crescente. Io non ce la facevo più, e mi abbassai sotto il banco per non farmi vedere. Seguì Nino con le lacrime agli occhi. Insomma una risarella stupida e intrattenibile. Con il professore che non riusciva a capire e continuava a fare lezione sciorinando indici su indici. Mentre noi non riuscivamo a pensare che ai messicani con i loro larghi sombreri. Pi├║ tardi l’universit├í di Roma bandì il primo concorso per un dottorato di ricerca in pianificazione. Superai lo scritto e l’orale ma non tanto da entrare. Segno che di urbanistica -una materia che oltretutto non mi ha mai entusiasmato- e, aggiungerei, di dottorati non mi dovevo occupare. In realtà non fu così perche a distanza di alcuni anni fui nominato, per meriti esclusivamente politici, membro della Commissione Urbanistica del Comune di Roma: fu forse la peggiore rogna della mia vita. (continua)

 

CONCORSI (19): negli scritti dei concorsi ero imbattibile per l’eccellente rapporto velocità precisione. In otto ore di ex tempore producevo il doppio degli altri e poi me la cavavo bene con le materie tecniche e il calcolo strutturale, dove i più dotati dal punto di vista artistico, si trovavano spesso in difficoltà. Feci due concorsi. Uno per le Ferrovie e uno per l’INAIL. Allo scritto delle Ferrovie, dove c’erano nove posti a disposizione, arrivai secondo subito dopo il candidato interno. Sembrava una situazione di tutta tranquillità: anche se all’orale fossi andato male sarei dovuto rientrare agevolmente nella rosa. Partii sicuro e fu Caporetto. Tra i commissari, quello di maggior spicco era Claudio D’Amato, allora pupillo e allievo del più famoso Portoghesi: erano i primi anni ottanta e c’era stata appena la biennale di Venezia da quest’ultimo diretta. In effetti in commissione doveva esserci proprio Portoghesi, il quale aveva corretto gli scritti, ma poi, per non so quali motivi, forse i troppi impegni, aveva dato forfait agli orali delegando appunto D’Amato. D’Amato mi chiese in che modo avrei progettato una stazione ferroviaria. Sapendo quanto fosse passatista, gli dissi che mi sarei ispirato al futurismo e gli tenni testa ribattendo alle sue osservazioni. Ero contento perche non gliela avevo data vinta, ma scontento per il mio tono poco rilassato e aggressivo. Quando uscirono i risultati, vidi di essere precipitato da secondo a oltre trentesimo. Me la ero cercata. In certi momenti ha poco senso far valere le posizioni di principio. Tornato a casa, feci una severa autocritica cercando, come mi avevano insegnato i gesuiti, di guardarmi da fuori per capire cosa non fosse andato. In effetti, se fossi stato un datore di lavoro non avrei mai assunto un ragazzo tanto arrogante. Per il concorso dell’INAIL bisognava lavorare sulla affabilità e la simpatia. Così feci e da quarto, su due posti a disposizione, arrivai primo. A presiedere la commissione era Lucio Barbera che poi ho avuto modo di incontrare come assessore alla cultura al comune di Roma e come preside della Quaroni. Sia lui sia il mio futuro coordinatore all’INAIl mi hanno, in seguito, rinfacciato che all’esame sembravo un altro, quello appunto con il mio lato migliore. Fu il periodo dei concorsi. Ne feci diversi per la scuola superiore vincendone un paio. In uno, addirittura, mi dimenticai di scrivere nella busta il mio nome e mi ripescarono confrontando il tema con l’altra prova scritta. Ma oramai la mia esperienza con l’insegnamento al liceo era chiusa, troppo impegnativo e troppo mal pagato: ogni cosa, del resto, deve avere il suo tempo. (continua)

 

FRANCIOSINI E SUTRI (20): subito dopo la laurea e prima della stagione dei concorsi ho conosciuto Luigi Franciosini. Me lo presentò Nino Saggio con il quale si erano conosciuti credo durante il viaggio in Inghilterra fatto mentre stavamo preparando la tesi. Fu l’inizio di una grande amicizia a tre durata solo un paio di anni. Facevamo tardissimo la sera, organizzavamo feste con un elevato tasso alcolico, parlavamo ore e ore di arte e architettura. Zia Letizia era addirittura preoccupata che ci fosse qualcosa di strano. Droga? Indicibili relazioni? Sospetto che, ovviamente, non aveva alcun senso visto che eravamo tutti e tre sanissimi, più o meno scapoli e alla ricerca delle anime gemelle che poi non tardammo a trovare. Dei tre il Franciosini era il pi├║ dotato come architetto, con tendenze kahaniane che non so se ancora siano presenti nella sua ricerca. Fu lui che coinvolse Nino nella costruzione della sua villa a Sutri. Poi Nino dovette partire per il militare e, avendo bisogno di una mano, mi cooptarono nella fase esecutiva perche dei tre ero quello con maggiore esperienza di realizzazioni.La costruzione di quella casa minò i nostri rapporti che non furono mai pi├║ gli stessi. Una storia abbastanza tipica tra gli architetti. La casa fu pubblicata da qualche parte e nel libro di Diane Ghirardo sulla più recente architettura contemporanea, ma non era, a mio avviso, il capolavoro per il quale valeva perdere un’amicizia. (continua)

 

PURINI E PALAZZO TAVERNA (21): il lunedì si andava a Palazzo Taverna dove c’era sempre qualcosa di interessante organizzato dall’Inarch. Non ricordo in che anno ma si discuteva della pi├║ recente architettura in un incontro coordinato da Franco Purini. Io non intervenivo quasi mai, ma quella volta non potei farne a meno. Dissi che in Italia c’era un clima provinciale e che all’universit├í si sarebbero dovuti studiare progettisti più interessanti di quelli della Tendenza, per esempio Piano ed Hertzberger. Un intervento anche ovvio, se vogliamo. Purini, in chiusura, prese il microfono e mi accusò di essere meno di un imbecille. Perche secondo lui ne Piano ne Hertzberger erano architetti, d’altra parte quelli erano i tempi in cui Tafuri e Dal Co schifavano il Beaubourg. Il suo fu un intervento così violento che ero tentato di risalire sul palco e dargli un pugno nel naso. Non lo feci ma ricordo che la Gatti, che stava nel pubblico, si sentì lei in dovere di scusarsi per Purini. Poco male pensai, non mancherà occasione per riprendere la discussione. Avvenne una decina di anni dopo quando gli insulti reciproci turbarono la pace del chiostro della chiesa di San Salvatore in Lauro, vicino a via dei Coronari dove si erano spostati gli incontri dell’Inarch. Il tema questa volta era Corviale e a coordinare era il professor Zevi. La mia frase pi├║ gentile nella zuffa che avvenne nel backstage fu che gli abitanti nelle scale delle residenze che Purini aveva disegnato a Napoli ci pisciavano allegramente. Oggi, a distanza di tempo, non posso che confrontare le carriere di Piano e di Purini e quello che hanno realizzato. Non sar├í difficile per voi arrivare alle conclusioni che riterrete più opportune. (continua)

