presS/Tletter n.25-2012

Francesca Gattello intervista in esclusiva per presS/Tletter Alessandro Mendini – Choosy tuo fratello – Ramificazione della strategia olivettiana – Backstage_Summer School Selinunte 2012 – Cinemaxxi _ Il rifugio postatomico di Marco M├╝ller – Avere a che fare con la legna – Se anche gli Emirati Arabi falliscono – Trincea – La torre di Babele: due concorsi per i grattacieli – Cronache e storia: Novembre 1962 – Marziani – La piazza: significati e ragioni nell ‘architettura italiana di Dina Nencini – Una proposta per l ‘Esposizione Universale 2015 di Milano – Choosy tua sorella – Evol – Ricordo di Italo Insolera

 

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ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo

Libri reali:

Stefano Boeri: il più con il meno

Libri virtuali:

Maddalena Giotto: il meno con il più

 

IN EVIDENZA

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Francesca Gattello intervista in esclusiva per presS/Tletter Alessandro Mendini

L ‘OPINIONE: Choosy tuo fratello

IMPREVISTI E PROBABILITA ‘: di Alessandra Muntoni: Ramificazione della strategia olivettiana

FOCUS SU: Master di primo livello in Exhibit & Public Design

AIAC TUBE: Backstage o Summer School Selinunte 2012

DOCUMENTI: Sergio Sozzo: Cinemaxxi o Il rifugio postatomico di Marco M├╝ller

ALTROcheARCHITETTURA: Maria Clara Ghia ci parla di: Avere a che fare con la legna

INCONTRI DELLA SETTIMANA: News di Elisabetta Fragalà

MOSTRE DELLA SETTIMANA: News di Filippo Puleo

CORRISPONDENZE: Zaira Magliozzi: Se anche gli Emirati Arabi falliscono

RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Trincea

LA STORIA DELL ‘ARCHITETTURA: L ‘architettura del 1900 raccontata da LPP: 3.1.7 La torre di Babele: due concorsi per i grattacieli

AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…

CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: Novembre 1962

INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci parla di: Marziani

RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI: Giulia Mura recensisce: La piazza: significati e ragioni nell ‘architettura italiana di Dina Nencini

IDEE: Gerardo Mazziotti: Una proposta per l ‘Esposizione Universale 2015 di Milano

SGRUNT: Marco Maria Sambo: Choosy tua sorella

SEGNALAZIONI: Alessio Lontani: Evol

CONTRO-ARCHITETTURA: Massimo Locci: Ricordo di Italo Insolera

LETTERE: Alberto Izzo, Marco Romanelli, Dario Canciani, Sebastiano Brandolini su Gae Aulenti

 

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

Francesca Gattello in esclusiva per presS/Tletter intervista Alessandro Mendini

Sul prossimo presS/Tmagazine e nel sito www.presstletter.com alla pagina http://presstletter.com/2012/11/intervista-ad-alessandro-mendini-di-francesca-gattello/

 

L ‘OPINIONE

Choosy tuo fratello

Stiamo assistendo a un fenomeno di emigrazione intellettuale preoccupante e senza precedenti. Le nostre giovani energie decidono di trasferirsi all ‘estero per mancanza di opportunità e per colpa di una società che premia il familismo, i compromessi con la politica e non il merito. Chi resta fatica a guadagnare più di 500 euro al mese in studi che sopravvivono perche sfruttano il lavoro precario.

Si potrà rispondere: gli architetti sono troppi ed è la legge del mercato; si adattino a fare qualcosa d ‘altro. Questa non è una risposta da governo, ma da salotto. Dire che non bisogna essere choosy non solo non serve a niente, ma è tragicamente offensivo. E ancora più offensivo se detto da ben pagati esponenti di governo che per i loro figli hanno predisposto percorsi privilegiati e protetti.

Un governo serio lavorerebbe, e da subito, lungo almeno tre direzioni.

Prima: riconvertire le troppo numerose facoltà di architettura orientandole verso la formazione di figure professionali che il mercato potrebbe assorbire con più facilità, non avendo paura di chiudere quelle che non riescono (per esempio se non organizzano la formazione con corsi in lingua inglese) e che servono solo a occupare qualche inutile professore che, comunque, potrebbe essere riciclato altrove.

Seconda: fornire a coloro che si recano all ‘estero supporto in termini, prima di formazione, poi di assistenza in loco (un esempio banale e di una piccola cosa: la nostra mostra AIAC di architetti italiani che lavorano in Spagna è stata ospitata anche in Italia dal Cervantes, per la latitanza delle istituzioni pubbliche italiane).

Terza: rilanciare la progettualità pubblica attraverso lo strumento dei concorsi, imparando da quanto è stato fatto in Francia dove sono numerosi gli architetti che vivono grazie al sistema a tutto beneficio della qualità delle realizzazioni. Da noi invece ancora oggi sono troppi gli incarichi fiduciari o che passano attraverso le imprese (che giustamente -visto che il loro scopo è il profitto imprenditoriale- non hanno particolarmente a cuore ne la parcella dell ‘architetto ne la qualità del disegno) o affidati a prezzi stracciati, con ribassi vergognosi. Ed esistono anche casi, cito per tutti quello tragico di piazza San Silvestro a Roma, dove il progetto è stato affidato senza concorso a un architetto che l ‘ha regalato, oltretutto con un risultato finale che, a parere di chi scrive, è repellente (LPP)

 

IMPREVISTI E PROBABILITA ‘ di Alessandra Muntoni

Ramificazione della strategia olivettiana

Nella presS/Tletter n.22 l’amico Masimo Locci si è lamentato dell’accusa di una presunta impostazione storicistica che è stata rivolta al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, e in particolare alla prima sezione dedicata a Adriano Olivetti, da lui curata insieme a Federico Bilò. Quell’esperienza era definita ┬½ormai conclusa e storicizzata┬╗.

Sono d’accordo con la sua replica, ma a me quel Padiglione ha fatto un’altra impressione. Dapprima mi è infatti sembrato persino provocatorio o in un momento in cui l’industria italiana sta vivendo una fase drammatica, basti pensare all’Ilva di Taranto, all’Alcoa e alla Fluorsid nella zona industriale di Assemini in Sardegna, o alla stessa Fiat o che Luca Zevi proponesse l’universo riappacificato delle belle fabbriche recentemente costruite nel territorio della nostra penisola, fino a confrontarle con il paesaggio restituito alla sua biodiversità e all’armonica tessitura nell’habitat, trovandone appunto il filo conduttore e il punto d’origine nella strategia di Olivetti a Ivrea.

Ma, a far da antidoto a quest’impressione, sono bastate almeno tre cose.

1- Michelangelo Pistoletto, con la sua Italia Riciclata, ha allestito proprio fuori dal Padiglione un’aiola a forma di stivale con le due isole, realizzata con residui solidi compattati. Il monito è chiaro e convincente: siamo ancora immersi delle discariche, ma l’aspirazione ad una nuova estetica resta fortissima;

2- l’allestimento povero del Padiglione, fatto con alti teleri appesi alla copertura, lasciati aleggiare in una atmosfera semi-oscura è solo un accorgimento di comodo per far meglio esplodere filmati di grande interesse. Per tutti cito quello sulla ristrutturazione o per conto della Bracco etico-farmaceutica o di Torviscosa, città di nuova fondazione progettata da Giuseppe de Min alla fine degli anni Trenta e soprannominata la metropoli della cellulosa, alla quale Marinetti dedicherà un poema;

3- le belle architetture selezionate, che punteggiano il territorio italiano, ivi proiettate, sono reali. Occasioni sfruttate al meglio da un’intesa intelligente tra committente e progettisti.

La provocazione di Luca Zevi e dei suoi collaboratori, dunque, è una provocazione dolce, quasi un incoraggiamento. Perche dimostra che l’Italia è un paese dalle molte facce e che la professione architetto, se indirizzata nei giusti versanti, può persino aiutare gli italiani a riprendere nelle proprie mani un destino oggi affidato ai peggiori. Allacciarsi ad una tradizione come quella di Adriano Olivetti non è dunque storicismo senza prospettive, ma è un atteggiamento utile e onesto, oltreche coraggioso. Perche Olivetti è stato attento insieme alla comunità e alla società, al design e all’architettura, alla produzione architettonica italiana e a quella internazionale. Aggiungerei all’etica, ma non alla politica: alla sua morte fu proprio Valletta a consigliare gli eredi di vendere tutto il settore elettronico! Entrare, perciò, nel circuito delle sedi espositive delle macchine per scrivere Olivetti nelle città del mondo progettate da Scarpa, Meier, Stirling, BBPRÔǪ… significa superare un appello miope all’identità italiana e sapersi misurare ad armi pari con tutti e dovunque.

├ê ora, però, di cambiare aria. La prossima volta facciamo un salto ad Abu Dhabi.

 

FOCUS SU

Master di primo livello in Exhibit & Public Design

Sapienza Università di Roma, Facoltà di Architettura – dipartimento DATA

 

a.a. 2012/13 – 6┬░ edizione

direttore: prof. arch. Cecilia Cecchini

http://w3.uniroma1.it/masterexhibit/

INFO: masterexhibit@uniroma1.it

SCADENZA ISCRIZIONI 17 DICEMBRE 2012

20 posti disponibili

Il Master inizierà alla fine di gennaio 2013 e si concluderà a gennaio 2014

 

Il tema del Master in Exhibit & Public Design è il progetto dello spazio pubblico, affrontato attraverso un percorso formativo – rivolto a laureati di primo livello o titoli superiori – finalizzato a sviluppare nei partecipanti sensibilità culturale e consapevolezza tecnica nel campo della progettazione degli spazi pubblici, temporanei e permanenti, indoor e outdoor.

Il Master opera in quel territorio di confine che va dall ‘urban landscape all ‘installazione site specific, dal retail design alla progettazione di piccole strutture temporanee.

Si tratta di un ambito progettuale caratterizzato da forte innovazione e sperimentazione, a cavallo tra architettura, design, arte, comunicazione multimediale.

L ‘attività didattica – improntata alla trasversalità e alla contaminazione tra saperi diversi – si avvale di docenti della Facoltà di Architettura di Roma, di altri atenei italiani e di affermati professionisti del settore.

