L ‘architetto innamorato

Se l ‘architetto è innamorato, l ‘edificio parla d ‘amore.

La Chiesa di San Valentino al Villaggio Olimpico è stata inaugurata nel 1994, progettata da Francesco Berarducci, chiamato dal Vicariato di Roma per dare sostanza ad un ‘idea di comunità.

Il quartiere che ospita l ‘edificio è il Villaggio Flaminio, progettato dal gotha degli architetti romani del secolo scorso: Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Luigi Moretti, Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti, è salito, in passato, agli onori delle cronache per motivi di degrado sociale, e, non è stato, quasi mai, ricordato per la sua reale valenza: è un ‘icona della pianificazione urbanistica italiana.

Realizzato, nei tempi previsti, secondo il Piano particolareggiato del 1959, attuato dall’Istituto per la Case degli Impiegati dello Stato (INCIS), e, come da programma, successivamente le residenze degli atleti sono state trasformate in un quartiere per 6.500 nuovi abitanti.

Un sito dalla storia millenaria ma libero dall ‘eredità del passato romano, dove si è potuto pianificare e costruire secondo una nuova idea di città, un luogo dove, oggi, si può vivere guardando la Città Eterna da una distanza relativa, quella del pensiero.

Poco distanti, le Catacombe di San Valentino, da cui deriva la dedicazione della Chiesa. L ‘architetto ha acquisito una conoscenza profonda dei complessi parrocchiali del Dopoguerra, ha svolto, infatti, un resoconto delle attività edilizie della Pontificia Opera per la Preservazione della Fede e la Provvista di Nuove Chiese in Roma tra il 1971 e il 1990, entrando in contatto con le moderne Chiese realizzate per le nuove periferie.

Da quest ‘analisi trae le sue conclusioni: solo attraverso l ‘analisi e la risoluzione di più tematiche compositive fondamentali e contemporanee, l ‘edificio ecclesiastico può rispondere adeguatamente alla sua sacra necessità. Il modello di riferimento, per un edificio che avesse queste caratteristiche e che fosse in grado di conservarle nel tempo, è stato ritrovato nell ‘architettura romana, non quella di marmi e stucchi ma quella romantica delle rovine dei maestosi monumenti, che ancora oggi possentemente resistono.

Il rapporto con la storia e la tradizione, il legame con l’identità romana, la dimensione “urbana” del complesso parrocchiale, l’equilibrato legame tra le funzioni interne, il rapporto con il contesto ambientale e la qualità degli spazi esterni. Tutto questo è espresso da San Valentino al Villaggio Olimpico.

La città e la sua storia trasformano il progetto in un ┬½piccolo ma eccezionale laboratorio per la verifica “in vitro” dell’idea di una nuova città, la città bassa, a misura d’uomo, esclusivamente pedonale, dove anche il campanile della chiesa si commisura alla dimensione del pedone┬╗ (Alfani 1994).

L ‘edificio è sacro ma aperto in continuità spaziale, storica, evocativa, non polemizza con l ‘edilizia circostante, con il razionalismo del Movimento Moderno, ma ne amplifica le possibilità.

Una grammatica severa inserita in una sintassi complessa senza picchi di sensazionalismo o misticismo religioso, offre al quartiere dei Maestri una sintesi della tradizione costruttiva antica, intesa sia nei materiali, sia nei sistemi spaziali, un edificio che associa la poetica del rudere a quella della contemporaneità, una sequenza di rovine reinventate, coperte da un guscio tecnologico.

├ê chiaro il disegno geometrico che regola l ‘accostamento dei volumi, è denunciata la composizione che articola i pieni ed i vuoti, ed è una riprova di onestà intellettuale che la muratura sia di mattoni portanti, non poteva essere altrimenti. A legare il tutto si avverte qualcosa che in altre opere non emerge: un palpabile sentimento d ‘amore. Quel sentimento fatto di rispetto, di lealtà, di passione, di cura. ├ê, forse, questo da solo, che riesce ad evocare una luce che in realtà non entra, e che fa sì che anche i non credenti a si sentano a casa.

Non è riscontabile nell ‘impianto nessun richiamo alla tipologia basilicale ne a simboli ecclesiastici fuori tempo, quello che si percepisce è solo serenità che spesso artifici architettonici tolgono a questi luoghi.

La cultura classica dell ‘architetto emerge prepotentemente in tutta la complessità dell ‘opera: ha voluto realizzare un tempio, con il recinto a contenerlo, una cella per custodire i misteri, e tutto lo spazio, dentro e fuori, per i fedeli che possono riunirsi, allontanarsi, muoversi ed anche non essere credenti, per vivere la collettività.

In San Valentino lo spazio Barocco è dimenticato, i vuoti interni sono ampi e materici, senza travertino, una realtà ormai spogliata dei suoi marmi che si lascia vedere per quello che è, parla di verità e, quindi, vera si mostra. Un impostazione di questo tipo abbandona la divina solennità della Chiesa di Roma per sostituirne la valenza con un sentimento più umano: la serenità. Tutto è composto in modo rassicurante e domestico la luce filtra ed accompagna, senza turbare, senza far temere.

├ê un opera che ha compiuto in pieno le sue premesse, ed è, contrariamente a tutti gli edifici di culto, continuamente vissuta dall ‘alto. Sopra la quota del tetto corre una trafficata l ‘arteria stradale, e da lì si coglie l ‘essenza dell ‘impianto, si vedono la struttura metallica della copertura in vetro, la ghiaia sui terrazzi e i panni stesi di chi vi abita. Senz ‘altro una prova d ‘amore per la città, per il quartiere e per tutti coloro che scelgono di quotidianamente di viverla.

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