Note su Pablo Picasso – di Claudia Ferrini

Il 19 settembre è stata inaugurata a Milano, presso i locali del Palazzo Reale, una retrospettiva monografica dedicata a Pablo Picasso.

Il progetto curatoriale appartiene a uno dei più acuti studiosi ed esperti d ‘arte picassiana, l ‘attuale direttrice del Musee National Picasso, Anne Baldassari. Avvalendosi di un criterio strettamente cronologico-sequenziale per esporre in modo efficace e ordinato una collezione di oltre duecento dipinti, disegni, sculture, libri illustrati e stampe dell ‘artista catalano, conservati nel museo parigino, la curatrice ha realizzato una mostra complessa che esamina e ripercorre tutte le fasi che caratterizzano l ‘evoluzione stilistica, dagli esordi del periodo blu fino ai lavori dei primissimi anni Settanta, di uno dei più autorevoli rappresentanti dell ‘arte contemporanea.

Picasso è stato ed è tuttora oggetto di una mole certamente macroscopica di analisi critiche, ed è sufficientemente conosciuto anche presso il pubblico più ampio. C’è però un argomento relativo alla sua carriera, approfonditamente dibattuto dalla storiografia artistica, che viene spesso esiliato, sottovalutato, accennato solo parzialmente nelle riflessioni di pubblico dominio, qualificato come “rilevante” piuttosto che “determinante”.

Verso la fine del 1907, il poeta, critico letterario e drammaturgo Guillaume Apollinaire presentò a Pablo Picasso Georges Braque. Ebbe così inizio una delle più intime e rivoluzionarie collaborazioni della storia dell’arte, una fortunata confluenza di personalità e temperamenti dissimili (mite e filosofico Braque, carismatico e irruento Picasso) ma soprattutto di competenze artistiche affini, che condusse i due ad interrogarsi sui medesimi problemi. Lavorando a stretto contatto dal 1909 al 1913, tracciarono le principali coordinate del Cubismo, esplicando gradualmente le regole di un linguaggio pittorico d’avanguardia, rielaborando le intuizioni e le ipotesi scaturite spontaneamente dal loro confronto continuo e paritetico.

E’ inesatto attribuire a Braque un contributo minimo o considerare il suo ruolo subalterno rispetto a quello rivestito dal collega nello sviluppo delle indagini cubiste. Molte delle sue teorie, infatti, anticiparono e sollecitarono quelle di Picasso, molte delle sue abilità tecniche di peintre decorateur vennero assorbite dall’amico così come il naturale rispetto e l’attenzione nei confronti della materia, valorizzata con aggiunte di sabbia e gesso per solidificare il colore.

Accomunati dalla convinzione che la pittura tradizionale fosse ormai esaurita, Braque e Picasso introdussero un’originale interpretazione di ogni elemento del vocabolario pittorico, mutuando dalle precedenti conquiste di Cezanne il concetto volumetrico implicito nella costruzione di forme solide per mezzo di strisce parallele o tocchi di pennello sovrapposti, estremizzando in modo logico e conseguente le deformazioni geometrizzanti. Nella nuova figurazione cubista, i volumi si articolano all’interno di un sistema dinamico di piani frantumati, il colore cede posto all’urgenza strutturale, il chiaroscuro viene impiegato contro la sua stessa natura, per creare il minor rilievo possibile.

L’obiettivo più audace perseguito da Braque e Picasso era l’infrazione delle regole della prospettiva lineare al fine di realizzare la fusione di due tipi di bidimensionalità, quella rappresentata e quella letterale, dichiarare quindi la piattezza della tela, l’unità e la fisicità dell’oggetto pittorico.
E’ possibile individuare una serie di elementi di natura stilistica e tecnica che ricorrono, a partire dal 1910, con significativa continuità, nelle opere di entrambi gli artisti, espedienti utili a sciogliere alcuni problemi espressivi sorti all’interno del movimento, evitare lo sconfinamento nell’astrazione e asserire le inclinazioni realistiche del Cubismo. Si tratta di lettere, numeri stampigliati, dettagli a trompe l’oeil e faux bois che, inseriti nell’ordine della rappresentazione, vengono percepiti come elementi immuni da qualsiasi potere distorcente e, per contrasto, costituiscono il modo più efficace di sottolineare il carattere bidimensionale della tela e consentire alla composizione su cui sono sovrimpressi di essere interpretata come tridimensionale. Tutti prodromi evidenti di quella che fu la più rivoluzionaria idea dell’arte del ventesimo secolo.

Inscindibile, infatti, dagli aspetti principali della poetica del Cubismo, l’invenzione del collage contemporaneo avvenuta tra la primavera e l’estate del 1912 scardinò e reimpostò la maggiorparte degli imperativi vigenti nelle procedure pittoriche della tradizione occidentale. Rappresentò in assoluto la prima innovazione tecnica che contribuì alla verifica del linguaggio della pittura. Tuttavia, sviluppando il suo principio essenziale, cioè la combinazione di frammenti piatti, distinti e non destinati ad inglobarsi, applicati su una superficie piana di supporto (generalmente la tela o un foglio), si estese nella terza dimensione fino a rigenerare anche le procedure della scultura e divenne assemblage.

Insinuandosi con intendimenti ed implicazioni diverse in tutte le correnti culturali del secolo scorso, la poetica del collage determinò il nuovo percorso dell’arte contemporanea, ampliando la superficie dell’opera fino a esaltarne, per la prima volta, la dimensione logica e concettuale. Il materiale extra-artistico prelevato dal quotidiano, portatore quindi di una propria carica espressiva, venne autorizzato a irrompere nel dominio dell’arte, considerato idoneo all’integrazione nell’opera in corso per sola scelta dell’artista. L’invenzione di questo nuovo medium sovvertì il sistema della rappresentazione mimetica e i protocolli delle belle arti: il piano della tela subì un’irrevocabile metamorfosi da finestra illusionistica a superficie specificamente piatta capace di ricevere e sostenere oggetti reali. Iniziava così un nuovo sconfinamento tra arte e realtà, che conferiva agli artisti la libertà di esprimersi attraverso qualsiasi materiale e procedura, di costruire, a partire da frammenti, opere percepibili come oggetti dotati di una propria autonomia, esistenza e consistenza effettiva.

Il collage ha rivoluzionato tutti gli ambiti più avanzati della ricerca visuale, sollecitato i più significativi cambiamenti tecnici, teorici, estetici e soprattutto concettuali della produzione e della ricezione artistica.

Costituisce il contributo più importante, l’innovazione più fertile che Picasso abbia reso ai suoi contemporanei e affidato ai posteri.

Ma non nasce solo dal suo genio. Nasce dal sodalizio artistico con Braque. E i meriti vanno attribuiti equamente.

 

 

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