Fortemente variegata anche la provenienza dei partecipanti nelle cinque edizioni precedenti: laureati triennali o quinquennali in architettura, in allestimento, in design, in grafica e comunicazione visiva; studenti italiani e stranieri. Un mix di preparazioni ed esperienze diverse, fertile terreno per lo sviluppo di positive sinergie di scambio e di crescita.

La didattica del Master, di durata annuale, è articolata in moduli ciascuno diretto da uno o più docenti. L ‘attività formativa è pari a 1500 ore di impegno complessivo, di cui minimo 500 di didattica frontale. Con il superamento della prova finale si acquisiscono 60 Crediti Formativi Universitari.

 

AIAC TUBE

http://www.youtube.com/user/architetturaecritica

Backstage o Summer School Selinunte 2012

— L ‘Associazione Italiana di Architettura e Critica e il Laboratorio presS/Tfactory presentano: SUMMER SCHOOL Parco Archelogico/Marinella di Selinunte LET ‘S BUILD !, 30 settembre – 1 ottobre 2012.

In occasione della terza edizione della Summer School, il gruppo di fotografia guidato dal celebre fotografo di architettura Moreno Maggi ha realizzato due video. Uno documenta le fasi di costruzione della Gridshell -la struttura in legno realizzata all’interno del Parco Archeologico di Selinunte- e uno racconta il backstage, i personaggi, i gruppi di lavoro, le gite, le mostre e le lecture di tutta la Summer School di Selinunte 2012.

Ecco a voi il filmato Backstage – Summer School Selinunte 2012:

http://youtu.be/NCSowjFoR84

Foto di: Moreno Maggi, Antonio Aiesi, Francesco Graci, Claudia Sinacori, Pietro Venezia

Editing Video: Pietro Venezia

 

— Vi ricordiamo inoltre di vedere il primo video sulla costruzione della Gridshell, in onda dalla scorsa settimana su AiacTube:

Costruzione Gridshell – Summer School Selinunte 2012:

http://youtu.be/CYORNbKV8Fo

 

— AiacTube —

Direttore: Marco Maria Sambo

In Redazione: Luca Marinelli, Valentina Buzzone, Elisabetta Fragalà, Filippo Puleo, Elisabetta Matzeu

DOCUMENTI

Sergio Sozzo: Cinemaxxi o Il rifugio postatomico di Marco M├╝ller

Ad un certo punto del lavoro di organizzazione della sua prima edizione da direttore del Festival Internazionale del Film di Roma (9-17 novembre 2012), mentre il fuoco incrociato della stampa e degli addetti ai lavori lo marcava sempre più stretto e sempre più fitto per via della sua nomina imposta dai poteri politici capitolini, Marco M├╝ller deve aver pensato a trovarsi un rifugio. Un posto sicuro dove potersi riparare e portare avanti la propria idea di cinema e di evento culturale, magari giusto un po’ al lato del red carpet dell’Auditorium e della mentalità delle anteprime e dei grossi nomi, i film attesi, gli ospiti celebri.

Gli è bastato attraversare la strada, coprire i pochi metri che separano via de Coubertin dalla sede del Maxxi, e varcare la porta del Museo delle Arti del XXI Secolo. Ecco, chi ha seguito con attenzione le ultime edizioni della Mostra del Cinema di Venezia dirette da M├╝ller, e ne sa riconoscere l’audace concezione di fruizione e strutturazione di un programma dalla varietà e coerenza interna sempre uniche ed inedite in altri contesti internazionali, intuisce anche solo scorrendo il calendario delle proiezioni della sezione Cinemaxxi, quella appunto ubicata nelle sale del Museo, che è lì che si è andato a cacciare il Festival di Marco M├╝ller. La creatura che aveva in mente per Roma, la ricerca di un cinema apolide che chiede una continua sfida allo spettatore, all’industria, al reale: è quasi tutto nella programmazione del Maxxi.

Crollata ormai inesorabilmente, con un’apocalisse di cui in pochi sembrano essersi accorti, l’idea compiuta e chiusa in se, autodefinita, di evento culturale o e dunque di evento cinematografico, la sezione Cinemaxxi sembra davvero tentare di fare i conti con il paesaggio del dopo, con le domande di cosa fare con quello che resta, di quello che rimane. E allora baluardi dello sperimentalismo (termine a ragione odiato da M├╝ller) come Peter Greenaway, Amos Poe, Julio Bressane, gli italiani Zapruder, l’imperdibile nuovo funambolico esercizio di forma di Xu Haofeng, e due film collettivi (Centro Historico e Mundo Invisivel) che riuniscono corti di maestri come De Oliveira, Kaurismaki, Erice, Wenders, Egoyan, Maddin, Angelopoulos. Ma il lavoro che più di tutti sembra rappresentare e raccontare l’intuizione dietro Cinemaxxi è davvero il ritorno del fenomenale regista di Robocop, Atto di Forza e Starship Troopers, l’olandese Paul Verhoeven, che presenta una sorta di finta puntata pilota di una soap opera crudelissima, cinica ed efferata, Steeekspel, scritta, pensata e sviluppata in maniera partecipata insieme ai suoi fan attraverso i social network.

A sigillare l’identità trasversale del programma, la presenza di James Franco, che riceve un premio, presenta un nuovo lavoro breve, e tiene una masterclass nei giorni del Festival. Attore hollywoodiano ma anche regista indipendente, scrittore, drammaturgo e videoartista, Franco è il corpo perfetto per Cinemaxxi: più che una definizione, una ridefinizione perenne.

 

ALTROcheARCHITETTURA di Maria Clara Ghia

Avere a che fare con la legna

Provate a dare a dei naufraghi su un’isola queste due notizie: la prima è che è stata scoperta della legna per fare il fuoco, e per quella notte non patiranno il freddo; la seconda è che, all’orizzonte, sta passando una nave.

Secondo voi, quale interesserà?

Andrea Oppo

 

Per definire la specificità dell ‘architettura si dovrebbe passare da un registro all ‘altro, dal piano filosofico al piano sensibile, dal piano scientifico a quello artistico, perche l ‘architettura non può che configurarsi come sintesi dei diversi registri, culturali, naturali, artistici, tecnici, e gli architetti dovrebbero saper attuare questa sintesi meglio di chiunque altro. Di fronte a questa mole di responsabilità, si è venuta marcando una divisione: da una parte gli architetti che si rifugiano nell ‘individualismo autoreferenziale, scavando una separazione fra architettura e società. Dall ‘altra gli architetti che si gettano nel sociale, sperando di riuscire a portare con se, magari in un secondo momento, anche l ‘architettura. Da una parte i creatori di forme, dall ‘altra gli architetti engages. Troppo raramente i due aspetti riescono a coesistere.

La divisione è segnata dal modo in cui ognuno di noi cerca di rispondere alla famosa domanda dell ‘Idiota di Dostoevskij: ├ê vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?. Una frase ambigua dell ‘autore più ambiguo di tutti, una frase che non a caso il principe idiota non pronuncia mai direttamente, un ‘allusione cui non si accenna che di sfuggita. L ‘arte nelle sue espressioni più alte, una sorta di magia che, appunto, solo in pochi sono in grado di compiere. Una bellezza che tutt ‘al più consola, un forte analgesico. Ma l ‘idea di una salvifica bellezza rimanda ancora a un al di là, a un altro mondo nel quale saremo salvi. Noi di mondo ne abbiamo uno solo, questo. Questo mondo, la bellezza, il più delle volte se la inghiotte.

L ‘attitudine etica consiste proprio nell ‘avere a che fare con la legna, non nell ‘aspettare la nave. Nel non cercare una salvezza al di fuori dall ‘ordinario. Nel concepire la realtà come processo organico e relazionale in cui è sempre e per tutti insita la possibilità di scelta, e con essa la libertà.

L ‘architettura non può che situarsi all ‘interno della vita reale, non può che esistere orientata verso gli altri, le cose e la Terra. Aprire alla dimensione temporale vuol dire restituire al progetto un senso: un ‘origine, ossia l ‘individuo, la società, la Terra e una direzione, espressa dalla domanda, formulata dall ‘individuo, dalla società e dalla Terra, a cui l ‘architettura può provare a rispondere come prefigurazione del futuro.

Hannah Arendt in Vita activa scrive che la libertà dell’agire è impossibile da trasmettere in un mondo che non attribuisce senso all‘agire in pubblico. La crisi è riportata sempre alla relazione con la fondamentale lacuna dell ‘agire, lacuna che si configura tanto come interruzione della tradizione, quanto come privazione di uno slancio costruttivo e prefigurativo verso il futuro. Se l ‘essere umano non può aprirsi al mondo, allora nella sua esistenza e nella sua cultura si genera una frattura che origina la crisi dell ‘autorità, della libertà, dell’istruzione, persino del pensiero. Vale la pena ricordarlo, circondati come siamo, in architettura come in politica come per le strade come accanto al portone di casa, da individui mossi maniacalmente da interessi privati, da egotismi, da deliri solipsistici, tanto che ormai il concetto di pubblico sembra a rischio di perdere anche l ‘ultimo barlume di senso.

 

Gli uomini, anche se devono morire, sono nati non per morire ma per incominciare.

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Elisabetta Fragalà

MASTER DI 1┬░ LIVELLO IN ALLESTIMENTO & PROGETTAZIONE DI COMPONENTI – Exhibit design” a Roma

L ‘attività formativa è pari a 1500 ore di impegno complessivo, di cui almeno 300 ore dedicate all ‘attività di didattica frontale e 200 ore destinate alla prova finale( Tesi). Le restanti ore saranno impiegate per le attività formative di Tirocinio/Stage, presso Società, Imprese e Studi di progettazione privati o pubblici, ovvero in attività formative alternative indicate dal Consiglio didattico scientifico.

Le attività didattiche del Master si svolgeranno a Roma presso la Facoltà di Architettura sede di Valle Giulia, Via Gramsci , 53- 00197- Roma.

Il corso è a numero chiuso ed il numero massimo di partecipanti è pari a 30.