 

PROFESSIONE (22): in quegli anni decisi di diventare un affermato professionista e cominciai a darmi da fare. Frequentavo persone che avrebbero potuto darmi incarichi, avevo comprato una bella macchina e vestivo in giacca e cravatta. Ancora conservo da qualche parte quelle di Hermes con gli animaletti di cui facevo la collezione: la mia preferita era verde con le ranocchie. Ho avuto nel corso di quegli anni numerosi clienti: industriali, dirigenti, medici e politici. Ero portato a fare case, soprattutto a dividerle. Il dramma erano i clienti. Era come entrare all’interno dello loro psicologie e non sempre ciò era divertente. E poi c’erano i rapporti di potere tra marito e moglie, la tirchieria, le fisime. Ricordo un cliente che aveva una moglie bruttissima e che rinnovò casa perche così pensava che si sarebbe rinfrescata pure la moglie, la quale, invece, ovviamente, rimase tale e quale. Un altro che mi accusò di essere maniaco sessuale perche nel bagno, nella parete di fronte al vaso avevo collocato uno specchio. Un altro mi accusò di avere esposto male la villa che era addossata alla collina e poteva avere un unico affaccio. E poi liti interminabili tra marito e moglie per chi dovesse pagare, anche la colazione che mi avevano offerta. Per non parlare della sorpresa davanti alle parcelle, come se io già non mi divertissi abbastanza a lavorare per loro. Il problema pi├║ grosso era che credevo nel processo partecipativo per cui facevo di tutto per fare in modo che i clienti credessero di arrivare da soli alle decisioni. Questo, invece di renderli riconoscenti nei miei confronti, li convinceva ancora di più che io servissi solo a fare loro compagnia e che la parcella non fosse pertanto dovuta. E dava loro licenza per cambiare, provocando guai infiniti, i progetti sino all’ultimo minuto. Adesso, ovviamente, un poco esagero: ho avuto anche clienti bravi e rispettosi, ma se dovessi ripetere l’ esperienza mi comporterei in modo diverso. L’ho capito quando una amica di mia moglie mi chiese di sistemarle casa proprio nel momento in cui avevo deciso di non farne pi├║. Gliela feci gratuitamente ma solo alla condizione tassativa che, comunicatemi le sue esigenze, si fosse stata zitta per tutto il tempo. Lei accettò e subì un dittatore. Compreso quando le imposi un divano lungo e arancione che mia moglie mi implorò di risparmiarle. Non demorsi, tacitai anche lei e credo che quella sia una delle case migliori che abbia mai fatto, per stessa ammissione delle due. (continua)

 

POLITICA (23): decisi di occuparmi di politica: un po’ perche era una mia passione da sempre, un po’ perche speravo che in questo modo qualche incarico professionale sarebbe venuto. Entrata da tempo in crisi la mia ideologia di sinistra ( in realtà comunista non lo ero mai stato, l’ Unione Sovietica mi repelleva e mi ero avvicinato prima alla FGCI e poi al PCI solo dopo la svolta di Enrico Berlinguer) ero incerto verso quale partito laico dirigermi. L’occasione arrivò attraverso un amico di mia zia Letizia, lo scrittore Giulio Cattaneo che mi presentò a Rossana Livolsi allora caporedattore del giornale liberale l’Opinione. Cominciai con alcuni articoli su Roma e con altri di arte e ricordo anche che feci dei disegni e delle copertine. Ero felice: l’altra mia grande passione, dopo l’insegnamento, era il giornalismo e scrivere per un giornale di partito mi esaltava. Inoltre entrai in contatto con tutto il gruppo dell’Opinione: Camillo Ricci, Antonio Gennari, Paolo Palleschi, Nicola Porro, Marcello Masi, Giuseppe Vegas, Giuseppe De Filippi. E poi con Paolo Battistuzzi, uno dei cinque personaggi importanti nella mia vita. La nostra era la componente di sinistra del partito diventata maggioritaria con Valerio Zanone. Niente a che vedere con l’idea di un partito per benestanti in pensione. Lo vedevo invece come l’avamposto di un’area laica che si sarebbe distinta dalle chiese democristiane e comuniste e anche dagli irrecuperabili socialisti. La mia grande gioia fu quando diversi anni dopo PLI , PRI e Radicali si unirono. Ricordo ancora il discorso di Bruno Zevi che al cinema Adriano celebrò il nuovo soggetto politico. Purtroppo alle elezioni andò male, anzi malissimo: le tre forze laiche si separarono e da lì a poco arrivò tangentopoli che rimescolò tutte le carte. Quando Battistuzzi nel 1989 fu nominato Assessore alla cultura e al centro storico del comune di Roma mi volle come suo consulente e mi mise nella commissione urbanistica e in una commissione sulle rilocalizzazioni delle pubbliche amministrazioni di cui parlerò tra poco. Data la mia natura, questi incarichi non mi portarono alcun beneficio professionale, ma a litigare con gli squali della giunta ( voi forse vi siete scordati di personaggi come Lo Squalo e Luparetta ma erano ancora peggio dei briganti di oggi) e, poi, ad un processo, per fortuna bloccato dal gip, in cui corsi il rischio di andare in galera e di andarci in compagnia con Adriano La Regina e altri. E l’idea di godermi il sole a strisce con uno della soprintendenza e, per chi mi conosce, un supplemento di pena. (continua)

 

