L’architetto che cadde sulla terra – di Gabriello Grandinetti

Al pubblico convenuto alla Lectio Magistralis che Thom Mayne (1944), chief designer dello studio Morphosis di Santa Monica, ha tenuto alla Triennale di Milano nel corso della mostra Un nuovo segno che lo ha visto aggiudicatario del concorso bandito dall ‘ENI , non sarà sfuggito constatare la sua somiglianza con Steve Jobs (1955).

 

Sebbene la distanza anagrafica confuti il sospetto di twins separated at birth, i nostri due moderni Dioscuri californiani hanno in comune un percorso non meno avvincente di quello dei due mitici argonauti Castore e Polluce.

Ma rinunciando al proposito di far derivare dalla fisiognomica predittiva il volto del genius loci che sembra combinarsi, come in un anamorfismo, alla song California dreaming, proviamo a scorgere la chiave del suo talento visionario ben oltre le colline di Beverly Hills.

 

A San Donato Milanese sorgerà il centro direzionale ENI in vista dell ‘EXPO 2015 il cui concept design di Morphosis costituisce solo il primo stadio di una scelta progettuale di prossimità ai desiderata del bando, che auspicava un ‘attenzione ai criteri più avanzati di sostenibilità al landscaping e alla specificità culturale del luogo nel comparto di Metanopoli.

Qui la piazza concepita come una lobby pubblica concorre al raggiungimento dell ‘obiettivo di integrare il verde con l ‘architettura che si sopraeleva con i suoi bassi volumi , fluidi e sinuosi, lungo i declivi del paesaggio ove, per ultimo, si intraveda il senso di un percorso che dalla materia si converta in energia ÔǪ

Ma il progetto già preannuncia una transizione dalla crisalide alla farfalla, per effetto di un ‘iperbole estetica che i progetti di Morphosis innestano nel tessuto urbano, come veri e propri Landmark percepiti come presìdi di accelerazione percettiva dello spazio architettonico. Esercizio ineludibile di una metamorfosi che già si preannuncia nella stessa ragione sociale del Team californiano.

 

 

Osservando alcuni progetti di Thom Mayne si possono cogliere anche aspetti di dettaglio raccolti sulla scena come indizi significanti della nostra investigazione. Pensiamo al Caltrans Head Quarter Building di Los Angeles dove sulla facciata nord ovest, percorsa dalle vibratili trasparenze dei pannelli di alluminio traforato, si staglia, come un evento scultoreo, il fuori scala tridimensionale del numero 100. Una cifra numerica così esorbitante che aspira a fare corpo con l ‘architettura e perciò induce a ripensarla come un unicum che coagula figura e sfondo, testo e contesto, assumendo il valore di una plusvalenza fortemente iconica.

 

Un metalinguaggio intriso delle suggestioni retrospettive della Pop Art che estrapola elementi, per così dire accessori, disseminati lungo un processo di manipolazione che concorre ad una ibridazione complessiva .

 

Così come nella Graduate House di Toronto, su cui domina l ‘imponente installazione del traliccio a sbalzo in cui campeggia la scritta University of Toronto la cui ultima vocale , sfuggita all ‘omologazione lineare di un macro lettering, acquista una diversa consistenza materiale restando poi sospesa nel vuoto come un funambolo.

 

 

Si racconta che prima dell ‘inaugurazione della Cooper Union-New Academic Building di New York (2009), sui pannelli di recinzione del cantiere apparve la scritta graffitista: ALIENS PLEASE PARK SPACECRAFT ELSEWERE ! Che Thom Mayne con un certo fair-play non mancò di fotografare esibendola in una conferenza, come ha raccontato lui stesso in una intervista rilasciata a Bill Millard.

 

Gli alieni non hanno mai raccolto l ‘invito di parcheggiare l ‘astronave altrove, così gli umani hanno finito per frequentarla, negli incontri ravvicinati a seguire, scoprendone gli intimi significati.

 

Questo centro di formazione avanzata che ospita i tre storici college di arte, architettura e ingegneria della Union Cooper, si sviluppa su nove piani occupando un isolato strategico che lambisce la Cooper Square di Manhattan. Lo spazio pubblico prosegue al suo interno come una piazza verticale nel cuore simbolico dell ‘edificio, il fulcro che fa spazio al caleidoscopico reticolo spaziale che, snodandosi lungo le linee di forza di una suggestiva tensione strutturale, avvolge la fuga prospettica delle scale. Il parapetto traslucido è accompagnato da un gigantesco boa constrictor costituito dal tubo ondivago che fa da supporto al prensile corrimano. La scala induce ad incontri e stazioni di sosta, come in prossimità delle sky lobby del quarto e del nono piano, anche in ragione delle due uniche fermate degli ascensori previste a due soli piani intermedi.

 

 

La facciata principale, sopraelevata rispetto al piano stradale porticato, si impenna lungo un ‘ampia vela curva ma svasata unicamente dal lato in cui sembra contrastare la spinta dei sottostanti pilastri strallati. La doppia pelle in alluminio microforato e vetro consente di stemperare il riverbero dell ‘angolo di incidenza dei raggi solari nel rapporto aeroilluminante che si instaura con le sottili finestrature verticali.

Tuttavia la benevola disamina dei dispositivi high tech non può mitigarne l ‘effetto di shock visuale del colpo d ‘occhio complessivo, poiche contra factum non datur argumentum. L ‘imballaggio appare in più parti lacerato da un bisturi che non lascia indenne la facciata principale dal taglio cruciforme da cui emergono grandi spiragli vitrei ma da apparire poi incolume sul restante fronte prospiciente la chiesa ortodossa.

 

Sebbene l ‘odierno germe relativista, che si dibatte sulle modalità pedagogiche dell ‘architettura contemporanea percepita attraverso le mutevoli categorie del bello o del brutto, del kitsch o del trash, lungo il fil rouge di un processo di trivializzazione estetica, implichi un cauto giudizio understatement ; non si può non cogliere un senso di latente frammentarietà che si insinua tra le incomprensioni di un linguaggio fin troppo autoreferenziale.

L ‘opera si inscrive nel repertorio tra quelle di Thom Mayne che appaiono più insondabili, la cui rivolta informale sfuggendo a qualsiasi koinè linguistica si installa in una terra di mezzo che combina l ‘arte con l ‘architettura.

 

Abbagliati dal pulviscolo che filtra attraverso l ‘atrio della Cooper Union Building in siffatta atmosfera di luci e ombre, agli ospiti increduli di quel miraggio potrà manifestarsi per ultimo l ‘insorgenza onirica di essere pervasi da un crescendo di sonorità elettroniche. Pensiamo al Quartetto per archi ed elicotteri di Karlheinz Stockhausen. Così, immersi in quell ‘algida apnea musicale posta al confine di un ‘omologa dimensione spaziale, l ‘approccio preliminare nel ventre dello SPACECRAFT apparirà ancor più plausibile. Almeno fino al prossimo imbarcoÔǪ

Gabriello Grandinetti

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