Issey Miyake + Frank Gehry: uno stile al limite o di Arianna Giancaterina

119 di Hudson Street, quartiere Tribeca, New York. In un edificio industriale di fine Ottocento, tra colonne di ghisa e soffitti in legno, si fa spazio il flagship store Issey Miyake progettato da Gordon Kipping, ma reso celebre da Frank Gehry, o meglio dalla presenza di Tornado, la sua scultura in pellicola di titanio. Un enorme arredo, piccolo pezzetto del Guggenheim Museum di Bilbao, simbolo del sodalizio tra due personalità che hanno fatto della sperimentazione, spesso azzardata, il loro tratto distintivo, la loro forza.

Issey Miyake è infatti un designer giapponese emerso negli anni Novanta grazie ad una particolare tipologia di lavorazione del tessuto tramite plissettatura definita gadment pleating tipica degli origami e della cultura orientale. Celebre la collezione del 1993 intitolata Pleats Please, un ricercato studio sulla piegatura permanente di tessuti, ma soprattutto materiali insoliti per la sartoria come carta, poliestere, lamiera, rete metallica. Abiti scultura non facilmente indossabili quanto piuttosto opere d ‘arte da museo. Allo stilista non interessa, infatti, la vestibilità e vendibilità del prodotto quanto piuttosto l ‘ideazione di nuovi processi sartoriali, il gioco, la sperimentazione. Risulta, dunque, essere chiaro che partner ideale per il completamento del suo atelier nella Grande Mela, potesse essere solo un architetto divenuto celebre per le sue progettazioni-scultura e per l ‘uso di materiali inusuali e di recupero. Solo Frank Gehry avrebbe potuto creare un ‘opera nella filosofia dello stilista: un enorme origami occidentale che potesse fungere da arredamento d ‘interni per lo showroom, ma anche da divertissement per i clienti annoiati dai negozi tradizionali. Nasce così Tornado, oltre sette metri di lamine in titanio piegate, curvate e plissettate che partono dalla scala del livello interrato, si avvolgono alle colonne di ghisa, si piegano ad incorniciare il bancone della cassa e si dimenano verso le travi del soffitto fino all ‘entrata. Centinaia di leggeri fogli metallici sostenuti tra loro da semplice nastro biadesivo e ancorati alla struttura tramite tubolari in acciaio e elementi circolari in velcro. Un ‘ibrida e dinamica presenza, un po ‘ scultura un po ‘ architettura d ‘interni, per uno stile che è sperimentazione al limite.

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