Per informazioni : E-mail: masterpac@uniroma1.it

 

La tecnologia laser al servizio dell ‘edilizia civile. Workshop sulla tecnologia laser a Piacenza

Acciaio Realizzare nuove costruzioni con concetti innovativi in grado di resistere a eventi sismici, oltre che architettonicamente più belle e accattivanti. I moderni macchinari di taglio laser dei tubi offrono nuove possibilità per i sistemi di controventatura realizzati con profili tubolari per il recupero e la messa in sicurezza degli edifici vecchi non più a norma e critici dal punto di vista sismico. Queste sono le considerazioni alla base del workshop tecnico in programma nell ‘ambito dell ‘EXPOlaser forum di Piacenza in cui Laser way e Fondazione Promozione Acciaio forniranno spunti di aggiornamento importanti sulla progettazione di giunzioni e strutture tubolari in acciaio: un tema di estrema attualità alla luce degli accadimenti sismici di quest ‘anno.

Venerdì 16 novembre, PiacenzaEXPO, Via Tirotti 11,Piacenza. http://www.promozioneacciaio.it/expolaser.php

 

De Rerum Design; venticinque anni del progetto a Roma

Il volume, esce nel XXV anno dell ‘ISTITUTO QUASAR, a cura di Silvia Benedetti de Cousandier e Benedetto Todaro, per i tipi di Prospettive Edizioni, con contributi di Carpenzano, Locci, De Matteis, Giancotti, Leonori, De Leo, Costanzo, Tarducci, Longano, Martusciello, Mazzone, Bovo, Vendittelli e offre la sintesi di un percorso che negli anni si è andato consolidando. Occasione per tracciare un punto della situazione e documentare con contributi critici, testimonianze, ricerche, sperimentazioni didattiche e progettuali, temi, valori ed aporie dell ‘arte come mestiere proiettando le proprie sonde critiche a indagare il futuro del progetto.

Lunedì 19 novembre alle ore 18:00, Casa dell ‘Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47, Roma.

 

ForumLED Europe, Il salone europeo totalmente dedicato alle tecnologie LED a Parigi

L’esposizione è dedicata alle apparecchiature ed ai sistemi d’illuminazione che utilizzano i led, propone inoltre 2 giorni di conferenze con i migliori specialisti al mondo. La maggior parte delle sessioni saranno dedicate alle esperienze pratiche nella progettazione, nella produzione e nell’istallazione di tecnologie led, senza dimenticare riflessioni sull’andamento del mercato e sulle tendenze future.

Dal 21/11/2012 al 22/11/2012, Grande Halle De La Villette Paris, France.

Le costruzioni in zona sismica: il Patrimonio storico monumentale e gli edifici strategici. Incontro tecnico sulla progettazione in zona sismica, a Vanezia

L’ing. Mauro Nicoletti, docente del Politecnico di Milano e titolare dello studio d’ingegneria INM in collaborazione con la società Terra srl, dopo l’esperienza di progettazione in zona sismica all’Aquila e a seguito degli importanti avvenimenti sismici avvenuti in Emilia Romagna ha voluto creare un momento di raccoglimento tecnicoscientifico e interrogarsi da un lato su quale sia la migliore strategia d’intervento sia sui beni storico monumentali per garantire l’adeguata messa in sicurezza e dall’altro su come fornire adeguate riserve di sicurezza strutturale agli edifici strategici esistenti come: scuole, ospedali e ponti. Venerdi 23 novembre, ore 15.00, Sala Convegni di Santa Apallonia, Venezia.

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Filippo Puleo

Mostra SLABS – le forme sensibili della pietra, Palermo

a cura di Viviana Trapani

Presso la Cavallerizza di Palazzo Sambuca dal 09-11-12 al 15-11-12 si svolgerà la mostra di oggetti e piccoli arredi in marmo disegnati da studenti di Disegno Industriale di Palermo e realizzati da LITHEA

Cavallerizza di Palazzo Sambuca, via Vetriera 60/66 Palermo, dalle 10.00 alle 20.00

 

Steve McCurry – Viaggio intorno all ‘Uomo, Genova

Una grande galleria di oltre 200 ritratti che l ‘obiettivo di Mc Curry ha raccolto nell ‘arco della sua lunga esperienza e continua a raccogliere in ogni suo viaggio.

Genova, Palazzo Ducale, Sottoporticato, Piazza Matteotti n. 9

Dal 18 ottobre 2012 al 24 febbraio 2013

Telefono: 010 5574012 o 74826 o 74071

Sito web: http://www.stevemccurrygenova.it

 

Henri Cartier-Bresson. Immagini e Parole, Caserta

Quarantaquattro fotografie tra le più suggestive del grande maestro della fotografia in bianco e nero, accompagnate dal commento o tra gli altri o di Aulenti, Balthus, Baricco, Cioran, Gombrich, Jarmusch, Kundera, Miller, Scianna, Sciascia, Steinberg e Varda.

Caserta, Reggia di Caserta, Appartamenti Storici, Via Douet

Dal 01 novembre 2012 al 14 gennaio 2013

Telefono: 0823 448084

Sito web: http://www.reggiadicaserta.beniculturali.it

 

Keith Haring. Il Murale di Milwaukee, Caserta

Il Murale di Milwaukee – lungo trenta metri e alto due metri e mezzo – una delle più significative tra le opere pubbliche di Keith Haring, sarà allestito nelle splendido Salone dei Porti della Reggia di Caserta dal 2 giugno al 4 novembre 2012.

Dal 02 giugno 2012 al 04 novembre 2012

Caserta, Reggia di Caserta, Viale Giulio Douhet 2a

Telefono: 0823-448084 / 277380 – Fax: 0823-220847

caserta@civitamusea.it

Genealogie: il Palladianesimo in Africa attraverso il reportage di Max Belcher, Vicenza

La prima mostra temporanea ad essere ospitata nel Palladio Museum, racconta attraverso lo sguardo del fotografo americano Max Belcher il palladianesimo inconsapevole degli schiavi neri liberati dai campi di cotone nordamericani che, tornati in Africa, ricostruirono “a memoria”, con materiali locali, le ville dei propri padroni.

Palladio Museum 5 ottobre 2012 – 31 marzo 2013

Contrà Porti 11, Vicenza

Apertura:

da martedì a giovedi 10-18 – venerdì e domenica 10-19 – sabato 10-20

Biglietto intero 6 euro, 4 euro ridotto

Telefono: 0444 323014

E-mail: accoglienza@palladiomuseum.org – Sito: www.palladiomuseum.org

 

Il mestiere del fotografo, la fotografia commerciale in Italia, Milano

Dal 5 novembre al 19 dicembre 2012 Polifemo ospiterà presso la sua sede alla Fabbrica del Vapore di Milano un ciclo di quattro incontri dedicati a otto fotografi che operano in diversi settori della fotografia (architettura, corporate, still life, moda).

Sabato 15 dicembre una tavola rotonda vedrà operatori del settore confrontarsi sullo stato dell ‘arte della fotografia commerciale.

Il primo appuntamento dell’iniziativa sarà dedicato alla fotografia di architettura. Lunedì 5 novembre 2012 dalle 18,30 incontro con presentazione dei lavori dei fotografi Fulvio Bortolozzo e Carola Merello. I lavori saranno visibili fino al 14 novembre dal Lunedì al Venerdì dalle 10 alle 19, Sabato dalle 15 alle 19 (domenica chiuso).

Ingresso libero.

Polifemo – La Fabbrica del Vapore – Via Procaccini 4 – 20154 Milano, zona Cimitero Monumentale – tram 12, 14, autobus 37.

www.polifemo.org – 02.36521349 – info@polifemo.org

Architetture dal mondo, Milano

Il titolo della mostra fa riferimento esplicito a quelle opere che, come strade, ferrovie, aeroporti, più contribuiscono a dar forma al mondo e ne permettono il funzionamento, e al loro rapporto con funzioni e abitudini che cambiano e con un ambiente sempre più in pericolo.

La mostra si compone di quattro sezioni di cui una, quella storica, rappresenterà un elemento di continuità del percorso e le altre tre, in successione, esporranno opere e progetti relativi a ciò che si produce al di fuori del nostro paese, a ciò che stato realizzato o è in corso d ‘opera in Italia e, infine, a ciò che inizia a presentarsi come un quadro geografico a scala globale al quale le nuove grandi infrastrutture si rapportano.

Triennale di Milano 9 ottobre2012 o 10 febbraio 2013

Milano – Triennale di Milano, Viale Alemagna, 6

Orari: Martedi o Domenica, 10.30 – 20.30

Giovedi, 10.30 – 23.00

T. +39.02.724341

 

Henri Cartier-Bresson. Immagini e Parole, Caserta

Quarantaquattro fotografie tra le più suggestive del grande maestro della fotografia in bianco e nero, accompagnate dal commento o tra gli altri o di Aulenti, Balthus, Baricco, Cioran, Gombrich, Jarmusch, Kundera, Miller, Scianna, Sciascia, Steinberg e Varda.

Dal 01 novembre 2012 al 14 gennaio 2013

Caserta, Reggia di Caserta, Appartamenti Storici, Via Douet – Telefono: 0823 448084

Sito web: http://www.reggiadicaserta.beniculturali.it

Omaggio a Bruno Zevi anticlassico, 50 bassorilievi di Gaetano Pesce

curatore: Adachiara Zevi

Per festeggiare i dieci anni della Fondazione Bruno Zevi, la Facoltà di Architettura – Sapienza Università di Roma e la Galleria nazionale d ‘arte moderna e contemporanea ospitano una conferenza e una mostra del grande scultore, designer e architetto Gaetano Pesce, martedì 23 ottobre 2012. La mostra sarà aperta fino al 27 gennaio.