ANZIANI, BARRIERE, MANUALISTICA (24): negli anni ottanta mi dedicai alle case per la terza età. L’occasione me la fornì la collaborazione con la Fenacom, il gruppo degli anziani della Confcommercio. Trovavo assurdo che in Italia gli anziani abbiano come scelta o morire di solitudine in case inadeguate o in un ospizio lager. Studiai cosa facevano nei paesi del nord Europa e scrissi un libro: uno dei primi sull’argomento. Il titolo era: A misura di anziano, abitazioni per la terza età. A presentarlo, appena uscì nel 1987, fu il ministro per gli affari sociali Rosa Russo Jervolino che conoscevo sia come amica di zia Letizia sia come madre di una delle mie alunne. Il giorno della presentazione del libro lessi su un giornale che il suo ministero aveva lanciato una commissione per studiare e prevenire gli incidenti domestici. Così, appena la vidi alla libreria Croce dove si teneva la presentazione, le chiesi di coinvolgermi. Cosa che avvenne iniziando la mia carriera di incidentologo e barrierologo. Con la commissione degli incidenti domestici, guidata dal professor Menichella, preparammo infatti un ottimo lavoro che ci portò ad essere nominati nella commissione dei Lavori Pubblici incaricata di scrivere la normativa sulle barriere architettoniche: il Dm 236 del 1989 per gli edifici privati e poi le nuove misure per gli edifici pubblici. Tra gli esperti c’erano Fabrizio Vescovo, Paolo Quarantelli, Enzo Cuciniello. Oggi tutto questo sembra scontato, ma vi assicuro che negli anni ottanta non lo era affatto. Fu veramente una vittoria, se pur piccola, della civiltà contro la barbarie del mal costruire e dell’estetismo idiota. Ho girato molto a tenere conferenze e incontri sull’argomento. Ho anche pubblicato tre o quattro manuali sulle barriere e sugli incidenti domestici che ora non si trovano più in libreria ma che hanno avuto un discreto successo. Difatti alcune persone mi conoscono più per queste pubblicazioni che per i successivi libri di critica. Il lavoro che facemmo per le barriere ci fruttò il premio nazionale Inarch che allora mi apparve un immenso riconoscimento. Solo pi├║ tardi, quando mi avvicinai all’Istituto, ho scoperto che Massimo Bilò, uno degli esperti della commissione, era anche un personaggio influente nel l’inarch. E così ho imparato che è prassi comune che i premi di architettura sono spesso il frutto di astute triangolazioni. (continua)

 

COMMISSIONE DI STUDIO (25): facendo politica mi sono reso conto di quanti soldi si sprecano a partire dai gettoni di presenza nelle commissioni di studio. Quella a cui mi avevano nominato, per la rilocalizzazioni fuori dal centro storico degli edifici delle pubbliche amministrazioni, era a mio giudizio praticamente inutile ma molto ben pagata: circa dieci milioni di lire per andare a una quindicina di riunioni ( alcuni personaggi noti, ma che e meglio non ricordare, andarono solo a una o due sedute compresa quella in cui presentarono la parcella). In commissione c’era però un uomo di grande rigore morale e simpatia umana, il professor Raffaele Panella, e con lui cercammo di meritarci il compenso che ci veniva assegnato. Presentammo uno studio sugli sprechi della pubbliche amministrazioni: quanti soldi buttavano in affitti strapagati, quanto spazio inutile occupavano ecc… Che mi risulti, del lavoro che presentammo non se ne fece nulla. Lo tirò fuori, su mio suggerimento, Paolo Battistuzzi con una interrogazione parlamentare, anche questa rimasta senza esito nel senso che gli risposero elusivamente. Provai a rilanciare l’argomento con un articolo su Costruire, una rivista con la quale collaboravo. Nulla. Dopo qualche tempo una giornalista ritirò fuori le carte e mi cercò per intervistarmi. Ne venne fuori un articolo molto circostanziato sul supplemento settimanale del Corsera. Pensavo: ecco, adesso lo scandalo scoppia. Invece niente. Per fortuna a distanza di anni, in periodo di spending review l’argomento appare di nuovo tornato di attualit├í. Sono passati più di venti anni. (continua)

 

COMMISSIONE URBANISTICA (26): fui nominato nella commissione urbanistica del comune di Roma senza che nessuno sapeva chi fossi, se non l’architetto in quota liberale. Il mio curriculum lo presentai a nomina fatta: fu messo, senza guardarlo, in un faldone. Nella commissione c’erano molti tra i professori e gli architetti romani pi├║ noti, tutti rigorosamente selezionati in quota di qualche partito. Simpatizzai con qualcuno ma devo dire che avevo la sensazione che diversi arrivassero con il compito già preparato. Quando presenziava l’assessore, di cui mi sfugge adesso il nome ma che era da tutti conosciuto come Luparetta, li vidi accettare in silenzio insulti e arroganze: non ho mai capito se per buona educazione o per realismo professionale. Un giorno sbottai e dissi a Luparetta che non si doveva permettere di usare toni arroganti con noi. Il giorno dopo tramite segreteria politica fui cazziato: noi eravamo alleati di quell’ex barbiere bifolco. A questo punto capii che la politica non faceva per me. Quando, a distanza di anni mi arrivò un avviso di garanzia per aver approvato, con tutta la commissione un piano che ci era stato istruito in un certo modo e invece pareva dovesse esserlo in un altro, cercai di far capire al mio avvocato che non era nostro compito fare i conti della cubatura ma dare solo un giudizio qualitativo. Lui mi rispose che avevo ragione ma il giudice non l’avrebbe capito. Poi, per fortuna, i calcoli fatti dall’ufficio si rivelarono giusti. La storia si chiuse dopo quattro o cinque anni che mi costarono ansia infinita. Avevo guadagnato 500 mila lire in gettoni di presenza, avevo speso 10 milioni di avvocato. Ho giurato di non partecipare pi├║ a una commissione di nomina politica per il resto della mia vita. Se c’e questa giustizia, e bene che in quei posti ci vadano o gli spericolati o i delinquenti. (continua)

 

NON AVERE TEMPO (27): sono sempre stato ossessionato dal tempo e quindi sono puntualissimo. Anche se penso a quando ero bambino e mi veniva ogni giorno a prendere alle 7 il pullman della scuola che mi avrebbe portato ad Acireale, non riesco a trovare una trovare una volta che mi abbiano aspettato. Chi e puntuale soffre due volte: perche arriva in anticipo agli appuntamenti e perche aspetta i ritardatari. Però questo mi ha consentito di non fare mai nottate per studio o lavoro, perche ho sempre finito i miei lavori in anticipo. Negli anni, l’ossessione e aumentata: devo fare tutto subito, senza procrastinarlo. Forse perche ho vissuto, superandola, la morte di tutta la mia famiglia, mi e rimasta questa ferita: la sensazione di non avere tempo. Non si può aspettare, bisogna fare, preparare il futuro che sarà migliore, migliore di quel cumulo di macerie che e il passato. Non credo quindi a quelli che mettono una vita per fare una cosa. Generalmente e perche sono disorganizzati. Certo c’e qualche genio che aspira alla perfezione: ma gli Arturo Benedetti Michelangeli sono pochi, gli altri, di regola, avrebbero potuto fare, con risultati uguali, molto prima. Gran parte della mia vita la ho impegnata quindi a sprecare tempo per mettere a punto sistemi che non facessero perdere tempo. E così, avendo disegnato diverse case, ho cercato di inventare un sistema per fare progetti di interni velocemente, seguendo un sistema predefinito e con pezzi precotti che a mano a mano venivano assemblati. L’obiettivo era poter licenziare un piccolo progetto esecutivo in un giorno. Tutto ciò avrebbe favorito la qualità delle realizzazioni, la standardizzazione ( non dal punto di vista estetico ma funzionale) del prodotto, il rapporto con il cliente. Ne e venuto fuori un libro, Manuale per la qualità delle ristrutturazioni, che ha venduto qualche migliaio di copie. E poi un manualetto, il Salvatempo, che ha avuto non minore successo, stampato in più edizioni. Naturalmente non li ho mai usati nelle mie ristrutturazioni, perche, per non perdere tempo, una volta che li ho terminati, avevo deciso di fare altro. Dedicarmi all’arte, all’architettura, alla filosofia, insomma alle mie grandi passioni. (continua)

