Camera con vista sull’apocalisse – di Gabriello Grandinetti

La condizione preliminare per varcare la soglia virtuale che ci introduce agli immaginifici scenari dell ‘artista fiorentino Giacomo Costa, presuppone che le lancette del Doomsday Clock, l ‘orologio dell ‘ Apocalisse, abbiano da tempo oltrepassato il limite dell ‘ Armageddon Nucleare o più verosimilmente quello imposto dai precetti dello sviluppo sostenibile

Con la prefazione al volume: The Chronicles of Time di Giacomo Costa (Damiani 2009) , Norman Foster suggella con le sue riflessioni il ruolo vicario dell ‘arte che, misurandosi con lo sviluppo indiscriminato della trasfigurazione urbana giunta al suo capolinea, avverte un Fall-Out di ritorno come una premonizione.

<< Le immagini di Giacomo Costa sono come le rovine di una civiltà perduta, che potrebbe essere la nostra. Grazie a questa potente visione, ci ricordano soprattutto la fragilità del nostro mondo artefatto e i presupposti civici che lo hanno sostenuto fino a oggi.>>

 

 

Giacomo Costa, padroneggia le applicazioni dei software 3D in uso per gli effetti speciali del cinema con consumato virtuosismo, manifestando da subito una certa reciprocità espressiva con gli aspetti pregnanti dell ‘architettura, sia sotto il profilo emozionale che su quello della figurazione. Un percorso di avvicendamento graduale che fin dalle prime contaminazioni fotografiche lo condurrà a rivolgere il suo talento visionario sulla morfologia più estrema della città stratificata vista come tardo prodotto di un mondo distopico caduto in disgrazia senza appello.

 

<< Tutti questi giovani fotografi che si agitano nel mondo, consacrandosi alla cattura dell ‘ attualità. Non sanno di essere degli agenti della morte. Tale è il modo in cui la nostra epoca assume la morte: con l ‘alibi che nega lo smarrimento del vivente, di cui il Fotografo è in un certo senso il professionista.>> Roland Barthes, (Camera chiara).

 

A prima vista le opere di Giacomo Costa appaiono come le istantanee di un inviato sul luogo del disastro, come richiamato dalle precedenti note, eppure nonostante il segno distintivo della nostra epoca coincida con l ‘estasi della virtualità, costringendoci al riesame continuo della realtà, siamo riluttanti a credere che quelle tavole non costituiscano lo story board di un Horror Movie di fantascienza ma piuttosto il racconto di un presagio.

 

Persuasi che nessuna opera nasce Ex nihilo, alcune di esse intercettano retrospettivamente le esperienze apripista dell ‘ Architettura Radicale anni ’70: Il Monumento Continuo Del Superstudio, La Città Lineare degli Zziggurat, No Stop City degli Archizoom, a riprova del genius loci fiorentino il cui fil rouge si può far risalire al rivisitato concetto di Copia et Varietas di Leon Battista Alberti.

 

 

Per il resto il nostro autore sa condurci al bandolo di un filo invisibile posto su una provvidenziale via di fuga. << Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna>> sostiene Albert Camus. Se la megalopoli è il labirinto inestricabile di una debordante metastasi urbana da cui scappare, occorrerà in primis uccidere il sembiante del Minotauro, metafora del male assoluto , che Giacomo Costa sembra adombrare in un agente destabilizzante non del tutto arcano. Forse: il riscaldamento terracqueo dovuto ai gas ad effetto serra, l ‘inquinamento dell ‘ecosistema, gli arsenali e le centrali nucleari fuori controllo, il black out energeticoÔǪ

 

Passando in rassegna quei paesaggi, trafugati dall ‘archivio di un futuro di là da venire, constatiamo come la prima conseguenza post apocalittica si manifesti con un ‘imperdonabile assenza : quella della Civiltà Umana condannata alla sua estinzione. Per contro una nuova speciazione rigogliosa di piante sembra prendere il predominio con il risultato di una neurologia vegetale, modelloPandora di Cameron.

 

Nelle tavole a seguire scorgiamo che un ‘altra civiltà, forse aliena, sembra essersi rifugiata prima del Termine, ma senza successo, su babelici Falansteri lineari che si perdono a vista d ‘occhio al di sopra dello skyline. Come una inquietante Mega Architettura la cui prevedibile smisurata parcella dell ‘Archistar sembra non averla risparmiata dalla contaminazione del dilagante Sprawl metropolitano.

 

Le acque dei fiumi compiono una stupefacente transizione idrogeologica dal loro alveo naturale, contrastati, invano da ciclopiche dighe idroelettriche che si sgretolano come le mura di Gerico sotto l ‘azione incontrollata della natura.

 

 

Quei diorami, sospesi nella disperante astrazione del tempo, sigillati nella fissità di un eterno presente, sono altresì osservabili in una forzata apnea che scandaglia finanche i fondali degli oceani che, come nella narrazione biblica, sommergono le terre emerse e le città. Qui la megalopoli appare come Atlantide, sprofondata negli abissi marini, forse a seguito di fenomeni di subsidenza continentale, al di sopra della quale galleggiano, con i loro ormeggi, giganteschi natanti simili ad improbabili Arche scampate al Diluvio ma che ahimè ci restituiscono scorci poco rassicuranti tutt ‘altro che salvifici.

 

1 Comment

  1. Leonardo 21/01/2013 at 09:09

    Bello e interessante sia il pezzo che le straordinarie immagini evocative delle atmosfere postnucleari di Philip Dick!

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