Galleria nazionale d ‘arte moderna e contemporanea, Viale delle Belle Arti 131, Roma

Orari: martedì – domenica dalle 10.30 alle 19.30, (la biglietteria chiude alle 18.45). Chiusura il lunedì

Info: tel. +39 06 32298221 – www.gnam.beniculturali.it

NOVECENTO. ARCHITETTURE E CITTA ‘ DEL VENETO

Evento collaterale della 13. Mostra Internazionale di Architettura o la Biennale di Venezia

curatori: Davide Longhi, Serena Maffioletti, con il supporto di FOAV (Federazione Ordini Architetti Veneto) e Patchwork studiArchitettura

Su iniziativa della Vicepresidenza e Assessorato al Territorio, Cultura, Affari Generali, Segreteria per le Infrastrutture, Direzione Pianificazione territoriale e Strategica Regione del Veneto e del Sistema Bibliotecario e Documentale Archivio Progetti Università Iuav di Venezia.

Inaugurazione mostra 25 ottobre 2012, ore 12.00 presso la sala espositiva Archivio Progetti

Università Iuav di Venezia, Cotonificio veneziano, Dorsoduro 2196, Venezia

apertura: dal 26 ottobre al 23 novembre 2012

orari: dalle ore 10.00 alle ore 18.00, da lunedì a venerdì (chiuso sabato, festivi e 2 novembre).

 

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

Se anche gli Emirati Arabi falliscono

L ‘ultima isola delle meraviglie architettoniche, Saadiyat Island a500 metridalla costa di Abu Dhabi, è nuovamente al centro dell ‘attenzione mondiale. Il grande sogno di trasformare questo pezzo di27 chilometriquadrati di terra in una delle più importanti mete culturali del globo stava per svanire. Doveva essere tutto pronto nel biennio 2013-2014 ma, esattamente un anno fa il TDIC – Tourism Development and Investment Company – developer dell ‘iniziativa, aveva annunciato l ‘impossibilità di rispettare i tempi per tre delle principali architetture che avrebbero caratterizzato l ‘area: il Louvre Abu Dhabi di Jean Nouvel, lo Zayed National Museum di Norman Foster e il Guggenheim Abu Dhabi di Frank Gehry. La causa, non confermata dal TDIC, era stata imputata da alcuni analisti alle incertezze sul mercato immobiliare di Abu Dhabi dopo il crollo degli affitti che aveva colpito gli Emirati nel 2011. Il rallentamento dell ‘economia in quella parte del mondo era stato evidente agli occhi di tutti a seguito della cosiddetta primavera araba e dopo lo smisurato boom economico-immobiliare dei primi anni zero. Ma oggi, con la ripresa dell ‘attività nel grande progetto dell ‘isola, quella di un anno fa potrebbe sembrare solo una flessione fisiologica. A supportare questa tesi, l ‘annuncio, da parte della TDIC, delle nuove date di apertura dei tre musei portabandiera di Saadiyat Island: nel 2015 sarà pronto il Louvre Abu Dhabi, successivamente lo Zayed National Museum e nel 2017 il Guggenheim Abu Dhabi.

Se queste promesse non venissero mantenute l ‘immagine florida e opulenta che tutti abbiamo degli Emirati Arabi verrebbe definitivamente deteriorata. Ma a venire meno è anche la credibilità di un sistema messo in piedi dal nulla dai più ricchi sceicchi del mondo. Così, per mantenere viva l ‘attenzione mediatica e rilanciare il progetto, Jean Nouvel, Norman Foster e Frank Gehry sono stati invitati alla Abu Dhabi Art Fair (dal 7 al 10 novembre) a prendere parte a un incontro pubblico sul ruolo dell ‘architettura nella società di oggi. Un segno di forza o il disperato tentativo di calmare le insistenti voci che annunciano imminente il collasso?

 

RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini

Trincea

Ogni giorno assistiamo impotenti al teatro del mondo e osserviamo le persone che lavorano per accumulare potere e per affermare se stessi alzando la voce, aggiungendo parole, aggredendo l’altro e chiamandolo alla competitività e al conflitto. Lo spettacolo del disfacimento della politica lo testimonia. Tutti i giorni nel nostro lavoro ci aspettiamo un nuovo attacco, una sortita, una denuncia, un avviso, una citazione, una multa, un avvertimento. Risultato: sembra proprio di essere in trincea armati di elmetto e fucile per cercare di parare qualche colpo invano. E allora fosse abbiamo bisogno di una strategia diversa, un ‘opposizione, un contro movimento, un ‘azione che spiazzi l’attaccante. Così proviamo a fare il contrario: anziche rispondere ai colpi sospendere la difesa. Si tratta di utilizzare armi pacifiche e potentissime come: abbassare la voce, dar corpo alla timidezza e modestia del silenzio, entrare in rapporto con gli altri, stabilire un incontro. Proviamo a creare un argine contrapposto alla pienezza del mondo e forse proprio attraverso l’esercizio del silenzio potremo cercare di avvicinarci a uno sguardo più umano, più autentico.

 

LA STORIA DELL ‘ARCHITETTURA di LPP

3.1.7 La torre di Babele: due concorsi per i grattacieli

Alla fine del 1921 si svolge a Berlino un concorso per un grattacielo di venti piani, tra il fiume Sprea e la stazione centrale sulla Friedrichstrasse. Partecipano 144 concorrenti. Tra questi Hans Poelzig, Hugo H├ñring, Mies e Scharoun.L ‘edificio di Poelzig, di raffinata semplicità, si basa su uno schema triangolare con il corpo degli ascensori posto al centro.

H├ñring, dopo aver studiato una proposta planimetricamente simile, decide di realizzare una configurazione a V che, da un lato, rende l ‘edificio convesso e penetrante, dall ‘altro concavo e avvolgente. Tuttavia, entrambi i lavori faticano a fare i conti con la dimensione verticale del grattacielo.

 

Mies, invece, senza rinunciare al corpo dei servizi posti al centro e a una configurazione in pianta rigorosamente simmetrica, sfaccetta le superfici del triangolo riuscendo così a suddividerlo in fasce che lo slanciano in altezza.

La scelta del rivestimento in cristallo, forse un omaggio a Scheerbart o agli amici della Gl├ñserne Kette, lo rende evanescente, leggero. In uno sviluppo successivo, Mies sonda una pianta più libera e l ‘utilizzo della linea curva.

 

Entrambi i progetti saranno pubblicati sulla rivista Fr├╝hlicht. A un osservatore superficiale, scrive Mies, il contorno della pianta può sembrare arbitrario, eppure è il risultato di molte ricerche effettuate sul plastico di vetro.

Per la linea curva sono stati determinanti l ‘illuminazione dell ‘interno dell ‘edificio, l ‘effetto della massa costruttiva nell ‘ambito della strada e, infine, il gioco dei riflessi di luce.

 

Al progetto per il grattacielo di cristallo ne seguono uno per un edificio in uffici in cemento (1922-23) e un altro per una villa in mattoni (1923), con chiare influenze De Stijl.

I tre lavori possono essere visti come il tentativo di sondare le caratteristiche espressive di diversi materiali con altrettanti schemi funzionali e, insieme, come la messa a punto di una strategia logico-formale unitaria da attuare nelle opere successive.

 

Il secondo progetto degno d ‘interesse presentato nel concorso del 1921 è di Scharoun, il quale realizza un massiccio basamento con un avvolgente ingresso concavo spaccato da un ingresso triangolare abilmente sovradimensionato. Vi poggia due corpi di fabbrica, uno dei quali è una snella e svettante torre.

Un nucleo di vetro proietta la propria luce sulla città.

 

Sviluppo verticale, poetica della luce. Sono i due temi, che al di là delle differenze, caratterizzano i progetti di Mies e Scharoun e su cui si dovranno cimentare gli architetti tedeschi lungo gli anni venti. Sarà Mendelsohn che, forse più di altri, apprenderà la lezione, utilizzando l ‘illuminazione artificiale o emessa dalle vetrate che erodono gli angoli delle costruzioni, dalle insegne e dai grandi segnali pubblicitari o come materiale di progettazione (ne parleremo in maniera più estesa nel paragrafo Architettura della luce).

 

Un secondo concorso di progettazione, che riscuote un impressionante successo, è quello per la sede del Chicago Tribune, in un lotto strategico della North Michigan Avenue, la zona di espansione verso nord del centro di Chicago, la patria dei grattacieli.

Il concorso, bandito nel 1922 e ampiamente pubblicizzato, richiama 263 gruppi.L ‘obiettivo è realizzare il più bello e importante edificio del mondo. Un ‘opera che può raggiungere centoventi metri d ‘altezza, ben oltre i venti piani del concorso di Berlino.

I tedeschi, avvertiti dalla rivista Bauwelt e praticamente disoccupati a causa dei postumi del conflitto mondiale, partecipano in massa. S ‘iscrivono anche alcuni italiani, tra cui Marcello Piacentini, che all ‘epoca ha quarantuno anni e comincia a farsi largo nel panorama architettonico italiano.

 

Vincono gli americani Raymond Hood e John Mead Howells con un corretto edificio neogotico caratterizzato da un brillante coronamento, forse per aver interpretato la preferenza stilistica dei proprietari del Chicago Tribune, forse perche predestinati al successo per via di conoscenze e parentele.

 

Secondo è il finlandese Eliel Saarineen, autore tra il 1910 e il 1919 della stazione di Helsinki, un ‘opera neoromanica di notevole qualità formale che ricorda il miglior Berlage. Rispetto al progetto vincitore, la torre di Saarineen, più unitaria, ha maggior slancio verticale. Incontra il favore di Louis Sullivan che pubblicamente la difende.

Non e ‘ difficile vedere nei lavori presentati al concorso per il Chicago Tribune uno spaccato della ricerca in atto in Europa e negli Stati Uniti su un tema così attuale e inconsueto. Se volessimo provare a dividerli in categorie, potremmo contare tre gruppi.

 

Il primo è dei neogotici. Sono la maggioranza. Fanno coincidere lo sviluppo in altezza con le lo stile che più di tutti ha fatto i conti con lo slancio verticale. Per le loro vale il giudizio espresso da Sullivan a proposito del progetto vincitore: lavorano su un ‘idea datata e moribonda.

 

La seconda categoria è quella degli accademici. Vi figura il palazzo eclettico progettato da Piacentini e lo pseudoarco di trionfo di Saverio Dioguardi. Non mancano lavori che riprendono il campanile di Giotto o prototipi rinascimentali allungati e deformati. Vi sono poi almeno tre progettisti che propongono il tema della colonna-obelisco. Uno è Adolf Loos, che sta evidentemente passando un periodo di crisi figurativa.