 

NUOVE UTENZE, NUOVE RESIDENZE (28): per fortuna che mia moglie e appassionata di architettura, se no non ce la avrebbe fatta a resistere a camminare per le periferie di mezzo mondo per cercare edifici notevoli che nessuna altra persona, se non l’architetto, degna di uno sguardo. Girare per capolavori mi ha fatto capire che era meglio che smettessi di fare l’architetto con ambizioni. Se non sei cieco, si vede subito la differenza tra un onesto professionista e un genio. Oggi, da critico, mi chiedo perche tanti architetti e professori, che hanno anche una discreta cultura, non arrivino alle stesse conclusioni. Boh… Comunque, per tornare alla nostra storia, e con gli inizi degli anni novanta che decido di lasciare l’attività professionale e le mie ricerche su incidenti domestici e handicap. Uno dei punti di svolta e il numero monografico della rivista Edilizia Popolare dal titolo Nuove utenze, nuove residenze che curo insieme con Nino Saggio nel 1993. A commissionarcelo e Massimo Bilò, allora uno dei responsabili della rivista. Lavorarci mi fece un doppio piacere: perche un decennio prima su Edilizia Popolare, in un numero curato da Melograni, erano state pubblicate un paio di immagini della nostra tesi e poi perche mi dava l’occasione di chiudere un capitolo e aprirne un altro. Chiudere perche così sintetizzavo tutte le esperienze sull’edilizia speciale facendo capire che questa non era speciale affatto. Infatti in una società sempre più atipica quale la nostra, doveva essere la normalità cioè la famiglia tipo, in funzione della quale ancora si progettava, ad essere messa in discussione. Aprire perche abbandonavo l’aspetto manualistico e normativo per tornare all’impegno teorico progettuale. Mi ero anche stufato di girare per incontri sulle barriere architettoniche e mia moglie non ne poteva più di andare a convegni in cui si parlava di maniglioni e montascale e le chiedevano quale fosse il mio handicap e, poi, volevo tornare all’universit├í che allora vedevo come un luogo ideale, come un centro di alta cultura. Grazie a Nino, che in quel periodo collaborava con Marta Calzolaretti, feci un paio di anni di assistenza al corso di composizione. A collaborare eravamo in tre: Nino, Roberto Grio e il sottoscritto. Vi assicuro, eravamo un dream team. (continua)

 

ASUD (29): fu nella metà degli anni novanta che mi chiamarono da Catania. Da una decina di anni i miei rapporti con la Sicilia si erano affievoliti sino a scomparire del tutto. Con i parenti da parte di mio padre non c’era mai stata grande frequentazione perche avevano visto di malocchio il matrimonio di mio padre con una ragazza di trent’anni più giovane. E con i parenti di mia madre, che non amavano particolarmente zia Letizia, troppo intellettuale, troppo piena di manie e di paure, le occasioni per stare insieme si erano rarefatte. A chiamarmi adesso dalla Sicilia erano gli architetti di una associazione, ASUD, acronimo di Architetti Siciliani Urbanisti Designer , che mi volevano come presidente, probabilmente perche non ne trovavano uno e io ero catanese come loro e , soprattutto, residente abbastanza lontano da non costituire motivo di preoccupazione. Tra loro c’erano Gigi Longhitano, Maurizio Mannanici, Salvo Puleo, Franco Porto. Da presidente organizzai un paio di incontri tra i quali uno indimenticabile nel quale portai Nino a presentare il suo recente libro su Terragni. Il libro e del 1995 quindi deve essere stato in quello stesso anno o nel successivo. L’incontro doveva durare solo una mattina, invece fu tanto coinvolgente da andare avanti nel pomeriggio tanto che si dovette correre a comprare arancini e pizzette, che lo resero ancora più indimenticabile. Da allora sono ritornato in Sicilia sempre più spesso, e alla fine ho anche comprato una casa che guarda il mare sotto Siracusa, ma di questo parleremo dopo. La cosa importante e che durante questi incontri feci amicizia con Franco Porto, un organizzatore culturale infaticabile che verso la fine degli anni novanta ha fondato la sezione regionale dell’Inarch. Con lui ci siamo inventati la nuova architettura siciliana, in una versione più interessante e diversa da quella casabelliana della scuola neo siziana di Palermo. Non perche la abbiamo fatta ( ovviamente il merito e degli architetti) ma perche l’abbiamo scoperta, coltivata, lanciata e così fatta conoscere. (continua)

 

ZEVI E L’ARCHITETTURA (30): Zevi era l’unica persona al quale avrei potuto scrivere. E gli scrissi mandandogli un articolo su Wright in cui sostenevo che l’architetto di Taliesin non era solo l’autore di Fallingwater ma di un numero quasi infinito di case destinate a una utenza anche molto più popolare. Tanto e vero che alcune di queste erano state progettate per essere autocostruite o per essere realizzate per parti nel tempo. Mentre l’idea che ci siamo fatti di Wright come di un architetto per ricchi e sintomatica di un approccio, particolarmente diffuso soprattutto in Italia, che disconosce l’architettura organica relegandola a fenomeno elitario e di nicchia. La tesi non era particolarmente nuova e mi aspettavo una risposta di cortesia, come altre volte in cui gli avevo scritto, per esempio per lamentarmi della stupidità dell’architettura postmoderna. Invece ricevetti l’invito a pubblicare il pezzo su l’Architettura mandandolo immediatamente a Marisa Cerruti, il suo braccio destro nella rivista. Lo feci ma non mi ricordo se lo pubblicarono o meno: stavo scrivendo di no ma poi mi e sembrato di ricordare di si, e forse lo avevo confuso con un altro su Chareau e l’architettura danzante che lo entusiasmò ma non pubblicò mai. Comunque, da quel momento si attivò una corrispondenza abbastanza fitta, ( che, come poi mi sono accorto, aveva con numerosi altri: tutti infatti scrivevano a Zevi. E a chi, se no?). Io ero abbastanza pressante, quasi fastidioso: non scrivevo articolo a cui tenevo – e stavo cominciando a collaborare con numerose riviste- che non glielo mandassi per aspettare la immancabile lapidaria e illuminante risposta via lettera (prima) e via fax (dopo). Di Zevi mi affascinavano sei cose: l’intelligenza fulminante, la scrittura sempre limpida e profonda, la visione profetica e l’idea che l’architettura sia parte della storia della libertà, la consapevolezza che non vi sia critica senza storia e storia senza critica, l’amore per la sperimentazione e l’avanguardia e soprattutto il rigorismo. ├ë questo il suo aspetto più attraente e meno compreso del suo immenso lascito. Molti pensano che a Zevi piacessero eccessi, sregolatezze, pasticci stilistici. Zevi era invece un personaggio estremamente austero, direi quasi calvinista: basta osservare la casa in cui viveva o lo studio di via Nomentana o la sua scrivania o l’impostazione grafica dei suoi libri da lui curati sino al minimo dettaglio. Solo che ordine e rigore non erano necessariamente simmetrici e ortogonali. Ma questo, quelli che hanno la mente bloccata da schemi banali, non lo capiranno mai.

