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Super Big. Una nuova Archi-Star? – di Zaira Magliozzi

E ‘ notizia di questi giorni che Bjarke Ingels è finalista, in un testa a testa con Rem Koolhaas, per vincere il concorso del nuovo Miami Beach Convention Center. Un confronto di alto livello dove, accanto alla prima stella di OMA, troviamo l ‘enfant prodige più brillante degli ultimi anni che proprio da Koolhaas aveva lavorato. Questo è solo uno degli esempi in cui la nuova generazione non si accontenta più delle briciole e spinge con forza la vecchia pretendendo di scalzarla dalle migliori commesse a livello mondiale. E non è la prima volta. Lo stesso è accaduto un anno fa per il nuovo centro di ricerca dell ‘Università scientifica della Sorbona Pierre e Marie Curie, a due passi dall ‘Institut du Monde Arabe di Jean Nouvel. Ad aggiudicarsi la vittoria di questo importante concorso a inviti francese, battendo MVRDV e Mario Cucinella, è di nuovo Big, questa volta insieme con i francesi Off Architecture con il progetto Paris Parc.

Ad onor del vero però, a questi primi segnali, non corrisponde, almeno per ora, un definitivo cambio di rotta. A essere i protagonisti indiscussi della scena architettonica mondiale, sono ancora i così detti architetti dello Star system. Gehry, ad esempio, disegnerà l ‘UTS a Sidney, definito il prossimo edificio icona dopo l ‘Opera House e OMA progetterà l ‘importante National Library del Quatar. Quello che succede però da qualche tempo è una lenta e progressiva evoluzione. Il concorso francese vinto da Big non è che uno dei casi più eclatanti. Segno che il vecchio Star system, agli occhi del mondo, sia in declino? Si potrebbe obiettare che Bjarke Ingels è già un ‘archi-star nel senso più conosciuto del termine. Ma di certo non può esserlo del tutto se paragonato, per età e produzione, a Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Frank Gehry e Daniel Libeskind. A ben guardare, però, il percorso che sta tracciando è interessante. Il danese perennemente in camicia e sneakers ha solo 38 anni, ha da poco aperto una nuova sede a New York e ha capito come raggiungere la fama senza che gli venga affibbiata l ‘etichetta negativa dell ‘archi-star. Da un lato sfrutta a suo favore teorie e tecniche imparate dagli esponenti dello Star system: la potenza dell ‘immagine e della comunicazione, l ‘autoreferenzialità, l ‘egocentrismo e il ricorso all ‘icona. Dall ‘altro ammanta tutta la sua produzione con un ‘atteggiamento chiamato hedonistic sustainability in cui ciò che è sostenibile è anche esteticamente piacevole, facendo passare l ‘idea che ciò che è bello è anche buono se progettato da lui.

Che sia la combinazione vincente per produrre architettura di qualità nel rispetto dell ‘ambiente? O è solo un paravento fatto di buoni propositi dietro il quale nascondere idee meno nobili?

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1 Commento

  1. Architettura Critica 24/12/2012 at 13:32

    L’approccio di Bjarke non convince l’osservatore pi├╣ attento. L’architettura che propone ├¿ priva di contenuti. Peraltro alcuni dei suoi ultimi progetti non sono neanche tanto belli. Forse perch├¿ ormai ├¿ un’archi-star, anche se si cerca di metterlo in dubbio in questo articolo, e quindi non svolge pi├╣ attivit├á di progettazione delegando il lavoro ai suoi dipendenti. Detto questo, i lavori del BIG appaiono confezionati ad hoc per essere venduti, ma non credo abbiano la possibilit├á di tracciare un nuovo percorso in architettura. A me sembra che Bjarke abbia preso solo il peggio dai suoi predecesori, e non il meglio, come viene descritto qui sopra.

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