 

La terza categoria è rappresentata da progetti moderni. Spicca la torre di Duiker e Bijvoet che, per slanciarsi in altezza, non esita a frammentare il basamento su cui dovrebbe poggiarsi. Felice promessa di due architetti che, lavorando in coppia o separati, produrranno alcune tra le più riuscite opere degli anni venti e trenta.

Appartengono sempre allo stile moderno il sobrio grattacielo di Max Taut e la guglia espressionista di Bruno Taut. Il progetto di Gropius e Meyer, come testimoniano le lastre in aggetto che timidamente erodono gli angoli, è in bilico tra composizione per piani e per volumi, tra sollecitazioni espressioniste, allusioni al vocabolario wrightiano e il desiderio di pervenire a un razionalismo più asciutto ed essenziale. Karl Làmberg-Holm disegna un edificio colorato e giocoso che colpisce il critico Behne, il quale lo pubblicherà nel libro Der moderne Zweckbau del 1926 come esempio di architettura moderna elaborata da un architetto danese. Il prisma di Arturo Tricomi di Napoli è, nella sua radicale semplicità, più interessante delle opere dei suoi più accreditati e conosciuti connazionali.

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama

La casa del nuovo ricco luccica solo per vecchi poveri

L’architetto che riesce a vedere le cose piccole, vede anche le grandi

L ‘autore di testi divertenti progetta opere noiose (e viceversa)

Chi finisce un progetto non è mai la stessa persona di chi l ‘ha cominciato

Chi impara dal passato progetta il futuro

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare

Novembre 1962

Nel 1962 era emersa, durante un dibattito televisivo sugli spazi verdi, una lamentela sulla mancanza di queste aree nelle città italiane.

Si erano elogiati i giardinetti striminziti che circondavano le casette unifamiliari degli sterminati sobborghi americani e inglesi e si erano riprodotti fino a sazietà i parchetti ritagliati nei quartieri olandesi o svedesi con i soliti laghetti, le serpentine, gli scivoli e i quadratini di rena.

Ci si cominciò a porre alcune questioni: Crediamo davvero che la città debba trasformarsi in un amalgama di giardinetti? O che sia formativo intellettualmente per i ragazzi e per i bambini questo evadere dall ‘organismo urbano?.

L ‘alternativa, in quegli anni, l ‘aveva indicata, al solito, Le Corbusier, il più coerente oppositore delle città-giardino con le sue unità di abitazione di Marsiglia, Berlino e Nantes.

La città era tutta libera, tutta disponibile, bastava elevarsi dal piano terra al livello delle terrazze che coprivano gli edifici: spazi immensi, vari e soprattutto salubri in quanto lontani dal traffico.

Bastava liberare le terrazze dai cassoni dell ‘acqua, dagli stenditoi, dalle baracche e dagli ingombri inutilizzati; attrezzarle per il gioco dei bambini, con alberi e tappeti verdi, con piani inclinati e pareti ondulate, con piscine e scivoli architettonici in modo da offrire la possibilità di giocare in un senso consono alla città, fuori da ogni vano tentativo di surrogare la campagna.

Si poteva attuare un simile programma nel 1962?

Era certamente possibile; bisognava stimolare la ricerca, fornendo esempi concreti su come attrezzare l ‘esistente.

Si poteva tentare di istituzionalizzare la trasformazione delle terrazze, specialmente negli anni sessanta, quando gli spazi liberi nella città con la ricostruzione del dopoguerra, cominciavano a scarseggiare.

Se questo era il quadro degli anni ’60, noi oggi possiamo rilevare questi sviluppi:

-le terrazze sono rimaste uno spazio praticato solo da antenne e parabole;

-non è ancora terminata la ricerca di quelle poche aree degradate o abbandonate;

-quando le aree sono individuate procedere a recuperi non è più sostenibile.

Per suffragare questa tesi basta citare la ventennale epopea dei PVQ – Punti Verde Qualità del Comune di Roma.

Approvati dalla giunta del sindaco Rutelli sono giunti, si fa per dire, sino a noi con costi per la collettività a dir poco imbarazzanti.

Dei quaranta PVQ progettati nel 1995, per una complessiva area di400 ettari(l ‘equivalente della somma di Villa Borghese, Villa Pamphili e Villa AdaÔǪ.), ne sono in funzione solo diciassette.

Conoscendo la gestazione dei progetti romani, quest ‘aspetto sarebbe marginale se raffrontato al quadro economico pensato per la realizzazione; con leggerezza, o forse con complicità, il comune firmò, al tempo, 600 milioni di fideiussioni a garanzia dei progetti, non tenendo conto dell ‘italico costume dello scarica barile.

Oggi che lo scandalo dei PVQ è scoppiato al comune, e quindi alla collettività, sono rimasti i mutui inevasi e aree ancora più degradate e inutilizzate.

E ‘ lecita la domanda: perche ci complichiamo sempre la vita?

Ci conosciamo, e sappiamo che se dobbiamo ottenere un risultato ci ostacoliamo da soli; tanto vale illuderci che raggiungeremo gli obiettivi passando attraverso macchinosi congegni anti economici messi in piedi allo scopo.

Se la soluzione è dietro l ‘angolo noi, andiamo sempre dall ‘altra parteÔǪÔǪ

Nel fascicolo di novembre sono presentati i premi IN/ARCH e il premio nazionale, riservato a opere realizzate, fu assegnato al complesso direzionale, industriale e residenziale della società Olivetti a Ivrea.

Il premio fu assegnato all ‘intera attività architettonica dell ‘Olivetti riconoscendo l ‘acume e il coraggio con il quale questo committente, e in particolare Adriano Olivetti, scelse in trent ‘anni i nomi migliori dell ‘architettura italiana per realizzare i propri edifici: Figini e Pollini, Gardella, Nizzoli, Bottoni, Quaroni, Ridolfi, Albini, BBPR, Vittoria Cosenza, Porcinai, Zanuso, Scarpa, Gabetti e Isola, Cappai e Mainardis, Magistretti e Scarpa.

Olivetti fu un committente che riuscì ad adempiere la sua vera funzione storica, che non era di fidarsi dei valori confermati, conclamati o magari soltanto per pigrizia comunemente accettati, ma di promuovere la ricerca di nuovi valori e di forme nuove.

Chiedeva all ‘architettura di recuperare il valore civico della propria finalità, di essere capace di organizzare la città come luogo d ‘incontro sociale, come struttura di comunicazione e confronto culturale.

Come rilevato dalla mostra realizzata dall ‘Architetto Luca Zevi nel Padiglione Italia, durante la 13 mostra internazionale di Architettura, la strategia di Olivetti appare ancora oggi innovativa, proiettata verso il futuro e concretamente finalizzata al miglioramento complessivo della società. Rimpiangere queste figure illuminate non sarà mai abbastanzaÔǪ.

Se nel 1962 decidevi di comprare una parete estensibile Diviflex per moltiplicare,dividere e risolvere ogni tipo di spazio spendevi 35.500 lire al mq.pardon 18.33 euro al mq.

 

Architetto Arcangelo DI CESARE

www.xxl-architetture.com

mail: a.dicesare@xxl-architetture.comarchang@libero.it

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro

Marziani

AAA accorrete: scampoli di fine stagione, fine arte a Napoli. Cinque incontri con Renato De Fusco sulla storia dell ‘arte contemporanea, dalle avanguardie ai nostri giorni, un millennio fa. Tutto al Blu di Prussia di Via Filangieri, palazzo Mammajuolo. Tutto gratis, tutte di sabato mattina alle ore 11.00. Segue ricco dibattito partecipativo con botti e risposti. Nonche frizzi e lazzi di gusto & de fusco. Alla fine aperitivo o caffè a piacere (al bar, a spese vostre).

Gli incontri seguono cinque (delle sei) linee interpretative che stanno belle e stampate da tempo nella fortunatissima Storia dell ‘arte Contemporanea di De fusco (Laterza 1983, ristampato a grande richiesta più volte, fino al 2010.ÔǪ ma non è finita, nda). Già effettuate il 20 e 27 ottobre gli incontri della linea1, Espressione, e quella della linea 2, Formatività. Prossimi appuntamenti il 10, 17 e 24 novembre rispettivamente con la linea3, l ‘arte sociale; la linea4, l ‘arte utile e la linea 5, quella della riduzione. Non mancate e non demandate. Marcare il titolo di viaggio e prepararsi in tempo a scendere!!

La formatività è la linea dell ‘arte contemporanea della Napoli-metrò che (forse) sta più a cuore di De Fusco, conduttore supremo. Infatti è noto che da giovanissimo egli si indirizzò su quella via come pittore, nell ‘eroica Napoli speranzosa dell ‘immediato dopoguerra. In un recente viaggio della (sua) memoria dei mezzi pubblici dell ‘arte di quei tempi, il nostro assoluto Maestro osempresialodato- ha ripercorso quelle lontane vicende nello struggente: Arti & altro a Napoli dal dopoguerra al2000(Paparo edizioni, Napoli,2009, inparticolare nel paragrafo: Il gruppo Sud-pittura, pag. 39 e sgg, nda).

Per questo personalissimo motivo, De fusco ha parlato con molta partecipazione emotiva di quella linea d ‘arte (marcare il biglietto, non palpeggiare e lasciare libero il passaggio, prego). In parti-colare e parti-colore quando è arrivato alla fermata San Mondrian, che di questi santini dell ‘arte moderna è tra i più miracolosi e invuocati: San Mondrian, ora pro nobis – San Picasso, ora pro nobis ÔǪ bis ÔǪ bis ÔǪ.

Di quel fondante viaggio esistenziale dell ‘olandese a quadretti, De fusco ha ricostruito il faticoso percorso che lo portò, ad inizio ‘900, dal rappresentativo al conformativo ÔǪ fino all ‘approdo suo americano, fine degli anni trenta, e agli ultimi suoi quadri, finalmente venduti, perche il nostro santo era sì molto stimato, ma per niente acquistato.