Senza Zevi e senza il suo incoraggiamento non sarei mai diventato un critico. (continua)

 

SAGGIO, DOMUS (31): l’altra persona a cui debbo la mia attività di critico è Nino Saggio. Fu lui che mi presentò Gianmario Andreani per il quale iniziai a scrivere recensioni per la rubrica dei libri di Domus, che mi presentò Maria Spina attraverso la quale si concretizzò il libro su Koolhaas della Testo & Immagine e,infine, che mi propose di scrivere HyperArchitettura, il primo volume della serie della Rivoluzione Informatica che aveva ideato. Alle recensioni su Domus, sia io che Nino -le faceva anche lui -tenevamo molto perche Domus era l’unica vetrina internazionale che avevamo a disposizione. Andreani, una persone colta con una ottima preparazione filosofica, ci chiedeva pezzi di tremila, massimo quattromila battute. Noi, forzando la mano, glieli facevamo due, tre volte tanto, cercando di trasformarli in mini-saggi. Ricordo che, prima di mandarlo via fax, vedevo e rivedevo il pezzo sino all’esasperazione per togliere tutto ciò che fosse superfluo e aggiungere contenuti. Cercavo di costruirli come se fossero mele di Cezanne, cioè tanto densi che se fossero caduti dal tavolo avrebbero sfondato il pavimento. Ero ossessionato da una domanda apparentemente retorica ma che dovremmo farci ogni giorno. La aveva posta Zevi in un lunedì dell’Inarch: la critica se non critica, che critica e? Ero severo. Stroncai anche un libro di Kenneth Frampton sulla tettonica ( Zevi approvò mandandomi un fax in cui diceva: la tettonica e una stupidaggine). Ciò provocò qualche imbarazzo. In seguito, approfittando della traduzione italiana, il libro venne recensito sulla stessa rubrica da un altro critico, questa volta in termini ingenuamente entusiasti. Io, da parte mia, continuo a credere che Frampton abbia dell’architettura un’idea deprimente. (continua)

 

UNIVERSALE D’ARCHITETTURA (32): nella seconda metà degli anni novanta, con la Universale di architettura, Zevi lanciò una operazione culturalmente spericolata. Consisteva nel cavalcare il decostruttivismo e il postdecostruttivismo, visti non come la degenerazione della componente formalista e iconica del postmoderno ( una lettura almeno in parte condivisibile), ma come l’inizio di un percorso che avrebbe riportato l’architettura ad occuparsi dello spazio e, insieme, azzerato i vecchi codici linguistici. Questa operazione permetteva a lui, come critico, di riporsi al centro del dibattito, dopo un periodo segnato dall’ostracismo nei suoi confronti e dominato dalla figura di Tafuri, e all’architettura italiana di uscire dalle secche dalla Tendenza e dal gregottismo, che erano la versione triste e storicista del postmodern. A scrivere i singoli volumi, venduti in edicola a un prezzo competitivo rispetto alle paludate pubblicazioni della Electa o delle altre case editrici, erano autori anche non accademici e critici giovani. Ad essere esaminati erano architetti in quel momento poco conosciuti, ma sul punto di affermarsi come Hadid e Koolhaas. Oppure rivisti in una nuova luce: come Gehry, Eisenman, Libeskind. E poi autori, eventi e scritti critici storici ma dimenticati dalla vulgata postmodern. L’universale la si poteva leggere sotto un duplice punto di vista: delle tesi degli autori dei singoli volumi ( non sempre, devo ammettere, illuminanti) e di un mosaico abilmente intessuto da Zevi per raccontare un’altra storia, quella che l’accademia disconosceva. Attraverso Maria Spina, proposi a Zevi un libro su Koolhaas che fu accettato. Mi costò alcuni mesi di lavoro e numerosi viaggi per andare a vedere una per una le opere. Compresa villa dall’Ava di cui non veniva data l’ubicazione e che costrinse me e mia moglie a girare per ore in un quartiere di Parigi sino a che, sulla base della cartina reticente pubblicata su S,M,L,XL la trovammo. Di quel libro sono ancora orgoglioso, anche perche fu uno dei primi a raccontare l’architettura senza inutili note, bibliografie mai lette, tecnicismi e paludamenti. Su Koolhaas non esisteva nulla in italiano se non un libro di Lucan che lo descriveva come un architetto sostanzialmente snob e postmodernista. Non perche non fosse anche quello, ma sorvolava sulle novità progettuali introdotte dalla sua ricerca, in quel periodo estremamente fertile e interessante. Il libro andò benissimo, naturalmente non per me ma perche il fenomeno Koolhaas stava scoppiando in Italia. E io lo aiutai con una intensa attività di conferenze segnate dall’entusiasmo dei ragazzi e dal boicottaggio dei docenti. Oggi e semplice parlare di Koolhaas e forse ha poco senso: visto che da diverso tempo si ripete e comunque il suo lavoro ha preso una piega commerciale non particolarmente entusiasmante (anche se c’e sempre qualcosa da imparare dalle sue uscite). Ma, nella metà degli anni novanta, credetemi, non era così. Le università erano chiuse a riccio e i professori o ti ignoravano o ti trattavano come un avanguardista cretino. Quando si fa storia della critica, bisogna guardare le date in cui escono libri e articoli. Naturalmente il libro non ebbe recensioni. (continua)

 

IL PROGETTO (33): la rivista Il Progetto fu un’esperienza importante che iniziammo tra il 1996 e il 1997: infatti portammo il primo numero al Convegno su Paesaggistica e grado zero organizzato da Zevi nel settembre del 1997. Noi del comitato di redazione eravamo amici ma su posizioni diverse: io e Nino Saggio più vicini a Zevi, Livio Sacchi, Maurizio Unali e Maurizio Bradaschia, che era il direttore, su una posizione più eclettica e, per certi aspetti, non lontana dall’inclusivismo e continuismo puriniano. Tutti e cinque eravamo però fermamente convinti che l’architettura italiana dovesse aprirsi a quanto di più interessante stava avvenendo in Europa e in America. Non si dimentichi che tra il 1997 e il 1998 inaugurarono due capolavori che destabilizzarono il clima architettonico: il museo ebraico di Libeskind e il Guggenheim di Bilbao ( Sacchi scrisse un volume dell’universale di Zevi sul museo ebraico e Saggio una monografia su Gehry). Ci sembrò importante dedicare una copertina a un’opera di Fuksas, in un momento in cui l’accademia non l’avrebbe mai fatto. Inoltre eravamo convinti che bisognasse aprire ai giovani. Ma su questo fummo meno coraggiosi. Ogni qualvolta si diceva di pubblicarne uno, scattavano i se e i ma. Riuscimmo però nel 2000 , a latere della biennale di Fuksas, che fu il segno tangibile che qualcosa nel clima architettonico italiano fosse definitivamente cambiato ( ricordo ancora il piacere di vedere Gregotti che girava per i padiglioni con sguardo perso e accigliato), a organizzare un grande evento con i più promettenti giovani architetti italiani. Oggi alcuni di questi hanno perso slancio. Ma ciò e sempre successo. Ci sono momenti storici in cui tutto sembra che stia cambiando e ai quali si accodano anche timidi e pavidi. Altri di risacca e di riflusso dove emergono gli opportunismi e la vera natura delle persone. In questi ultimi periodi spuntano i critici della seconda ora, quelli che dicono che e finito il momento dello scontro, e così passano il vecchio come nuovo e svendono ogni ideale autentico di rinnovamento. (continua)

 

PAESAGGISTICA E GRADO ZERO (34): settembre 1997: quando Bruno Zevi tenne il suo discorso a Modena tutti immaginavamo che fosse il suo ultimo, almeno di quel l’impegno e con un pubblico così numeroso venuto apposta per lui da ogni parte d’Italia. Fece un intervento memorabile, da oratore consumato e da grande storico con un finale che strappò un applauso interminabile da un uditorio toccato e commosso. Ebbi chiara la sensazione che un critico come lui non lo avremmo più visto, almeno che io non avrei vissuto abbastanza a lungo da incontrarne un altro. Ho messo diverso tempo per metabolizzare la lezione di Modena perche le due parole del titolo, in particolare la prima, non mi entusiasmavano: paesaggistica e linguaggio grado zero. Oggi penso che non poteva essere diversamente. La prima esprime il bisogno di rompere l’idolatria dell’oggetto in se e per se per costruire l’edificio come parte del paesaggio; non abdicare alla forma ma pensarla in funzione delle relazioni tra edificio, corpo, natura, artificiale o naturale che sia. La seconda il bisogno artistico incessante di azzerare i punti di vista precedenti, e quindi regole e precetti, per trovarne più interessanti e più esaurienti, in un processo continuo in cui i momenti di crisi si trasformano in valore, secondo una definizione di modernità avanzata da Baudrillard e che Zevi fece propria. A Modena ci incontrammo in diversi e ho avuto la sensazione che si fosse creato un comune sentire e un programma di lavoro tacito tra noi più giovani presenti. In effetti questo avvenne a metà o, almeno, per un primo periodo. Purtroppo il collante maggiore dei gruppi e il potere più che l’intelligenza, la quale invece porta alle divisioni e alle personalizzazioni. A noi mancava il primo e chi, invece, il potere ancora lo aveva, tenedoselo, ha fatto in seguito opera di demolizione. Ma ciò avvenne più tardi, direi dopo il 2001, attraverso il cavallo di Troia del rigorismo spacciato per rigore, come, del resto, si fa sempre nei periodi di controriforma. C’e però ancora tempo per affrontare altri episodi prima di parlare diffusamente di questo insopportabile argomento. (continua)

 

HYPERARCHITETTURA (35): il libro migliore che abbia scritto è HyperArchitettura uscito nel 1998 quando avevo quarantadue anni. Me lo aveva commissionato Nino per iniziare la collana della Rivoluzione informatica. Mi trovavo in un momento difficile. L ‘anno prima il medico curante di mia zia Letizia mi aveva telefonato per chiedermi di andare a trovarlo. Mi comunicò , senza giri di parole, che a zia rimanevano un paio di mesi di vita. Così fu: morì di lì a poco in una clinica chiedendo in siciliano, lei che aveva una magnifica padronanza della lingua italiana, a sua madre morta di portarle dell ‘acqua. Era febbraio 1997. L ‘idea del libro mi venne a fine agosto ( dell’anno successivo o di quell’anno?) mentre mi trovavo in aereo, un posto che favorisce i pensieri, forse per la pressurizzazione della cabina. Volevo scrivere un testo giocato su tre piani: uno accessibile, uno più approfondito e un terzo destinato a chi ne avesse le chiavi di lettura e che andasse dritto alle questioni per me più importanti. La struttura era semplice. Tre parole: proiezione, mutazione, simulazione. Per fortuna il viaggio era lungo. Mi diede modo di riempire di appunti alcuni menù mentre mia moglie mi guardava con la faccia di chi sa che noi uomini ci astraiamo completamente perche, diversamente dalle donne, non sappiamo fare che una cosa per volta. L ‘idea me la aveva suggerita la lettura di una frase di Baudrillard che solo in quel momento mi diventava chiara e la vista di ├ëtant donnes di Duchamp a Philadelfia: tutto è scambio, scambiamo le parole con le cose, e le cose tra loro, e le parole tra loro in un processo circolare e senza fine. Affinche lo scambio avvenga, gli oggetti diventano uno metafora dell ‘altro e lo strumento privilegiato della metafora è la proiezione: quella di Wittgenstein del Tractatus, quella delirante e multidimensionale (2D-3D-4D) di Duchamp del grande vetro e di ├ëtant donnes , quella degli archetipi di Jung, quella delle tavole di verità della logica simbolica che si proiettano su circuiti elettrici dei computer. Sino a quella della macchina che ti fa la TAC in clinica e dei PC che ricorrono all ‘immagine della finestra o delle cartelle. Il mondo, per un attimo, mi appariva chiaro ( e fui felice qualche anno dopo quando vidi che a una conclusione simile era arrivato Paul Feyerabend, nel suo libro postumo sulla conquista dell ‘abbondanza). E mi appariva ugualmente chiaro che il passo dalla proiezione alla mutazione era immediato e dalla mutazione alla simulazione non maggiore. Beh, adesso è troppo lungo da spiegare. La faccio breve: avevo trovato come nell ‘età dell ‘elettronica l ‘architettura potesse essere spazializzazione di pensiero e come oltretutto, ciò ci desse le chiavi per meglio comprendere il passato dell ‘architettura e del pensiero stesso. Tornato a Roma misi a posto la bozza e la mandai a Nino. Il quale credo sia rimasto un po ‘ male. Troppo astratta. Parlavo di cose che apparivano in fondo laterali all ‘architettura: Jung, Wittgenstein, Duchamp, Borges, l ‘arte concettuale. Mi chiese con delicatezza di allungare il testo aggiungendo un capitolo di attualità e mi suggerì di andarmi a vedere Toyo Ito. Cosa che feci con piacere anche se sapevo che in questo modo il terzo livello sarebbe diventato ancora più difficile da percepire. Feci iniziare l ‘età dell ‘elettronica con il centro Pompidou. Aggiunsi, infine, una dedica a Antonio Prestinenza, Nellina Prestinenza Puglisi e Letizia Puglisi, ma anche questa con il suo gioco di nomi e di connotazioni esistenziali è incomprensibile a chi non mi conosce. E, infine, cercai di accennare alla mia concezione del tempo o il tempo che lascia rovine e la volontà di non farci travolgere- con una citazione di Kettering, che però mi rendo conto, ha più fuorviato che indirizzato: il mio interesse è nel futuro perche è lì che passerò il resto della mia vita. Parlavo anche della morte che ha incrociato continuamente la mia vita, ma qualcuno lo ha voluto vedere come un ennesimo segno di avanguardismo. Non capendo che il mito fondante della modernità e della nostra cultura occidentale è il viaggio di Ulisse. Nino, ha aggiunto una postfazione intelligente ma che ha contribuito ancora di più a spostare l ‘attenzione del lettore sulla componente essoterica del libro, chiudendolo a quella esoterica. Poco male. HyperArchitettura è andato benissimo lo stesso, ma devo dire ancora, per quello che io veramente avrei desiderato, non è stato compreso da alcuno. Segno, direbbe Croce, che non era sufficientemente chiaro o che ha poco senso scrivere su più livelli di lettura. (continua)