Era Mondrian infatti un santo che non faceva miracoli di mercato, almeno fino a “Broadway Boogie-Woogie” ( ’42-43) e all’incompiuta e bene augurante: “Victory Boogie-Woogie” (’42 o ’44). Il 1944 è però anche l ‘anno nel quale Mondrian rende le penne e il pennello al Padreterno, per una stupida polmonite, a 71 anni. Una prece d ‘arte. Era il 1 febbraio del ’44. Dopo qualche mese, il 6 giugno, gli USA daranno vita al più spetta-colare e spetta-colore sbarco di un ‘armata mai visto: fu il D-Day, il Di-Dai tutto (a Noi). Fu (e de fu) il giorno più lungo dell ‘arte, che durerà almeno una trentina d ‘anni (di sbarchi).

Come da canone consolidato, De fusco ha rilevato la differenza tra gli allegri e ottimistici ultimi quadri americani di Mondrian e quelli europei degli anni ’20 e ’30 che tendevano ad avere un’austerità monastica e quasi scientifica. Anche se, nel laudato rigore spirituale di Mondrian, alla fine o ha rilevato De Fusco o c ‘è arbitrarietà e adattamento all ‘armonia: Mondrian va a uocchio, dipinge a sentimento, pur in questo quadro d ‘insieme conformativo, ha affermato deciso e spiazzante De fusco, da storico pittore (e pittore storico praticante).

In questa affilata forbice Europa – America la mia domanda, che qui ripropongo a post/intermezzo: Ma insomma, caro professore, in definitiva, a bocce ferme firmate, lo sbarco dell ‘armata conformativa purovisibilista di Mondrian da Parigi alle terre d ‘America riesce o nun riesce? Regge o non regge?

O quegli americani non sanno che farsene di quell ‘arte sua religiosa e monastica? E per tal motivo, per renderlo commestibile, lo ammorbidiscono, lo attenuano. Lo rendono meno spigoloso, più colloquiale e gradevole. A ritmo di boogie-woogie e cha cha cha lo stravolgono e lo assorbono in una logica di produzione-consumo e di styling. Tutto deve concorrere allo spirito del tempo, al New Deal e all ‘arte di propaganda. Cioè, come Charlot, allo sforzo bellico: Victory! Spingendo così, di fatto e di fatti, Mondrian dentro la società dello spettacolo e dell ‘informazione spinta dei media di allora.

 

Del resto il 30 ottobre 1938, Orson Welles aveva annunciato lo sbarco dei marziani sulla Terra d ‘America, una clamorosa beffa radiofonica. L ‘artista non solo stava tutto dentro i media e non ne aveva più paura, (si pensi per converso alla levata di scudi degli intellettuali contro l ‘installazione a Parigi, nel 1889, della Torre Eiffel, che poi diventò il simbolo vincente della ville lumiere). Anzi l ‘artista americano padroneggiava i media, fino allo sberleffo di massa radiofonico di Orson. E la televisione era già alle porte, in quel 1938. Per non parlare dell ‘Obama nostro d ‘oggi che vince le elezioni per una differenza di voti dovuti al più sapiente uso dei twitter e dei social network: Victory, Victory!!

 

Insomma, professore, in conclusione: Mondrian regge o non regge nel passaggio transatlantico dell ‘avanguardia? Nel passaggio dalla concentrazione della città europea alla diffusione della metropoli americana?

No, non è così, obiezione respinta, dice De fusco: Mondrian e l ‘Europa reggono e come! Anzi, al contrario, quella tradizione di ricerca continua alla radice: c’è una consegna ideale tra l ‘Europa e l ‘America ÔǪ la quale ha uno scatto d ‘orgoglio e elabora per la prima volta un ‘arte sua propria, originale …

Sarà, ma io pensavo al Goethe che scriveva, nel passaggio epocale di fine ‘700, tra Weimar (6.000 abitanti) e Napoli (450.000 abitanti): ÔǪ a loro (alloro), agli Antichi, il terribile, il piacevole, ÔǪ a noi Moderni il modo terribile, il modo piacevole ÔǪ. C ‘è qualche differenza!! Questione di modi, dunque, ora che di quell ‘arte antica europea, puntuale e concentrata, la società americana diffusa ed estesa, non ha alcun bisogno democratico.

Invece di fare arte, preferisco fare un buon giornalismo, affermerà poi beffardo Rauschenberg. Per non parlare di Warhol, perfetto artista perche perfetto pubblicitario. E vice-versus. Saluti, Eldorado

 

RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI

La piazza: significati e ragioni nell ‘architettura italiana

di Dina Nencini

Christian Marinotti Edizioni, 2012

Euro 15,00

 

Questo libro intende delineare i tratti salienti della piazza quale luogo permanente e specifico dell ‘architettura italiana, ma anche sottolineare l ‘influenza che le stesse hanno avuto nella cultura urbana europea, approfondendo i motivi che rendono ancor oggi la piazza il riferimento principale nella quale la città si riconosce.

Afferma la Nencini o docente di progettazione architettonica alla Sapienza o che le piazze, nella loro INATTUALITA ‘, ci offrono un ‘indispensabile chiave di lettura utile a riformulare i nuovi paesaggi urbani, contro il degrado, la dispersione, la irriconoscibilità e la confusione dello spazio contemporaneo. Un po ‘ dimenticata, un po ‘ trascurata, la piazza è una componente ambigua delle metropoli di oggi, spazio più che sociale, emblematico, aggregativo, antico, espressione insieme di vuoto e di cristallizzazione di un tempo meno frenetico, congiunzione di vie e di vite.

Un testo un po ‘ accademico nella sua visione storicista, accompagnato in prefazione da un saggio critico dell ‘immancabile -accademico anch ‘egli- Franco Purini. Quando si dice attualità e attualizzazioneÔǪ

 

Voto: 5

 

IDEE

Gerardo Mazziotti: Una proposta per l ‘Esposizione Universale 2015 di Milano

Le Esposizioni Universali hanno costituito l ‘occasione, non solamente per esibire il progresso economico, tecnologico, culturale e sociale dei Paesi partecipanti, ma anche per realizzare opere, che, per la loro straordinarietà tecnologica ed estetica, rappresentassero il simbolo dell ‘ Evento e che, conservate anche dopo la manifestazione, arricchissero il patrimonio architettonico delle città ospitanti. E. infatti, l ‘Expo di Londra del 1851 haavuto come simbolo il famosissimo Cristal Palace di Joseph Paxton, realizzato ad Hyde Park e,successivamente, smontato e ricostruito a Sidenham Hill, e considerato da tutti gli storici il primo esempio dell’architettura in acciaio e vetro ( un primato attribuito erroneamente perche, come ebbi modo di documentare in più occasioni, l ‘opera di Paxton era stata preceduta dalle grandiose Serre viennesi di Shonbrun del 1755, dove si svolse nel 1786 la famosa sfida tra Mozart e Salieri ). L ‘Expo di Parigi del 1889 haavuto come simbolo la gigantesca Torre di ferro di Gustav Eiffel, contro la quale si scagliarono 300 intellettuali di mezzo mondo ( 300 metriera l ‘altezza vertiginosa della torre) che mal vedevano questa mostruosa opera nel contesto architettonico parigino e che ottennero la promessa che, se malauguratamente realizzata, sarebbe stata smontata appena concluso il grande evento. Ma, per fortuna, il desiderio di Victor Hugo, di Emile Zola e degli altri contestatori non fu esaudito e la Tour Eiffel, divenuto il monumento più celebre di Parigi, continua a essere meta del turismo mondiale. Identica sorte è toccata all ‘Atomium realizzato dall ‘architetto Andrè Waterkeyn all ‘Expo di Bruxelles del 1958. Un composizione spaziale alta 102 metri, rappresentante un cristallo di ferro ingigantito qualche milione di volte, costituita da 9 grandi sfere metalliche collegate tra loro e accessibili con scale mobili, dove poter ammirare il panorama della città. Peccato che una sorte diversa sia toccata al padiglione della Philips di LeCorbusier, un insieme armonioso di paraboloidi iperbolici per realizzare un Poème èlectronique di immagini, luci, forme astratte, suoni elettronici in movimento, la prima opera multimediale elettronica della storia dell ‘architettura, che, pur costituendo anch ‘essa il simbolo dell ‘Esposizione, venne demolita nel 1959. Quarant ‘anni dopo il Poème lecorbusiano stato ricostruito a Roma dal Centro Ricerche Musicali. L ‘Expo di Osaka del 1970 ha avuto il simbolo nella stupenda Festival Plaza di Arata Isozaki, una grandiosa copertura metallica reticolare sostenuta da quattro pilastri anch ‘essi reticolari, definita da Bruno Zevi La risposta della tecnologia moderna alle 134 colonne di pietra del grandioso Ipostilo di Karnak. Potrei fare altri esempi ma non credo che sia necessario. Da quel che è dato sapere nulla di simile al Cristal Palace o alla Tour Eiffel o all ‘Atomium o al Festival Plaza è stato previsto per l ‘Expo di Milano. E sarebbe un errore imperdonabile non profittare di questo grande evento per non realizzare un ‘opera che, oltre a diventarne il simbolo, contribuisse a migliorare il panorama architettonico cittadino. Tanto più che vi dovrebbero comparire i tre grattacieli della Adid, di Libeskind e di Isozaki che, per le loro forme stravaganti, sollevano perplessità e avversità ( Dario Fo e Adriano Celentano sono alla testa di un movimento di opinione, al quale ho aderito, decisamente contrario alla loro costruzione ). Ed ecco la mia proposta. Negli anni ’40 Frank Lloyd Wright progettò un grattacielo alto un miglio battezzato Illinois. Ha scritto Bruno Zevi: Con dieci Illinois si può radere al suolo l ‘intera isola di Manhattan. Utopie ? Niente affatto. L ‘Illinois è una proposta così perfetta che potrebbe non sembrare una provocazione. Wright ha studiato nei minimi dettagli la sua Città cielo di 528 piani. Ecco alcuni dettagli: 76 ascensori ad energia atomica, terrazze per150 elicotteri, membrature in alluminio e acciaio inossidabile, fondazione antisismica a radice rastremata E recentemente il famoso ingegnere americano Leslie E. Robertson, uno dei progettisti delle due Torri Gemelle di NY abbattute l ’11 settembre 2001, ha dimostrato che non c ‘è nessun problema a costruire un grattacielo alto 1600 metri, la tecnologia di cui disponiamo ce lo permette (ÔǪ) il vento è un fattore che si controlla facilmente e anche per i terremoti la tecnologia è molto più avanti di quanto si possa credere (ÔǪ)la nuova generazione di ascensori a doppio ponte consente di ridurre i tempi di spostamento grazie a macchine programmabili via computer: cabine che riconoscono il passeggero e sanno già a quale piano portarlo (ÔǪ) il futuro dell ‘uomo è a un miglio di altezza. Talchè mi appare logico proporre la realizzazione dell ‘ Illinois all ‘Expo di Milano. Sarebbe la riparazione al torto fatto al Maestro dell ‘architettura moderna dalla Soprintendenza di Venezia che gli impedì negli anni ’50 di realizzare sul Canal Grande il bellissimo Masiero Memorial perche incongruente con i valori storici e artistici del contesto lagunare ( salvo a consentire all ‘archistar Santiago Calatrava di realizzare, decenni dopo, un ponte di modesto valore estetico e di incerta stabilità ). Sarebbe il segno forte della modernizzazione della città e, nel contempo, il simbolo stupefacente dell ‘Esposizione Universale di Milano nel mondo.