 

THIS IS TOMORROW (36): Anche il libro This is Tomorrow, che uscì l’anno dopo, andò bene. Nonostante il tema, le avanguardie degli anni sessanta e settanta, sinora non fosse stato degnato di troppa considerazione dalla storiografia ufficiale, soprattutto se tafuriana. A dire la verità, l’idea di partenza di Roberto Marro, il direttore della collana, era una antologia di scritti dell’epoca. Gli proposi invece di attualizzare la tematica partendo dagli architetti contemporanei e da quanto avessero preso da quegli anni, di raccontare il periodo con i suoi miti e, infine, di inserire alla fine di ogni capitolo una antologia ridotta all’essenziale, perche i testi che si scrivevano in quegli anni erano prolissi e spesso illeggibili. Zevi apprezzò il libro tanto che ne pubblicò stralci su l’Architettura, dimenticando di inserire il passo fondamentale: quello in cui sostenevo che il novecento era diviso in due parti, una sino al 1956 dominata dall’idea di standard e una che parte dal 1956 in cui l’ossessione e la diversità. Tesi che si scontrava con la sua concezione della modernità come fenomeno indivisibile. A farmi optare per la data del 1956 erano oltre la mostra This is Tomorrow che si inaugurava quell’anno a Londra, la morte di Pollock con la fine dell’ Action Painting e l’inizio del Pop, i viaggi nello spazio, i moti di Ungheria e le proteste per la parità razziale negli USA. Il 1956 era anche il mio anno di nascita. La storia, credevo allora e credo adesso, e un racconto e non una costruzione geometrica esatta, e il racconto sarebbe potuto diventare più interessante se ad entrare in gioco, sia pure di nascosto, fosse stato anche l’io narrante. (continua)

 

SPAZIO ARCHITETTURA (37): Ha avuto breve vita, forse poco più di cinque a anni, ma Spazio architettura è stata la migliore rivista con la quale abbia collaborato. La faceva, in gran parte da solo Diego Caramma cercando idee su quanto di più interessante venisse prodotto in Italia e nel mondo ma anche impaginandola, stampandola, spedendola e mettendo proprie risorse sino a dissanguarsi economicamente. Prodotta in Ticino, dove Diego viveva, aveva preso di mira le mafie architettoniche locali, tanto che credo sia stata l’unica rivista svizzera a non ricevere mai un franco di finanziamento. Affascinato da Zevi di cui conosceva perfettamente l’opera, Diego aveva una cultura filosofica e estetica senza limiti e una sensibilità e un gusto architettonico straordinario. ├ë stato lui per esempio che mi ha introdotto all’opera di Sini, un filosofo per il quale aveva una venerazione a mio avviso esagerata ed è stato lui che mi ha fatto conoscere diversi giovani studi operanti nel versante della sperimentazione. La rivista, poverissima, non aveva un centimetro quadrato sprecato, era bella ma non sapeva cosa fosse l’estetismo che invece rende leziose la maggior parte della produzione di carta stampata a soggetto architettonico. Diego è una delle persone a cui ho voluto bene e che ho stimato di più per il suo valore e la sua integrità: lo ho considerato un po’ amico e un po’ un figlio, a volte da proteggere per la sua ingenuità nel reputare che tutto il mondo fosse implacabilmente onesto e integro come lui. Sposato con due bambine piccole, Diego ha subito la morte prematura della moglie giovanissima, che lo supportava con infinita pazienza e amore. Da quel momento ha deciso che doveva mettere da parte la sua passione per l’architettura per dedicarsi a tempo pieno alle bambine. Lo ha fatto con il radicalismo senza compromessi con il quale ha sempre gestito la sua esistenza. L’architettura ha perso uno dei suoi migliori critici. (continua)

 