 

SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo

Choosy tua sorella

Ho sempre avuto grande simpatia per le persone che dicono in continuazione, senza sosta, cose stupide e poco intelligenti. Perche in loro, in fondo, c ‘è una inconscia ribellione al mondo dell ‘intelligenza razionale, all ‘universo della logica. Portano avanti, in sostanza, una intrigante forma di decostruzione mentale che li porta, alla lunga, a perdere di vista l ‘universo in cui vivono. Se poi le stesse persone che dicono cose stupide e poco intelligenti ricoprono cariche di primo piano, dirigenziali, come spesso accade, la simpatia si tramuta in ammirazione, da parte mia, perche queste persone sono talvolta in grado di scardinare l ‘ordine reale dei valori condivisi. E faccio un esempio. Anche piuttosto banale, inutile come sempre. Nel nostro Paese tantissimi giovani studiano architettura. E tantissimi giovani si laureano in architettura. Tantissimi giovani, poi, praticano l ‘architettura. Tra questi, sono molti i giovani di grande talento che non riescono, nel nostro Paese, ad esprimersi. In nessun modo. Non riescono a lavorare. Non riescono a fare cultura. A loro è preclusa ogni forma di futuro. Non riescono a fare niente. A questi giovani non si danno prospettive. Solo bastonate. Gli si dice: vai all ‘estero. Oppure: non essere schizzinoso (che vuol dire: accetta qualsiasi lavoro). E proprio per questo, tanti di quei giovani, i più coraggiosi, fuggono in altre Nazioni, nel mondo. Ribellandosi. Tra questi giovani che scappano all ‘estero molti faranno (se non lo stanno già facendo) la fortuna di quei Paesi che avranno il privilegio (e l ‘intelligenza reale) di accoglierli e valorizzare le loro qualità. In Italia invece quegli stessi giovani vengono scherniti, ogni giorno, quasi fosse uno sport nazionale (nuovo sport: dai una bastonata al giovane), per cui diventa una cosa normale che, sempre in Italia, un giovane architetto di talento debba fare il pizzettiere, o debba lavorare in un grande magazzino, o fare mille altri lavori, per sopravvivere, quando, lo stesso giovane, andando all ‘estero, ha la possibilità, immediata e concreta, di guardare al futuro, di costruirselo questo futuro. Fuggendo quindi da quello che dovrebbe invece essere, l ‘Italia, il Paese dell ‘architettura e della cultura, il luogo che, per la sua Storia, più di ogni altro guarda al futuro.

Ebbene, stiamo tutti assistendo, al contrario, in questi mesi (in questi ultimi anni), proprio qui, in Italia, ad un affascinante meccanismo di decostruzionismo del pensiero. Per cui parlare a vanvera, dire stupidaggini e cose poco intelligenti diventa un atto nichilista, superbo, che rifiuta la realtà e proprio per questo assurge quasi a rappresentazione teatrale, chiaramente tragicomica. Stiamo assistendo al ribaltamento dei valori di equità, alla rinuncia delle speranze, all ‘abbattimento di qualsiasi sogno possibile. E, per questo, il fatto che un giovane architetto debba fare un mestiere opposto rispetto alla sua formazione, dopo aver studiato, dopo aver sviluppato talento e risorse indispensabili per la crescita di qualsiasi Paese, il fatto cioè che quel giovane debba rinunciare a tutto, diventa cosa normale e rientra in una astratta valutazione economica. E poi li vedi, tutti in televisione, esperti e politici, da una parte e dall ‘altra, con gli occhi sgranati, a parlare di spread, di crisi e di congiunture internazionali. E tutto ciò è affascinante. Non può che suscitare in tutti noi grande ammirazione. Come ammirazione e simpatia si prova per i matti. Dunque, al prossimo che me lo chiederà, anche io, finalmente purificato, potrò dire: amico mio, proprio tu, tu che potresti essere un grande architetto, rimani in Italia e non essere Choosy, rimani in questo Paese e fai il pizzettiere.

 

Ps. Questo articolo non vuole affatto sminuire il nobile mestiere del pizzettiere. Semplicemente, per svolgere tale attività, non serve una laurea in architettura. Anche se, a pensarci bene, dopo aver studiato architettura, le pizze verrebbero perfettamente tonde.

marco_sambo@yahoo.it

 

SEGNALAZIONI

Alessio Lontani: Evol

Invisibili geometrie di plastica poste ai margini della strada a nascondere preziosi grovigli di microchip e rame.

Indispensabili scatole tecnologiche senza le quali non potrei parlare al

telefono o asciugarmi i capelli mentre guardo la Tv.

I quadri elettrici tappezzano ogni angolo delle nostre città e per la loro

spiccata utilità troppo spesso vengono posizionati là dove non dovrebbero essere, come agli angoli di una chiesa, di fronte a un albero secolare, dietro il campetto di calcio dove giocano i bambini, su un litorale panoramico.

Nel solito tragitto casa-lavoro li intrerò centinaia di volte ma stranamente la loro insulsa neutralità non me li fa notare. Questi oggetti hanno la strana capacità di fuggire alla mia vista, come quando a Berlino, concentrato sui punti blu a pennarello indelebile che costellavano la City Map, percorrevo invano le tappe del Banksy tour per poi infilarmi per caso in una delle tante galleria d ‘arte. Volevo riposarmi un po ‘ e ho incontrato Evol. E ‘ stata una folgorazione, la stessa che ho avuto dodici anni fa quando a Bologna ho visto

il primo murales di Blu, con una sola differenza, Blu l ‘ho incontrato sui suoi muri, Evol in fotografia.

Costruire città nella città, dipingere grattacieli su pareti alte più o meno quanto una persona, usare tele insolite. Questa è arte di strada. Munito di maschere di cartone e bomboletta spray nera, Evol si aggira per le strade di Berlino e applica i suoi stencil su quadri elettrici, vasi di cemento, bidonimdell ‘immondizia, cassette della posta, marciapiedi. Trasforma comuni oggetti di arredo urbano in sculture iper realistiche, aggiunge finestre, tende, antenne paraboliche, graffiti, vasi di fiori, ricalca il mondo reale e ne fa miniatura di se stesso.

E ‘nella cura maniacale dei dettagli, delle ombre, dei riflessi delle persone che abitano dietro le finestre, dell ‘intonaco screpolato che lascia intravedere i mattoni, che l ‘artista berlinese costruisce la sua poetica e nel realismo fuori scala dei palazzoni sotto i palazzoni sferra un colpo secco alla monotonia del panorama edilizio della periferia.

Visto attraverso le foto, il mondo rappresentato da Evol potrebbe essere lo stesso in cui viviamo ma non è così, è un mondo immaginario dove le microarchitetture appoggiate, occupando spazi anonimi e marginali ridisegnano la città seguendo le logiche di un piano regolatore ideale che non ha nulla a che fare con il grigiume delle rigide normative tecniche e delle pratiche comunali, ma che parla la lingua dell ‘arte. Una lingua ironica, trasgressiva, critica.

Ma è nel salto di scala che la sua visione si manifesta.

Il messaggio è chiaro: dalle finestre degli austeri palazzoni della DDR in miniatura le signore di carta adesiva affacciate su vuoti ad altezza caviglia ci ricordano che la bellezza è ovunque, anche dietro un bidone dell ‘immondizia nel più squallido dei quartieri.

Il giorno dopo essere entrato in quella maledetta galleria d ‘arte sono

ritornato a Kreuzberg, non ero più alla ricerca di Banksy ma speravo di scovare Evol. Rispetto al giorno prima ero molto più attento, guardavo tutti i quadri elettrici, scandagliavo i marciapiedi, i bidoni dell ‘immondizia, le cassette della posta alla ricerca di qualcosa. Sono stato a Berlino per poco più di cinque giorni, potevo visitare la Porta di Brandeburgo o il museo ebraico di Libeskind e invece ho attraversato strade anonime e mi sono fermato in incroci pericolosi. Il mio viaggio di laurea è filato veloce come un treno, Kreuzberg e Prezlauerberg mi hanno svelato tutta la loro bellezza nascosta, ma di Evol nemmeno l ‘ombra. So di non aver buttato via il mio tempo, è bastata una

fotografia a farmelo capire, questa ormai è una certezza, l ‘insegnamento di Evol. Le sue miniature, troppo piccole da balzare agli occhi, mi obbligano a cercare, aguzzare la vista.

 

CONTRO-ARCHITETTURA di Massimo Locci

Ricordo di Italo Insolera

Italo Insolera, a 83 anni si è spento il 27 agosto 2012, e la sua scomparsa è passata quasi inosservata, forse perchè avvenuta in un periodo di vacanza, più probabilmente perchè poco presenzialista, riservato nel comportamento e quasi schivo, aliena dal desiderio di facile consenso. Una persona scomoda.

Ho sempre apprezzato i suoi studi storici sul Barocco e la storia urbanistica di Roma, ma anche l ‘attività didattica e i suoi progetti territoriali, redatti spesso in sodalizio con la moglie Anna Maria Bozzola. Quando nel 2010 ho iniziato questa rubrica CONTRO-ARCHITETTURA come modello avevo in mente proprio la ricerca di Italo Insolera. Come lui sono interessato ad analizzare i processi di trasformazione urbana, per capire cosa impedisce che in Italia si possa realizzare un ‘architettura di qualità, logica, tecnologicamente innovativa, libera dalle mode, etica e capace di creare un mercato non drogato dai finanziamenti pubblici e privati.

Coetaneo e amico di Arnaldo Bruschi, Mario Manieri Elia, Vittorio Franchetti Pardo, Edoardo Salzano e Giorgio Ciucci, Insolera oltre alla ricerca e allo studio della Storia della città si è dedicato molto alla progettazione urbanistica. Tra le poche opere di architettura ha realizzato la Biblioteca Nazionale di Torino, con Pasquale Carbonara, alcuni complessi di edilizia residenziale ed edifici scolastici.

Credeva fortemente nella stratificazione di esperienze, considerando l ‘urbanistica, il restauro dei centri antichi e degli spazi dell ‘archeologia (ha lavorato a lungo con l ‘archeologo Lorenzo Quilici) contigue per finalità e metodologie alla composizione architettonica.

Quando ho conosciuto Italo Insolera all ‘inizio degli anni ’80 era già molto noto, come docente e come urbanista, per aver affrontato i progetti tendenti a una corretta relazione tra espansione urbana e città antica, proponendo forme di tutela di quest ‘ultima mediante proposte di limitazione del traffico e soluzioni flessibili di pedonalizzazione. Per i progetti e per gli studi teorici, non a caso, aveva ottenuto il Premio Fondazione Aldo Della Rocca e il Premio IN/ARCH per la critica storica.

Come molti lo stimavo per il suo libro Roma Moderna del 1962, che ho letto e consultato ripetutamente negli anni, in quanto è un concentrato di temi e informazioni sullo sviluppo urbano della capitale ma anche delle ragioni della crescita disordinata del dopoguerra e delle logiche speculative in Italia. Contenuti tutti ripresi e ampliati nel 1980 nel volume Roma della celebre collana Le città nella storia d ‘Italia.

Leonardo Benevolo, di cui fu a lungo assistente nel corso di Storia dell ‘Architettura I, ne apprezzava il rigore critico-documentario, la chiarezza e l ‘accessibilità di linguaggio tanto da affermare che il libro più importante che descrive negli ultimi cento anni di Roma è quello di Italo Insolera.

In Roma, città e piani del 1966, su cui si sono formati molti studenti della mia generazione, aveva redatto ben quattro efficaci capitoli, innovativi per metodologia e valenza comunicativa, con foto critiche scattate da lui stesso ( il più significativo riguardava la capitale in espansione). Nello stesso periodo scrive alcune voci nel Dizionario di Architettura e Urbanistica, coordinato da Paolo Portoghesi.

Nel nostro primo incontro, sapendo che era nato a Torino gli chiesi se, per la collana Comunicare l ‘Architettura diretta da Bruno Zevi, era disposto a curare un saggio lungo sul Quartiere Falchera proprio a Torino, realizzato da Astengo e altri tra il 1950 e il 1955.

In un primo momento con molta gentilezza ha rifiutato, in quanto l ‘essere nato a Torino non gli pareva un presupposto sufficiente, o forse perchè quella pubblicazione (erano già usciti i primi due volumi) era fortemente condizionante nella struttura comunicativa, nell ‘approccio critico-operativo e nel congegno grafico. Successivamente, per simpatia verso un giovane particolarmente insistente e dopo aver analizzato il progetto editoriale accettò la sfida e scrisse un saggio molto bello e come sempre efficace.

Come richiesto dalla struttura comune dei saggi, analizzò il tema in relazione al linguaggio dell ‘epoca, ai precedenti, agli esiti e alla definizione dei punti nodali capaci di evidenziare la valenza innovativa dell ‘intervento torinese. Partendo dall ‘analisi della residenza integrata con i cavi urbani e il verde, pose l ‘accento sul valore insediativo di un quartiere fortemente connotato dalla morfologia ma non formalistico. Il Quartiere Falchera nella sua analisi risulta frutto di un moderno approccio organico (rispondente a reali esigenze fruitive) e, contemporaneamente, legato a una logica antica di rappresentatività dello spazio pubblico, anche quando correttamente definito da composizioni anti-monumentali ed elementi dal disegno informale.

In aggiunta, per fedeltà al proprio orientamento di ricerca, analizzò le condizioni economiche, sociali e culturali dello sviluppo urbano di quegli anni, che proprio a Tonino aveva vissuto da neolaureato e giovane intellettuale.

Da allora non ha mai smesso di interrogarsi sulla logica di crescita delle città; peraltro in questo momento storico condizionata anche dal mondo della finanza (Fondi Immobiliari) e dalla riconversione di molte imprese di costruzioni in strutture immobiliari. Riteneva questa condizione deleteria e pericolosa anche più degli anni del sacco urbanistico.

Si domandava costantemente se le attuali espansioni urbane, anche quando fortemente innovative nell’immagine, nelle procedure urbanistiche e nelle tecnologie costruttive, siano realmente a misura d’uomo e consentano un miglioramento della qualità della vita. Inoltre se l’attuale metodologia urbanistica, che nega il piano unitario e interviene sulle singole parti della città, risulti capace di governare tutti i processi legati alla trasformazione.

Interrogarsi su quanto la rendita fondiaria abbia influito sulle scelte urbanistiche era sempre stato il punto nodale nel suo raginamento; ora come ultimo messaggio andava ribadendo anche un problema etico legato alla finanziarizzazione del processo edilizio, i cui esiti sono l ‘abnorme inurbamento, il gigantismo e il formalismo delle opere realizzate, l’uso dei materiali sempre più uniformati e banalizzati a scala globale.

 

massimolocci.arch@gmail.com

 

LETTERE

Lettere spedite a: l.prestinenza@gmail.com

 

Alberto Izzo su Gae Aulenti

Lasciate in pace l’architetto “Gaetana”! Fatela riposare in pace e lasciate perdere il postmodernismo,il costruttivismo e guardatevi invece i grattacieli “storti” !

Alberto Izzo

Marco Romanelli su Gae Aulenti

Caro Luigi, spero tutto bene. Come sai leggo sempre il tuo giornale e non intervengo praticamente mai, ne per segnalarti quello che faccio, ne per commentare quello che dite. Oggi però mi sento in dovere di fare un ‘eccezione: non mi ha proprio convinto la lettura delle righe da Voi dedicate a Gae Aulenti. Se a livello di giudizio puramente estetico, prescindendo dal design e pensando solo all ‘architettura, posso in parte trovarmi concorde, mi sembra che abbiate totalmente dimenticato alcune straordinarie qualità dell ‘ Aulenti: dalla capacità di gestire cantieri estremamente complessi con un rigore e una forza rare, alla capacità di controllo non solo delle piante e dei volumi, ma di ogni più minuto dettagliocostruttivo (la famosa discesa di scala su cui pochissimi oggi sono preparati) fino alla volontà di utilizzare l ‘architettura come strumento di dibattito civile.

Inoltre non viene minimamente citato l ‘enorme contributo di Gae ad una disciplina che, come ben sai, amo molto, ovvero la cosiddetta architettura degli interni. In interni Gae è riuscita, pur lavorando per l ‘alta borghesia, a rompere gli stereotipi borghesi proponendo uno stile il cui minimo comun denominatore era la cultura. Basti guardare il puntuale inserimento di pezzi d ‘arte nei suoi interni, mai come aggettivazione a posteriori, ma come veri e propri materiali del progetto oppure il disegno di librerie che diventano la metafora stessa della salita alla cultura.

Finisco, per non annoiarti troppo, ricordando il contributo assolutamente speciale che Gae ha dato al design, in particolare al lighting design. Al di là della celebratissima Pipistrello le sue lampade, Giova, Ruspa, Patroclo, sono capolavori assoluti in cui Gae controlla i volumi con una forza incredibile e propone soluzioni anti-graziose di cui questi nostri giorni timidi e per bene hanno completamente perso la memoria.

Naturalmente questa è solo una riflessione scritta a caldo. Sono certo che ci sarà il tempo di ragionare sull ‘operato di Gae Aulenti, ma allora perche bruciare le tappe come avete fatto Voi?

Marco

 

Dario Canciani su Gae Aulenti

Carissimo LPP, la Tua PresS/Tletter mi ha anticipato: premesso che l’impegno e la serietà dell’attività di Gae Aulenti (anche in quanto donna oltre che architetto) siano indiscutibili, con amici, con una punta di polemica mia, ho sottolineato come la morte di Mangiarotti di pochi mesi fa sia passata in assoluta sordina mentre la morte di Aulenti abbia riecheggiato in telegiornali e speciali, addirittura si proponeva il lutto cittadino. Quanche anno fa, una quindicina, la morte di Aldo Rossi (un Pritzker oltre che un teorico sui cui testi più di una generazione internazionale si è formata) non aveva suscitato clamori e al suo funerale nemmeno il gonfalone del Comune di Milano. Mi chedevo quale fosse il tua parere e quello dei tuoi lettori.

grazie e buon lavoro

Dario Canciani

 

Sebastiano Brandolini su Gae Aulenti

Caro LPP, ho letto il tuo pezzo/necrologio su Gae Aulenti. Sono proprio d’accordo con te sulla breve analisi del suo stile e del suo lavoro; non mi piace proprio quello che ha fatto (eccetto l’impaginazione della Casabella di Rogers). Ma non concordo proprio con te sulle generalizzazioni che fai sul gruppo di Casabella, soprattutto rispetto ai recenti venti del decostruttivismo e affini; il decostruttivismo è nato morto e non ce ne è proprio bisogno! Aspetto fiducioso che diventi un rottame.

Ti mando un caro saluto, a presto, Sebastiano

 

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