LA STORIA PER SALTI (38): l ‘idea che ha accompagnato la mia generazione è che la conoscenza proceda per salti. In realtà si tratta di una ipotesi che ha le sue origini nella filosofia neokantiana. E difatti uno dei libri che ha segnato la mia formazione è stato La prospettiva come forma simbolica di Erwin Panofsky, un saggio che spiegava come un certo modo di vedere lo spazio, quello prospettico appunto, non era affatto universale ne tantomeno naturale e dipendeva da una cultura, cambiando la quale si sarebbero determinato un salto concettuale e nuove visioni del mondo. Sulla stessa idea di conoscenza per salti sono fondati i ragionamenti di altri filosofi e scienziati: si pensi per tutti ai concetti di episteme di Foucault o alla concezione dei paradigmi di Kuhn. L ‘ipotesi di lavoro dei libri HyperAchitettura e This is Tomorrow era conseguente a questo approccio: e cioè che la civiltà elettronica della quale siamo oggi pervasi potesse rappresentare uno di questi salti epocali. Da qui appunto l ‘idea di dividere il novecento in due periodi distinti, uno segnato dallo standard e dal meccanico, l ‘altro dalla ricerca della diversità e dai flussi immateriali e, soprattutto, il bisogno di individuare nell ‘architettura caratteri salienti che testimoniassero il salto. La ricerca del nuovo non era quindi determinata ne dalle mode ne da altri fattori estrinseci ma da un bisogno di capire in che modo la nostra società aveva e avrebbe reagito a trasformazioni epocali. Ovviamente con la consapevolezza che certi fenomeni avvengono non sull ‘onda corta della cronaca ma su quella lunga della storia. D ‘altra parte il cemento armato, per fare un esempio di una innovazione che ha agito sul modo di costruire, è stato inventato alla fine dell ‘ottocento ma i 5 punti dell ‘architettura moderna di Le Corbusier, che ne formalizzavano le conquiste , sono stati mesi a punto nella seconda metà degli anni venti, oltre cinquanta anni dopo. Se non si capisce il nesso tra cultura e ricadute architettoniche non credo si possa mai capire la passione con la quale certe scelte formali sono state da me e da altri critici sostenute e il perche abbia spesso fatto ricorso a vocaboli quali reazionario, tradizionalista, luddista contro gli avversari di queste tesi. Infatti, si parlava di forme ma, insieme e soprattutto, di concezioni del mondo. Quale è stato l ‘errore fatto? Che in un primo momento, ma solo in un primo momento, siamo caduti in un certo meccanicismo senza approfondire, per quanto sarebbe stato dovuto, il fatto che la storia non solo registra il cambiamento tecnologico ma se ne difende producendo cambiamento culturale. Per capirci e facendo un esempio. Oggi reputiamo che una risposta alla società delle macchine più intelligente sia stata quella elaborata da Wright, che attaccò i difetti della standardizzazione puntando alla natura ma senza esorcizzare la prima ( anzi ripensandola), invece che dal Klein e dai teorici dell ‘existenz minimum che erano succubi dell ‘ideologia del taylorismo e della catena di montaggio. E così non è detto che per la migliore risposta alla società dell ‘elettronica siano le sfogliatelle o i cavolfiori digitali di Greg Lynn ma potrebbero esserlo di più i ragionamenti sofisticai di un Herzog&de Meuron o di Diller&Scofidio o di Jean Nouvel o dello stesso Renzo Piano. Certo è che non ha senso, come invece hanno fatto altri critici, dichiarare che la nuova architettura sia ammalata di nuovismo e che le nuove forme, a questo punto, varrebbero esattamente tanto quanto le vecchie. (continua)

 

FREE DOWNLOAD (39): This is tomorrow ed HyperArchitettura credo che siano stati in Italia i primi due libri di architettura ad essere messi in rete, scaricabili gratuitamente. La mia idea era ed è che si possano vendere il libri, ma non la cultura che deve essere gratuita. E devo dire che il download elettronico, di cui si era fatto tramite Arch’it, non andò a detrimento delle vendite della carta, tanto che l ‘editore, la Testo & Immagine, all ‘inizio titubante, poi divenne entusiasta di questa idea che si rivelò utile anche dal punto di vista commerciale. Inoltre in quegli anni cominciavo a insegnare all ‘università e non me la sentivo di fare come quei professori, da me disprezzati quando studiavo a Valle Giulia, che obbligavano gli studenti a comprare i loro libri. Credo che i ragazzi abbiano apprezzato questo approccio. E mi commossi quando a Siracusa il giorno in cui terminammo il corso (e io sapevo che non avrei mai messo più piede in quella facoltà) i ragazzi vennero al granita party che avevamo organizzato ognuno con una copia del libro, che io non immaginavo che avessero tutti comprato, per farmela firmare. (continua).

 

CANTONE E SIRACUSA (40): Mi sarebbe piaciuto tornare a insegnare. Ma non sapevo come e cosa fare. L ‘occasione si presentò a Catania dove ero andato per una conferenza alla facoltà di ingegneria organizzata dall’infaticabile Franco Porto. Alla fine dell ‘incontro, si avvicinò un signore e mi chiese che rapporto di parentela avessi con Antonio Prestinenza. Quando gli dissi che era mio padre, il signore mi abbracciò dicendo che era stato il migliore amico del suo, che nella prima guerra mondiale erano stati in prigionia insieme in Austria e che mio padre, alla morte del suo, gli era stato molto vicino aiutandolo a trovare una occupazione. Il signore era Ugo Cantone architetto, professore e infine preside. Il fatto che la facoltà fosse a Siracusa mi fece pensare a una strana combinazione, una di quelle che Jung aveva cercato di spiegare nel libro La sincronicità. Infatti, quello che io cercavo sembrava che lo stessi trovando e proprio in una città particolare: mia madre mi raccontava che la mia nascita fosse legata a un evento che avvenne a metà anni cinquanta proprio a Siracusa. Non potei fare a meno di notare che si era attivata una serie di eventi il cui senso mi sfuggiva. Cantone mi suggerì di fare domanda per l ‘insegnamento di Teoria e tecnica della progettazione, un incarico che vinsi e espletai, se non ricordo male, per tre anni. L ‘idea era di cominciare così in attesa di un concorso adeguato o addirittura di una chiamata per chiara fama che lui, con ipotesi altamente irrealistica, mi aveva prospettato. Chiamata che invece avvenne ma fu riservata a un altro che gli avevo presentato proprio io e che del preside era diventato da subito amicissimo. Peccato perche, rimanendo, avrei cercato di trasformare Siracusa in un centro di eccellenza per la critica. Scendevo da Roma in aereo e, messo piede in Ortigia, attaccavo a lavorare con entusiasmo . Era molto piacevole perche Siracusa è una città universitaria perfetta dove la gran parte delle lezioni si possono fare passeggiando. Ne ricordo una a piazza Duomo dove cercavo di far capire ai ragazzi come una piazza riuscita non risponda ad alcun principio di ordine da loro studiato. Organizzammo un viaggio memorabile a Riesi a vedere l ‘opera di Ricci. E un paio di pranzi architettonici. Un esercizio utile che costringe gli studenti a imparare qualche principio strutturale (provate a far reggere dei solai con la panna) e l ‘arte di accoppiare materiali, sapori, colori, odori. Con il tempo capii che io e i miei due straordinari e giovani assistenti, Gaia Girgenti e Claudio Lucchesi che mi raggiungevano rispettivamente da Palermo e da Messina, eravamo corpi estranei in un organismo sordo e burocratico. Organizzai una festa di addio dove i ragazzi si sarebbero dovuti travestire da architetture e dove le cubiste avrebbero dovuto esserlo anche nel senso artistico. Feci una cosa che sognavo da tempo e non avevo mai avuto il coraggio di fare: mi dipinsi i capelli verdi. Rappresentavo il mostro dell ‘ecologia. Ci divertimmo sino a che non vennero un paio di carabinieri a chiederci di abbassare la musica e di andare a letto. La notte ripensai al primo incontro con Cantone a Catania: non era l ‘università il motivo della mia chiamata a Siracusa. Più tardi ho fatto l ‘ipotesi che fosse la prima mossa della sincronia per farmi riavvicinare e poi comprare una casa, sempre a Siracusa, che guardasse il mare. Cosa che feci alcuni anni dopo. (continua)

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